“Si può conoscere il cuore di uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali”- Immanuel Kant

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Oggi non parlo di eventi, non ho intenzione di raccontare storie, non voglio parlare di belle cose; oggi  ho deciso di condividere una riflessione, una critica forse, ed un dolore.

Per l’ennesima volta ho avuto a che fare con l’ abbandono, con la fame, con la tristezza di cuccioli e cani adulti lasciati a loro stessi.

Sono arrabbiata, triste, scrivo come si dice, con i lucciconi negli occhi, perché faccio i conti con l’impotenza, con l’impossibilità di adottare e salvare tutti, ed anche con una realtà, quella della mia città, spesso ostile e cieca.

Ho dato da mangiare ad un randagio e ho ricevuto come dire, amichevoli parole da un essere, perché non posso definirlo in altro modo, che dolcemente mi invitava ad allontanarmi e a non nutrire la “bestia”; inutili i tentativi volti a spiegare; tralascio dunque, per decenza, i colori che ha preso la conversazione. Onestamente diciamo che sono abituata a critiche, a complimenti e “tenerezze” varie, e non è questo il punto, ma piuttosto voglio rendervi partecipi dei miei pensieri, di quanto si possa leggere negli occhi di un randagio che ti ringrazia, di quella riconoscenza vera che ahimè non c’è (passatemi il pessimismo e la generalizzazione) nelle persone.

Ogni volta che mi sono trovata ad aiutare,  ma a non poter cambiare la vita di ognuno di questi amici pelosi, ho sentito un dolore profondo, una fitta, un nodo alla gola; quelle lacrime silenziose che rigano il viso poi fanno posto alla rabbia, quella che ti farebbe spaccare tutto, ma non puoi, quella che ti porterebbe a gridare in faccia a tanti  i complimenti di cui spesso io sono stata  oggetto, ma non puoi; allora ti dici <ok adesso scrivo e condivido>.

Vorrei innanzitutto dire che i cosiddetti randagi non sono “pericolosi”, non hanno alcuna intenzione di attaccare, di mordere e cavolate varie che leggo in giro, questo ovviamente se sono rispettati e non minacciati; sono lì silenziosi, magari attendono una carezza da una mano amica, magari qualcosina da mangiare o semplicemente di essere accettati; non parlo di cani di quartiere, ma di branchi che vengono accuditi e seguiti da volontari generosi, ma che per principio danno fastidio ai non amanti, o agli stessi proprietari di cani che devono portare il loro amico libero (cosa che non si può fare per legge) e che magari non è nemmeno ben socializzato con l’inter ed intraspecifico.

Purtroppo si guardano i cani con occhi diffidenti, soprattutto da parte di chi non ha mai avuto esperienze, e questo arrivo a capirlo perché si è sempre scettici e preoccupati rispetto a quello che non si conosce; inoltre i media spesso rincarano la dose con titoloni spaventosi in cui il cane di turno ha ucciso, azzannato il bambino, la passante sventurata (e qui dovremmo aprire poi un capitolo a parte, ma non è questa la sede);  ma mi rendo conto che qui, a Potenza, siamo un po’ (e sono buona) indietro in termini di cinofilia e cultura cinofila; spesso il cane è ben trattato se è utile (soprattutto in aree rurali), caso contrario lo si abbandona al suo destino di stenti, di malattia o di morte.

 Ieri ero in macchina, andavo a lavoro, mi attraversa la strada un gregge di pecore ovviamente con tanto di pastore e maremmani al seguito, ma non stavano tutti bene, uno era zoppo, uno magrissimo e senza pelo o quasi, ho pianto! Non sono una di quelle persone che pensano che i cani stiano bene solo sul divano, anzi un maremmano “pecoraio” è un cane felice, se viene trattato con dignità però e con le giuste cure, avere un cane (così come qualsiasi altro animale) è una scelta che comporta responsabilità.

La razza, come già vi raccontai, non salva: il numero di cani da caccia (setter per la maggior parte) che vengono abbandonati è spaventoso, i più fortunati si adattano, o vengono accuditi, altri muoiono, sì muoiono soffrendo banalmente la fame per esempio.

Quanti cuccioli in giro, quanti cercano casa, quanti ahimè, volano sul ponte  presto, troppo presto!!

Il randagismo da noi è una piaga infetta, ben aperta e le istituzioni  non hanno ancora voluto trovare la giusta cura; ma non solo, bisognerebbe anche educare alla sterilizzazione ad esempio, che non è una violenza, ma un modo per evitare gli ennesimi cuccioli abbandonati in cartoni (perché poi per prendersi la responsabilità di quelle vite ci vuole tanto coraggio), ed io sento ancora dire che “Il cane è mio e faccio che voglio!” No! Non fai che vuoi, perché non è un oggetto, ma un essere senziente, altro, fatto di carne, ossa, emozioni e TU lo DEVI RISPETTARE!

Se solo si riuscisse a vedere dietro una coda scodinzolante il mare di parole silenziose, se solo si riuscisse a leggere la bellezza della comunicazione di questi pelosi, se solo si riuscisse a capire che un bimbo che cresce con un cane è un bimbo felice, se solo semplicemente si accettasse la loro meravigliosa alterità, forse, e lo sottolineo, il numero di abbandoni sarebbe un tantino ridotto.

Vorrei che per esempio, la mia città incominciasse ad avvertire il bisogno di educare i bambini alla cinofilia : sono loro che possono davvero operare un cambiamento!

Educarli al rispetto, insegnare loro come approcciarsi ed interagire, coinvolgerli, far loro scoprire un mondo meraviglioso e che poi “Il Lupo non è poi così cattivo come lo dipingono!”

Alle volte ho la sensazione che qui non ci sia collaborazione, ma non solo tra istituzioni e associazioni, che di tanto in tanto, sembrano perdere di vista l’obbiettivo-randagi; ma anche con la città, che piuttost

o che provare a fare fronte comune per cercare delle soluzioni per aiutarli, ostacola e fa la guerra!!

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Sull' Autore

Claudia De Luca

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