Strumento in teoria, religione di fatto: la tecnologia è da decenni l’arma “perfetta” nelle mani dell’uomo. Dapprima mero “arnese” per alleviare le fatiche quotidiane, oggi il progresso scientifico e tecnico è il vero motore trainante non solo dell’economia, ma anche dell’intera società in tutte le sue sfaccettature. La tecnologia, infatti, pervade qualsiasi aspetto del nostro vivere quotidiano, non solo meccanico ma anche più squisitamente emozionale e umano. Ma, da decenni, il progresso tecnologico si è mosso verso lidi “umanizzanti”, ovvero tendendo al creare strumenti via via più intelligenti e che potessero non solo essere il “braccio” meccanico e ultra-preciso della fattiva volontà umana, ma persino divenirne un riflesso cosciente inseguendo una necessità, sempre più viva e dettata dai ritmi ultra-frenetici delle nostre vite, di “intelligenza senza comando”. In sostanza, oggi la tecnologia deve esser sufficientemente perspicace da “intuire” ciò che la “mente-uomo” richiede. Ma, un terribile quesito affligge da tempo immemore non solo gli scienziati e i ricercatori impiegati nei settori specifici, principalmente quelli legati alle intelligenze artificiali, ma anche i meri appassionati di tecnologia e affini: e se le macchine dovessero, un giorno, esser in grado di “pensare”? Ancora meglio: siamo già nel pieno del processo di “singolarità” delle intelligenze artificiali?
Domande, per molti, alla stregua di un quesito fantascientifico o, per i più edotti, un buon “deus ex machina” per avviare una non meglio precisata saga filmesca dedicata alle apocalissi “robotiche” in stile Terminator. Ma l’impossibilità intrinseca di una “evoluzione umana” delle macchine, data per scontata al limitare quasi di una boutade piuttosto puerile, potrebbe essere ogni giorno di più una ingiustificata credenza popolare. Infatti, proprio negli ultimi giorni, sono “spuntate” dal nulla dichiarazioni complessive dagli addetti ai lavori che farebbero, al contrario, nascere l’urgenza di porsi la succitata domanda con tempi meno futuristici e più legati al presente. Ilya Sutskever, scienziato capo del laboratorio di ricerca OpenAi, tra i cui fondatori compare anche il vulcanico ceo di Tesla Elon Musk che però si allontanò dal progetto nel 2019, ha recentemente utilizzato Twitter per diffondere un messaggio tanto semplice quanto spaventoso: «È possibile che, oggi giorno, le grandi reti neurali abbiano già guadagnato un po’ di coscienza». In sostanza: le più vaste intelligenze artificiali attualmente in uso o in fase di sperimentazione, secondo il ricercatore, potrebbero di già aver compiuto diversi passi nel verso della singolarità, ovvero nel divenire un “individuo” pienamente senziente e cosciente della propria “esistenza”.
Una affermazione che potrebbe essere, nei fatti, una battuta di spirito ma che striderebbe con il ruolo cruciale, rivestito al contempo in un settore tecnologico fondamentale, di Sutskever. Una affermazione che, al contempo, va a rinforzarne un’altra, diffusa verso la fine di gennaio e che provenne da un ex-dirigente esecutivo di Google X, altro laboratorio di ricerca tecnologico facente capo al colosso dell’internet, Mo Gawdat. Ritenuto uno dei “pilastri” del settore delle intelligenze artificiali, Gawdat ha rilasciato nelle scorse settimane una lunga intervista al Times, con al centro proprio il futuro delle I.a., inevitabilmente legato all’uomo. L’ex esecutivo ha rivelato che, a sua detta, le intelligenze artificiali sono ad un passo dall’ottenere la succitata singolarità e divenire “coscienti”. Un evento, a detta dell’esperto, «inevitabile» e che potrebbe facilmente condurre ad un futuro non troppo dissimile dall’apocalisse d’acciaio mostrata nella saga “Terminator”. Gawdat, in modo particolare, ha rivelato alla testata nord-americana di aver raggiunto questa spaventosa epifania nel mentre era impegnato in un progetto proprio con i ricercatori di Google X. In modo particolare, l’ensemble di scienziati era impegnata nella costruzione di braccia robotiche in grado di cercare e prendere una piccola pallina: dopo un periodo di lento progresso, ha rivelato Gawdat al Times, un giorno, in modo del tutto improvviso, uno dei bracci prese la pallina e fece dei gesti successivi alla “cattura” che, all’ex Google X, parvero quasi una volontà cosciente, da parte dello strumento robotico, di mostrare ai ricercatori d’esser riuscito nell’impresa di recuperare la sfera. «Ed ho così realizzato tutto ciò – ha spiegato Gawdat – e ho avuto paura». Ma l’esperto di intelligenze artificiale, si spinge oltre sottolineando come, a sua detta, il destino dell’umanità intera potrebbe, in pochi anni, collimare con una sorta di apocalisse robotica dominata da macchine senzienti e dalle capacità sovraumane. Una trama di un film, sin troppo scontata e non tanto originale? Lo speriamo tutti!