SIPARIO ECCLESIAE

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Con quattro articoli che hanno un solo titolo generale ” la Tirannide dei Gelsomini” Lucio Tufano rivive l’epopea della Dc che, per gran parte della sua storia, è stata la stagione dell’impegno della Chiesa cattolica in politica, con le sue virtù, i suoi codici, i suoi riti, i suoi segreti. L’ambiente chiuso della Basilicata, la profonda religiosità del popolo, hanno reso questa terra particolarmente seducente per i giovani democristiani che uscivano dalla FUCI e che si apprestavano ad essere la classe dirigente del dopoguerra. Tra questi, Emilio Colombo, di cui Tufano tratteggia i tratti emblematici del suo percorso, tra ammirazione e ironia, come poteva fare un socialista che osteggiava il potere ma ne subiva incosciamente il fascino. Dopo il preambolo che abbiamo pubblicato tre giorni fa ” la tirannide dei gelsomini” – e che dà il titolo a questo minisaggio- oggi l’autore affronta i primi anni del dopoguerra e le prime mobilitazioni politiche tra i gigli che uscivano dalle chiese e una sinistra che nelle chiese non entrava neanche ai funerali dei parenti. r.r.

LUCIO TUFANO

 

SIPARIO ECCLESIAE

Il teatro della romana grandiosità, demolito dalla guerra e dalla catastrofe, si era di­leguato tragicamente, subentrava il bisogno da parte di tutti, dei reduci, dei contadini, dei giovani di un ritorno alla serena tutela dei reverendi padri e dei simboli sacri, alle immagini di cera e di tela.

Il popolo se li trovava accanto in quei momenti di disperazione e di abbandono, li vide mobilitati ed intenti a risollevare una città duramente privata dalla guerra e dalle in­giustizie. Occorreva la malta necessaria per ricomporre le pietre delle case diroccate, dell’Ospedale distrutto, di interi rioni, del palazzo vescovile e delle diverse chiese colpite dalle incursioni aeree, quello spirito di carità, che pervade gli animi e le pareti, proprio dei vegliardi dal passo morbido ed ovattato, quella voce tremula e suadente, quelle parole e quelle frasi in latino che hanno alimentato il filo delle liturgie, gli inni e le litanie. Questo accadeva nella piccola città appenninica, sempre afflitta dalle tramontane, ora appena usci­ta dalla catastrofe.

Le elezioni incombevano con la terribile incognita del comunismo. Aiutateci a sal­vare l’Italia! Dicevano i vari cartelli ed i manifesti affissi ai muri. Di tempo ne era passato dal discorso del ragioniere Audisio nella Basilica di Massenzio a Roma. Gli aiuti americani e le necessità governative di spendere le Amlire, la crescente importanza delle organizza­zioni ecclesiastiche e dei propri esponenti, i luoghi religiosi ove, costante, avveniva, l’incontro con i giovani.

Si instaurava un clima di attenzione attorno ai sacerdoti, di difesa ad oltranza dei sacri principi, il culto della libertà e la paura di poter ricadere in un’avventura totalitaria.

Un’atmosfera di raccoglimento coinvolgeva le popolazioni attorno ai sacerdoti, tut­tavia garanti dei valori democratici (concretamente) e della cultura e civiltà occidentali, la costante e fiduciosa dedizione ed amicizia con gli Stati Uniti, con le politiche professate da un Paese, tanto amico dell’ Italia.

Era l’epoca delle fredde e semibuie sacrestie (come quella della Trinità), dei con­fessionali in panno viola, il mondo dei talari lunghi, dei calzini neri e rossi, dei zucchetti turchini, dei tricorni poggiati sulle cassepanche, dei pensatoi e dei leggii, degli inginoc­chiatoi.

Era la sagrestia che custodiva i vasi sacri, i libri liturgici, i registri anagrafici, le to­nache e le stole colorate di chi officiava le cerimonie, e che costituiva il diaconico, il rap­porto funzionale con l’Eucarestia.

Era il tempo delle massime certezze, della sacralità del presbiterio, della costante presenza della Curia e dei Vescovi; il teatro delle vergini inneggianti, dei cori del Salve Regina, delle pianete ricamate, del palliotto che nelle processioni dà riparo al Santissimo, degli ostensori e delle pissidi che brillano alla luce … Era il tempo della Chiesa, come me­tafora, simbologia, con le sue suggestioni, il clima miracolistico, il ritorno alle credenze, il suo dogma, il rifugio nelle serene illusioni di protezione e di implorazione …

Tutto ciò rappresentava la provvidenza, la storia di quelli che hanno siglato i trattati di pace, i progetti di beatitudine tra cielo e terra, quelli che facevano piovere sulle siccità, che hanno levato il popolo dalle disperate condizioni, hanno offerto patrocinii ai bisogni ed ai bisognosi, hanno versato l’acqua sulla testa dei neonati, hanno ottenuto promesse solenni dagli sposi, hanno impartito le estreme unzioni ai moribondi.

Protectio Ecclesiae come protectio civilis, contro le carestie, i terremoti, i bombar­damenti che avevano per 15 giorni ed altrettante notti tenuto la città nel terrore.

In una città di chiese e di fontane si è ordita la storia narrata, scritta, sofferta e si so­no predisposte le suppliche, aiutato ad erigere i palchi, le impalcature del tempo, si sono impartite didattiche ed impresso le spinte, dove si è educato ed affiliato, dove dottrina e comandamenti hanno eretto edifici alle virtù teologali, dove hanno officiato diaconi, priori ed abati, dove parroci e monaci hanno vergato storie e liturgie, dove ancora le contrade hanno denominazioni come s. Luca Branca, San Francesco, Demanio san Gerardo, Sant’Antonio la Macchia, Caira Bucaletto, Mensa Vescovile, Betlemme, dove la gente è stata sempre devota tra chiesa e casa …

Nel più remoto passato agli arcipreti spettavano gli atti legali di nascita e di morte, la tenuta dei registri di leva e dello stato civile: quando intervenivano nei pubblici raduni a cura delle anime, curati e curatori di tutti noi e dei nostri dolori.

Giravano per le cause della Pasqua, ragioni e dispense del Natale, inauguravano gaudi, elargivano carezze, barzellette e consigli, confettuzzi e confidenze, severi alla luce abbagliante delle absidi e nelle processioni di gigli, di canti e di ginestre.

In loro la nostra gente ha sempre riposto le speranze, la fiducia e ad essi ha portato rispetto e venerazione.

Il paterno incedere, il “dilettissimi figli”, dato ai discepoli dei presuli, ai figli e fi­glioli prediletti, la inflessione nasale dei vescovi che imprimevano le catarsi, quella dei re­verendi padri, la suadente voce delle omelie.

Feste e santi facevano cerchio al nostro destino di miracolati, miracolosa storia dei salvati, nel trascorso furore della guerra con i morti nelle macerie delle case crollate.

Cerimonie religiose si erano succedute per le salme dei caduti, presenze di cappel­lani e di vescovi nelle celebrazioni, allo sfilare dei reggimenti, per le benedizioni, in par­tenza o in rientro, solenni i tedeum ed affollati, oratorie di patria e messaggi ai prigionieri.

Le processioni si susseguivano lunghe, a ranghi, silenziose o rotte da flebili voci, da canti e preghiere: per prime le orfanelle, poi le congreghe e le vergini, le nubili, poi gli or­dini religiosi, quelli secondari, le candele ed il rosario sussurrato … ed ancora: Mira il tuo popolo … dolce Signora – tra interminabili ali di popolo – mira il tuo popolo … nel mo­mento raccolto di una fede compatta, certa e ben riposta speranza. Seguivano le autorità, gli intendenti ed il prefetto, i notabili ed i capipartito, i sindacati, gli antichi “pezzi grossi”, sempre nuovi.

Poi ci fu la benedizione delle vanghe, dei bidenti … I coltivatori hanno portato nel teatro tomoli per il miracolo, la moltiplicazione dei pani, la riforma delle aie e delle pro­prietà agrarie, secondo il vecchio, usato ed abusato slogan de “la terra ai contadini“. Brac­cianti e carabinieri, scontratisi nei campi, ebbero finalmente tregua.

I poderi furono riassegnati e benedetti nel nome dei santi.

Si andava formando un clima nuovo, un potere piramidale e diffuso alimentato da un consenso di massa … Il potere della maggioranza, la tirannide dei gelsomini. Naturalmente qui il concetto di tiranno è usato in chiave di democrazia e non di totalitarismo fascista, e richiama quello degli antichi tiranni della Magna Grecia e di Grecia antica (il governo del tiranno, cioè colui che era pervenuto al potere con criteri rivoluzionari, come capo politico nuovo – di novità –, in alternativa al monarca – basileus – o al dittatore che vi giungevano per successione ereditaria, per elezione, o per svolta autoritaria).

Ma perché tirannide? Si! Si trattò di una tirannide soffice, silenziosa, ovattata da premure e da cortese indifferenza, demagogica, paternalistica, ad personam, ad familiam, verso intere categorie di professioni e di lavoratori, di giovani e di disoccupati, di famiglie e di contrade.

Si organizzava una rete di poteri, dai presidenti ai capiufficio, dai militari ai capireparto, la suscettibile e permalosa difesa dell’ideologia cattolica, confessionale, dell’appartenenza; la sacralità del contrassegno, dello stemma, lo “Scudo Crociato”, lo spirito di rivalsa e di evidente complicità da parte delle gerarchie ecclesiastiche e del clero più minuto, una ossessiva mobilitazione di studiosi, professionisti, di bigotte e di gente asservita ad una causa, quella di difendere i princìpi di libertà e di democrazia, ed i valori morali e spirituali della Chiesa, il patrimonio morale e la fede. Una mobilitazione dialettica, di propaganda operativa a favore della DC, dei suoi candidati ed esponenti. Tutto era nel gergo, nel modo di fare, nel proposito fermo e nel comportamento di una militanza, che per alcuni, versi per l’attività di pattuglie di giovani e di comitati civici, richiamava il pensiero delle antiche crociate contro gli infedeli. A questo dava forza ed ulteriore linfa la scomunica di comunisti e socialisti, da parte del Pontefice Eugenio Pacelli.

Era anche quella una demagogia, forse anche degli affetti, della bontà, per alcuni anche ipocrita di tenerezze espresse dai candidati alla ricerca strenua del voto. L’uso abituale e confidenziale di interloquire col nome proprio, o con l’epiteto di “amici” usato nelle assemblee di partito e nei convegni, nelle riunioni e nei dibattiti; assidua ed ostentata la de­dizione degli adepti e degli iscritti alle manifestazioni religiose, al cospetto dello sguardo tutorio dei santi padri.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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