Acerenza: tra lingua e devozione religiosa

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  1. Acerenza, il fascino di una lingua millenaria

Acerenza è situata sull’alto di una rupe, che dona alla cittadina una spendida posizione panoramica. L’area è caratterizzata dalla presenza di testimonianze di insediamenti preistorici collegati all’antica Acheruntia, famosa per il culto di Hercules Acheruntinus.
Il nome del paese è ampiamente attestato sin dall’epoca antica (Orazio, Odi 4,14; CIL IX 417-420, 947, 6193-6194, X 482; Plinio, Nat. Hist., III 73) e potrebbe essere collegato all’idronimo greco ҆Αχέρων, -οντος importato a Roma con alcuni testi mitologici provenienti, per l’appunto, dalla Grecia.

Il dialetto acheruntino è caratterizzato da una struttura morfologica solida e da caratteristiche fonetiche tali che lo rendono una lingua più unica che rara all’interno del panorama linguistico romanzo.

Nel dialetto di Acerenza si registra un’alternanza di forme nominali maschili e femminili ben definita:
i féglië mé(i)jë [i ‘feʎ:ə ‘me(i)jə]“i miei figli” ~ rë fféglië méijë [rə ‘f:eʎ:ə ‘meijə] “le figlie mie”
u vrazzë [u ‘vrat:sə]“il braccio” ~ rë bbrazzë [rə ‘b:rat:sə] “le braccia”
u šënócchië [u ʃə’nok:jə]“il ginocchio” ~ rë ššënòcchië [rə ʃ:ə’nɔk:jə] “le ginocchia”
u déštë
[u ‘deʃtə]“il dito” ~ rë ddèštë [rə ‘d:ɛʃtə] “le dita”
Come si può notare dai dati appena riportati la forma dell’articolo determinativo femminile plurale è [rë] che causa il raddoppiamento della prima consonante del sostantivo che determina. Questo raddoppiamento è detto rafforzamento fonosintattico. Esso è prodotto dall’articolo femminile plurale, che deriverebbe da un originario ILLAS, divenuto *(il)le(s), in cui la -s sembrerebbe essersi mantenuta abbastanza a lungo da influenzare la consonsnte immediatamente successiva, ovvero quella iniziale della parola seguente, e causarne il rafforzamento.

Il dialetto di Acerenza presenta anche un altro espediente morfologico, che rappresenta una vera e propria colonna portante della struttura grammaticale dei dialetti meridionali, si tratta della metafonia. Nella lingua acheruntina si registrano le forme:
nëpu[nə’putə] “(le) nipoti” ~ nëpó(u)[nə’po(u)tə] “(i) nipoti”
pulmunë/pulmó[pul’munə/pul’monə] “polmone” ~ pulmó(u)[pul’mo(u)nə] “polmoni
(g)ròssë [‘ɣrɔs:ə] “grossa” ~ (g)russë [‘ɣrus:ə] “grosso””
sògrë [‘sɔgrə] “suocera” ~ sugrë [‘sugrə] “suocero”
òmënë [‘ɔmənə] “uomo” ~ umënë [‘umənə] “uomini”
mi
[‘misə] “mese” ~ mé(i)[‘me(i)sə] “mesi”
vècchië [‘vɛk:jə] “vecchie” ~ vicchië [‘vik:jə] “vecchi”
dèndë [‘dɛndə] “dente” ~ dindë [‘dində] “denti”
L’elenco mette bene in evidenza la presenza di vocali accentate differenziate a seconda che il termine sia femminile o maschile, oppure che sia singolare o plurale, sebbene in italiano, e prima ancora in latino, le rispettive vocali accentate non mutassero in base al genere della parola. La metafonia colpisce, infatti, i sostantivi e gli aggettivi maschili, singolari o plurali, che in latino terminavano per -U e -I. Questi fonemi, suoni finali di parola, prima di diventare indistinti (-ë), condizionarono le vocali accentate e le portarono a innalzarsi. In questo modo nel dialetto acheruntino le forme nominali maschili si differenziarono, in maniera inequivocabile, da quelle femminili. Tale differenziazione sopravvive ancora oggi nella lingua di Acerenza e garantisce la conservazione di una struttura grammaticale solida.

Una vera e propria specificità del dialetto acheruntino è rappresentata dalle vocali toniche, accentate. Di seguito si mettono in evidenza gli esiti vocalici originati a partire da ogni vocale latina:
Ī: mari [ma’ritə] “marito”, cénghë cnghë [‘tʃengə/’tʃɪngə] “cinque”, s’ammaré(i)të/ s’ammaré(i)të [‘s_am:aretə/’s_am:arɛitə] “si sposa”
Ĭ: ni [‘nivə] “neve”, lèngë [‘lɛngə] “lingua”
Ē: misë/mé [‘misə/’mesə] “mese”, canné [ka’n:elə] “candela”, stèddë [‘stɛd:ə] “stella”
Ĕ: pidë/pé [‘pidə/’pedə] “piede”, mmi/mmé [‘m:ilə/’m:elə] “miele”, sèttë [‘sɛt:ə] “sette”
Ŏ: curë/có [‘kurə/’korə] “cuore”, nòttë [‘nɔt:ə] “notte”
Ō: staggiunë/staggio[sta’d:ʒunə/sta’d:ʒonə] “estate”, fròndë [‘frɔndə] “fronte”
Ŭ: cru[‘krutʃə] “croce”, vòcchë [‘vɔk:ə] “bocca”
Ū: flmënë [‘fʊlmənə] “fulmine”, so(u)dë/só(u)[‘sɔ(u)də/’so(u)də] “(egli) suda”
A: mëª [‘məªnə] “mano”, (g)ammë [‘ɣam:ə] “gamba”, pnë/pa [‘pænə/’panə] “pane”
Ogni singola vocale antica ha prodotto una varietà di esiti impressionante. Tale copiosità è regolata anche dal tipo di sillaba che contiene la vocale accentata (sillaba che termina per vocale o per consonante) e dalla regola della metafonia, illustrata sopra.
Si tratta di un’abbondanza che caratterizza in maniera unica ed inequivocabile il dialetto di Acerenza, dove si registra quindi la presenza del repertorio vocalico più ricco dell’intera Basilicata.

Uno sguardo all’A.L.Ba.

La Basilicata, ancor più di altre regioni italiane, dal punto di vista linguistico, offre un panorama che definire affascinante è riduttivo.

La nostra regione, infatti, seppur non particolarmente estesa, appare agli occhi degli studiosi una miniera a cielo aperto, inesauribile.

Uno dei tanti esempi di questa ricchezza linguistica ci viene offerto dalla carta n.8 “Cantina” tratta dalla I sezione del III volume dell’A.L.Ba. che raccoglie la terminologia relativa alle parti della casa e agli utensili domestici.

Come si può notare osservando la carta il locale della casa “Cantina” è diffuso in tutta la regione, ma con nomi diversi.

Il tipo lessicale più frequente è candinë [kanˈdinə], con relative varianti formali, con il passaggio dell’occlusiva dentale sorda /t/ in occlusiva dentale sonora /d/ dopo nasale /n/, fenomeno frequente in tutti i dialetti meridionali.

Accanto a questo tipo lessicale, se ne registrano altri cinque:

  • vuttarë [vuˈtːarə] da BUTTARIUM in cui si evidenzia il passaggio dall’occlusiva bilabiale sonora / b/ in posizione iniziale a fricativa labiodentale sonora /v/. Questo tipo lessicale, ovviamente con le relative varianti formali, è stato rilevato sul confine occidentale della regione nei comuni di Savoia di Lucania p.d.r.47 e Sasso di Castalda p.d.r.64 e poi al sud nei p.d.r. 90, 92 e 95, rispettivamente Spinoso, Sarconi e Moliterno e anche in una colonia gallo-italica, Trecchina p.d.r, 124.
  • Catuóšë /catuóië [kaˈtwoʃə] / [kaˈtwojə] dal greco “catogeion”, diffuso al sud in particolare nei comuni di Armento p.d.r. 83, San Severino Lucano p.d.r. 125 e Viggianello p.d.r.130.
  • Cëddarë/cëddèrë [ʧəˈdːarə]/ [ʧəˈdːɛrə] da CELLARIUM, l’antica dispensa dei latini, in cui si registra il passaggio da –LL- a –DD- che possiamo riscontrare a Rionero in Vulture p.d.r. 9, Matera p.d.r. 34 e, come variante, anche a Potenza p.d.r. 38.
  • Funnëchë [ˈfunːəkə] che deriva dall’arabo “funduq” con un originario significato di “alloggio per mercanti”, diffuso nell’area meridionale della regione nei comuni di Catelsaraceno p.d.r.104, Nemoli p.d.r 119, Lauria p.d.r.121 e Maratea p.d.r. 128.
  • L’ultimo tipo lessicale che registriamo è quello presente ad Acerenza p.d.r. 21 dell’A.L.Ba: (g)ròttë [ˈɣrɔtːə] dal latino CRUPTAM che ha una diffusione a macchia di leopardo nella regione. Oltre che ad Acerenza e nei paesi limitrofi, è diffuso anche nelle zone nord-occidentale e nord-orientale, nell’area centrale e, meridionale della Lucania. Ad Acerenza, come nella maggior parte dei paesi che presentano questo tipo lessicale, si registra la forma con l’indebolimento dell’occlusiva velare sonora /g/ che diventa fricativa velare sonora /ɣ/, però si registrano anche casi in cui la velare sonora si conserva come nei p.d.r 8 e 14 rispettivamente Palazzo San Gervasio e Banzi gròttë [ˈgrɔtːə].

 

La devozione religiosa acheruntina

Acerenza è tra i comuni più caratteristici della Basilicata. La bellezza architettonica e artistica di questo piccolo centro ha ottenuto un riconoscimento nazionale importante che ha dato lustro all’intera regione: Acerenza infatti, è tra i borghi più belli d’Italia. La cittadina, posta su un’altura, tra il fiume Bradano e il suo affluente Fiumarella, collocata  in una posizione geografica strategica, fondamentale per il controllo del territorio circostante, fa risalire la sua fondazione al VI sec. a.C.. Scrittori come Orazio e Tito Livio, citano Acheruntia,  l’antico nome di origine greca del nostro comune, come luogo di “presidio” o “fortezza di guerra”. Nei secoli, Acerenza, in dialetto acërènzë [aʧə’rɛndzə], ha conservato un ruolo storico di primo piano che è evidente ancora oggi, e nella complessità del suo impianto urbanistico (tipicamente medievale), e nelle importanti strutture architettoniche, soprattutto religiose. Infatti, dal V secolo d.C., Acerenza è sede vescovile dell’arcidiocesi omonima. Con le sue 21 parrocchie, l’arcidiocesi acheruntina segue la vita religiosa di 16 comuni appartenenti alla provincia di Potenza. Patrono dell’intera diocesi e di Acerenza stessa, è San Canio. Ed è proprio a San Canio Vescovo che è dedicata (insieme a Maria Assunta) la cattedrale. La cattedrale che è tra i monumenti di architettura religiosa più pregevoli della regione, è denominata dagli acheruntini la chisa grannë [ la ‘kisa ‘gran:ə] “la Chiesa Grande”. Questa semplice denominazione dà prova dell’umiltà del popolo di Acerenza che è un popolo di grande e profonda devozione religiosa. Almeno dal 1779 (anno in cui venne redatto un atto notarile che descriveva l’evento prodigioso), u bbastunë dë sandë Canië [u b:a’stunə də ‘sandə ‘Canjə]“il bastone di San Canio”, si muoverebbe spontaneamente, trovandosi o a mezz’aria, o in fondo o vicino l’apertura del suo contenitore in pietra. È così che la vita religiosa si ritrova a ruotare intorno al miracolo del Santo Patrono e soprattutto nei giorni della sua festa, il 25 maggio e il 1 settembre, ogni gesto si carica di uno specifico significato e diventa un atto di fede. Così come accadeva, anni addietro, quando si andava a “recitare la statua”, in dialetto së rècëtë la statuë [sə ‘rɛʧətə la ‘statwə]. Prima dell’inizio della processione, mentre la statua di San Canio sostava sul sagrato della Chiesa, i fedeli competevano per ottenere l’onore di portare sulle spalle la statua del Santo lungo l’intero percorso della processione. Il privilegio era accordato al maggiore offerente (l’offerta poteva essere corrisposta in prodotti e in beni alimentari o in denaro) e la cerimonia  si concludeva con una voce che urlava si auzëªtë la statuë [si au’tsəªtə la ‘statwə]“sia alzata la statua”. Oggi i portatori del Santo sono dei semplici volontari che  rendono omaggio, in tal modo, a San Canio e che insieme agli altri fedeli intonano, nel corso della processione, preghiere di grande carica devozionale.

 

Prëghirë dë sandë Canië [prə’girə də ‘sandə ‘kanjə] “Preghiera di San Canio”

Pietà pietà sandë Canië [pje’ta pje’ta ‘sandə ‘kanjə] “Pietà, pietà San Canio

grandë nustë prëtëtturë [‘grandə ‘nustə prutə’t:urə] Grande nostro protettore.

 tu vidë lë përéculë [tu ‘vidə lə pə’rekulə]Tu vedi i pericoli,

tu canuššë ògnë ccórë [to ka’nuʃ:ə ‘ɔɲ:ə ‘k:orə]tu conosci ogni cuore.

padrë séië [‘padrə ‘sejə] Padre sei,

dë nóië miseri aië cumbassiónë [də ‘nojə ‘miseri ‘ajə kumba’s:jonə] di noi miseri hai compassione.

sèmbë a nnóië ana èssë prupézië [‘sɛmbə a ‘n:ojə ‘ana ‘ɛs:ə pru’pet:sjə]  A noi, siano sempre propizi,

 la tóië manë e lu tóië bbastunë [la ‘tojə ‘manə e lu ‘tojə b:a’stunə]  la tua mano e il tuo bastone.

Sandë Canië prighë pë nnóië [‘sandə ‘kanjə ‘prigə pə ‘n:ojə] San Canio, prega per noi.”

 

I testi della tradizione popolare di contenuto religioso non solo sanno testimoniare con grande impatto, la fede autentica di un tempo, ma sanno anche impartire insegnamenti importanti. Un altro canto religioso sempre dedicato a San Canio, ci racconta, nella parte finale, che solo un cuore puro, privo di cattive intenzioni ci permette di fare esperienza del miracolo del Santo Patrono. Il raziocinio condiziona la nostra fede, tanto da aver bisogno di un Santo (Maria Maddalena, antica protettrice di Acerenza) che possa difenderci dalla ragione stessa.

Ma di “buone fondamenta” è anche la chiesa dell’Annunziata, la chisë dë l’annunzëª [la ‘kisə də l ͜   an:un’dzəªtə], e forte è la devozione che gli acheruntini nutrono per la Vergine Santa:

 

 Madònna dë l’Annunzëªtë  [ ma’dɔn:ə də l ͜   an:un’dzəªtə] “Madonna dell’Annunziata”

        Éië t’adurë sanda Annunz몠 [‘ejə t ͜  a’durə ‘sanda an:un’dzəªtə] “Io ti adoro Sant’Annunziata,

gluriósa la Vèrgënë Maréië [glu’rjosa la ‘vɛrd:ʒəna ma’rejə] gloriosa la Vergine Maria,

dë li pëccatë méië sé l’avvucatë [ də li pə’k:atə ‘mejə se l ͜  av:u’katə] dei miei peccati sei l’avvocata

quannë në fazzë la nòttë e la déië [‘kwan:ə nə ‘fat:sə la ‘nɔt:ə e la ‘dejə] quanti ne faccio la notte e il giorno.

éië më crédë d’èssë dannatë [‘ejə mə ‘kredə ‘d ͜   ɛs:ə da’n:atə] Io credo di essere dannata

quannë i ggrannë la paó(u)ra méië [‘kwan:ə i ‘g:ran:ə la ‘pao(u)ra ‘mejə] Quanto è grande la mia paura,

stèddë dë lu cilë e mmaréië ca i nnandë [‘stɛd:ə də lu ‘ʧilə e mma’rejə ca i ‘n:andə] stelle del cielo e Maria che è davanti,

a tti tènghë la fidë e la spëranzë [a t:i ‘tɛɳgə la ‘fidə e la spə’randzə]in te confido e spero.”

 

Ad Acerenza la religione permane ogni angolo della cittadina, così il rapporto coi Santi diventa un rapporto quotidiano e confidenziale. I Santi diventano più “umani” e più vicini ai fedeli di Acerenza. È il caso di San Michele che proprio in un altro canto religioso acheruntino, come gli uomini si lamenta con Dio (il Santo è lontano dal centro abitato, la grotta di San Michele, la gròttë dë sandë Mëchélë [la ‘grɔt:ə də ‘sandə mə’kelə], è infatti una chiesa rupestre) e che consolato dagli uomini stessi, diventa  l’intermediario perfetto per la concessione della grazia.

Acerenza doveva essere, nei tempi passati, un borgo “santo”. Del resto la cittadina, è permeata ancora oggi, nonostante le distrazioni della modernità, da una forte religiosità. Qui la fede è lo strumento della consapevolezza della finitezza umana e nello stesso tempo è un atto d’amore privilegiato che ci conduce alla felicità.

 

Anëmë fëlé(i)cë [‘anəmə fə’le(i)ʧə] “Animo felice”

Anëmë fëlé(i)cë grannë dëlórë më séndë [‘anəmə fə’le(i)ʧə ‘gran:ë də’lorə mə ‘sɛndə] “Animo felice, gran dolore mi sento

ca li pëccatë méië so ttanda murtalë [ka li pə’k:atə ‘mejə so ‘t:anda mur’talə]perchè i peccati miei sono tanto mortali,

mó më vutë dë pënzamèndë [mo mə ‘vutə də pəndza’mɛndə]  adesso cambio idea

 dë rëcurdë vòglië pëglià [də rə’kurdə ‘vɔʎ:ə pə’ʎ:a] voglio ricordare quello che è passato.

curpë méië c’aië pëgliatë n’angëlécchië cunzacratë [‘kurpə ‘mejə ‘k͜͜   ajə pə’ʎ:atə n ͜  andʒə’lek:jə kundza’kratə] Corpo mio che hai preso un angioletto consacrato,

facé(i)të spérëtë cu lu curpë méië [fa’ʧe(i)tə ‘sperətə ku lu ‘kurpə ‘meië] fate spirito con il mio corpo

aggë pëgliatë lu tèrnë dë ddéië [‘ad:ʒə pə’ʎ:atə lu ‘tɛrnə də ‘d:ejə] ho preso la trinità di Dio.

n’attë d’amurë n’attë dë dëlórë [‘n ͜  at:ə d ͜  a’murə  ‘n ͜  at:ə də də’lorə ] Un atto d’amore, un atto di dolore.”

 

L’ADL di Acerenza

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Curatori

Acerenza, il fascino di una lingua millenaria: Anna Maria Tesoro

Uno sguardo all’A.L.Ba.: Teresa Graziano, Giovanna Memoli

La devozione religiosa acheruntina: Irene Panella

L’ADL di Acerenza: Teresa Carbutti

 

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