SPOTLIGHT, QUANDO IL GIORNALISMO FA SUL SERIO

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bSPOTLIGHT, QUANDO IL GIORNALISMO FA SUL SERIOy DINO DE ANGELIS

Adoro i film che parlano di giornalismo di inchiesta. Una cosa che oggi non si vede quasi più, o si vede molto di rado. E proprio in questi giorni ne è uscito uno che si chiama “Il caso Spotlight”. Il film parla degli abusi sessuali perpetrati dai preti dell’arcidiocesi cattolica di Boston nei confronti di un numero imprecisato di minori, e del tentativo di insabbiare tale deprecabile fenomeno ad opera della stessa arcidiocesi nei confronti dell’impianto massmediatico. Man mano che il film va avanti, si scoprono numeri veramente impressionanti di preti pedofili, che partono con l’essere otto, poi tredici, poi ottanta, finchè i crediti al termine del film parlano di un numero che supera i duecento. Un duro colpo da digerire per la Chiesa cattolica e per tutti i milioni di seguaci sparsi in tutto il mondo. Un modo per distinguere, una volta per tutte, l’entità spirituale della Chiesa da chi ne esercita la professione sulla terra. Ma non voglio andare su questo spinoso argomento, del quale confesso la mia fervida ignoranza. Vorrei ritornare a parlare del film, dell’incalzante incedere dei suoi cronisti, raccontare delle numerose porte chiuse in faccia di fronte alle loro domande, della apparente impermeabilità di un mondo (quello ecclesiastico) che è sembrato a lungo impenetrabile a coloro che non ne abitavano i suoi meandri. Ma grazie alla tenacia, agli sforzi di giornalisti cocciuti e capaci, grazie al loro studio e alla continua verifica delle fonti, grazie all’autorevolezza del loro responsabile, Walter Robinson (interpretato da un sempre eccelso Michael Keaton), piano piano riescono a fare breccia sull’omertà, a scavare nei ricordi e nelle ossessioni delle vittime e riportare a galla un fenomeno volutamente tenuto per decenni sottotraccia. Il film ha due tipi di effetti: un tipo diretto, chiaro e visibile, che si è manifestato attraverso la vittoria di due oscar: miglior film e migliore sceneggiatura, e una serie di conseguenze indirette che cercherò di riepilogare sinteticamente. La prima è che un film “normale” (ovvero un film completamente privo di effetti speciali, con inquadrature semplici, di interni o di esterni, come si faceva una volta, che esaltano le qualità dell’interpretazione degli attori) possa aver vinto l’oscar come miglior film. Vuol dire che le storie, quelle belle, vere, ben raccontate e ben interpretate, possono arrivare al cuore della gente (e a quello dei giurati). Come dice il settimanale Panorama, il film “racconta e ricostruisce in modo rigoroso. Non cade in tentazioni melodrammatiche, a cui l’argomento si presterebbe. I fatti parlano da sé, senza bisogno di forzarli”. Il secondo effetto sta nelle parole del vero direttore del Boston Globe all’epoca dei fatti raccontati dal film, Martin Baron, il quale dichiara testualmente: “Al di là del plauso dei critici, Il caso Spotlight ha già ottenuto un risultato lusinghiero. Molti giornalisti, tramite email, tweet e post su Facebook, hanno dichiarato di sentirsi motivati, incoraggiati e rinfrancati. Non è cosa da poco per una professione così malconcia. Siamo stati colpiti dai traumatici effetti di internet, rimproverati praticamente da tutti, in particolare dai politici, durante una stagione di campagna elettorale che ci ha visto cinicamente etichettati come feccia”. Dal momento in cui finisce il film a oggi ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Nel settembre 2003 l’arcidiocesi di Boston pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di molte delle vittime di abusi e nell’agosto 2011 ha pubblicato una lista con i nomi di 159 preti accusati di pedofilia. BBC scrive che il lavoro del team Spotlight ha fatto partire un effetto domino che ha portato a successive inchieste in altre parti del mondo. Ecco come la denuncia di un “semplice” film può scatenare un’ondata di aria fresca e ricerca della verità e della giustizia in tutti i continenti. Non so quante polizie o organizzazioni di intelligence abbiano lo stesso potere.

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Dino De Angelis

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