STORIA AMARA DEL VINO (1)

0

LUCIO TUFANO

            È un esteso gruppo di territori, “fra le selvagge foreste di cerri, vetusti e forti, stranamente rivestiti di fantastiche merlettature di licheni, da dove si abbraccia in uno sguardo l’ampio panorama della valle di Vitalba, chiuso all’orizzonte dalle aspre montagne di Rapone e di Ruvo del Monte e, più lontano, da quelle di Pescopagano e di S. Fele, dominate tutte dalla ardita mole, netta ed imponente del Vulture; e poi … attraverso i territori, sempre verdi di olivi, di Rionero, Barile, Rapolla, Melfi, con Ripacandida, Maschito, Ginestra, Venosa e Genzano”, rinomato da tantissimo tempo per la coltura dell’Aglianico.

Migliaia e migliaia di ettari a prevalente costituzione vulcanica, nei quali, accanto al dorato, dolce aromatico Moscato ed all’ambrata Malvasia, si coltiva il vitigno principe della Basilicata.

Era il prof. Briganti, tecnico della Cattedra Ambulante di Agricoltura che, nel 1925, descriveva la plaga i cui terreni erano propizi alla coltura arborea specializzata della vite. Infatti i vigneti coprivano, nella seconda metà dell’800, la superficie di territori, originati dal disfacimento naturale o prodotto dal lavoro umano della lava e dei lapilli emessi dal vulcano nella sua antichissima attività eruttiva, con la esposizione di est-sud est e sud-ovest. Allora le altre esposizioni e gli altri terreni, non prevalentemente di natura vulcanica, venivano destinati ad altre colture.

L’altitudine dei terreni vocati alla coltura della vite era quella confacente all’olivo, pianta da sempre consociata per un limite massimo di 600 metri.

Il regno dell’Aglianico, in questa regione (lo stesso vitigno ricopre i terreni vulcanici del Vesuvio, dei colli di Taurasi in provincia di Avellino, di quelli di Torre dei Passeri nel Pescarese …), iniziava dalle basse terre di Rapolla che lambivano il corso della Arcidiaconata e, seguendo questa, si estendeva con la fiumara, fin sotto Ripacandida, attraverso il territorio di Barile, e portandosi a monte sul tracciato della vecchia strada 93 a Rionero e poi seguendo il tratturo di Lagopesole, assorbito dalla rotabile per Piano del Conte, alla galleria della Croce del Monaco, nonché a levante dei territori tra Ginestra e Venosa nei quali prosperavano, fra tutti gli altri, i vigneti di Giovanni Plastino.

Fu questo viticoltore a presentare e far conoscere, intorno al 1890, ai commercianti del settentrione d’Italia, la qualità e la bontà di un vino che nelle loro regioni non trovava sufficiente confronto. Vigneti che nella giusta altitudine di 600 metri prosperavano magnificamente, tanto da mantenere e perpetuare i pregi del loro vino.

L’esistenza e l’ubicazione di quei vigneti sono ancora oggi indicate dalla presenza di vecchi fabbricati rurali diroccati e ruderi di villini dove i proprietari trascorrevano con le famiglie il periodo autunnale della vendemmia.

In alcuni fabbricati, non ancora demoliti dai nuovi viticoltori con nuove piantagioni e nuovi stabilimenti, si trovano tuttora, anche se non più usati, pigiatoi e vasche di fermentazione e per la svinatura, in muratura, vasche impermeabilizzate dall’intonaco (calce e pozzolana vulcanica). Nei vigneti di minore estensione non mancavano, allogati in grotte scavate nel tufo, un pigiatoio ed una vasca di raccolta del mosto e delle vinacce anche in muratura dove si pigiava l’uva per poi trasportarla in paese, a dorso d’asino, con i barili il mosto e coni i tinelli la vinaccia, allo scopo di vendere agli incettatori e a chi soleva provvedersene per il proprio fabbisogno, per l’intero anno e a buon prezzo.

Infatti, il prezzo di vendita veniva stabilito con riferimento alla “soma” di litri 286 e 2/3 per il vino fermentato, in rapporto a litri 314 e 2/3 di mosto più la vinaccia di una sola pigiatura.

L’incasso del contadino viticoltore non  superava le 50-60 lire a soma, fino al 1915, anno in cui subentrò l’economia di guerra.

Per la grande proprietà invece la fermentazione avveniva in campagna ed il vino veniva trasportato in barili, sempre a dorso di mulo, nelle cantine site nei paesi. La vendita non consentita prima del mese di febbraio per ragioni igieniche, si effettuava con la fornitura dei cantineri dettaglianti che dai paesi vicini ne facevano domanda.

Il commercio vinicolo, le nuove vigne, la fillossera.

E fu tra gli anni 1890-1895, con i mezzi di trasporto di quel tempo, che si iniziò l’attività del commercio vinicolo con le province dell’alta Lombardia prima, di tutta quella regione e del Piemonte poi.

In seguito, e precisamente a partire dal 1900, il commercio si incrementò. L’esportazione era alimentata dai vini rossi ed era rivolta verso Milano e Varese dove venivano messi in bottiglia e venduti col nome di “Rionero”. Il commercio vinicolo, comprendente più di tutte le uve, che per la buona resistenza sopportavano i lunghi viaggi in ceste, nel periodo vendemmiale, ed il vino, per tutto il resto dell’anno, andò gradatamente sempre più aumentando. Di pari passo continuò ad estendersi la coltura della vite pur mantenendosi entro i limiti delle contrade, capaci della buona resa qualitativa. Difatti le agevolazioni migratorie verso le Americhe, avevano indotto, alla fine dell’800, una gran parte di contadini lucani della zona del Vulture a partire per cercare lavoro in quei lontani continenti: molti di questi, dopo un periodo di quattro o cinque anni di forzati risparmi, tornarono in patria col preciso intendimento di “farsi la vigna”.

Tornarono con la casa e la vigna

per un letto di gramigna

da tanto lontano.

            E le vigne di estensione quasi sempre di poche decine di are sorsero in terreni acquistati ed ottenuti con contratti di enfiteusi. Col nuovo rapporto di lavoro e di investimenti vennero utilizzati per la coltura della vite altri terreni fino ad allora trascurati dalla grande proprietà.

Ma i commercianti del Nord trovarono che le uve, delle nuove vigne, avevano grappoli più turgidi (con minore tenore zuccherino) e quindi continuarono a comprare dai tradizionali produttori.

Le scorte di vino che rimanevano in provincia, invece, alimentavano un commercio più o meno intenso fra i diversi comuni.

Le uve, quasi esclusivamente “aglianico”, venivano esportate mediante l’opera intelligente e fattiva dei mediatori che le compravano e le spedivano nel nord in serbatoi.

Per iniziativa di un giovane commerciante di Rionero, tale Michele Palese, si iniziò anche il commercio con gli Stati Uniti con la spedizione in questi paesi di importanti quantità di uva Aglianico. Il Palese era in rapporti commerciali con un certo Tommaso Aquino, residente negli Stati Uniti. A costui il Palese spedì, da quanto si è potuto appurare, nel 1922, 400 q.li di uva, nel 1923, 800 q.li, nel 1924, 5000 q.li e nel 1925 ancora maggior quantità.

Pare che l’attività del Palese fosse stata stroncata, infine, dal fatto che il sig. Aquino, avendo ricevuto una intera partita di uva avariatasi durante il viaggio, non potè corrispondergli l’intero importo. Altre notizie invece sostengono che la lodevole iniziativa si affievolì a causa della dura politica del protezionismo americano; difatti, il governo degli Stati Uniti, su pressione dei produttori della California che si consideravano afflitti da crisi di super produzione, emanò un’ordinanza con cui assoggettava l’uva spedita in barili ad un trattamento doganale assolutamente proibitivo, colpendola con la stessa tariffa del mosto d’uva (ad esempio, dollari 2,15 per gallone – £. 3.78 – di mosto che conteneva il 24% di zucchero). Si trattava, scrisse in seguito il dott. G. Gallucci, di un altro passo sulla via dell’eccessivo protezionismo compiuto dagli Stati Uniti, al fine di escludere i prodotti di ogni atro paese, salvo a pretendere di vendere all’estero i propri.

La fillossera, che già dal 1921/22 aveva invaso le Puglie avvicinandosi man mano da Levante, fece trasferire nei paesi più prossimi al Vulture il movimento commerciale vinicolo. Così il prof. Briganti: “da gran tempo i commercianti del Nord Italia, e particolarmente dal Piemonte, scendono ad ogni vendemmia nella zona del Vulture per fare larghi acquisti di uve e mosti, che, vinificati e manipolati abilmente, vanno ad aumentare degnamente lassù le disponibilità locali dell’ottimo Barbera.

La coltivazione della vite, in quella zona bellissima ed interessante, come ormai in tutta la Basilicata, è fortemente insidiata dalla fillossera, che distrugge inesorabilmente, con minore o maggiore quantità, anche le più giovani, vigorose e lussureggianti piantagioni”.

Gradualmente tra il 1925 ed il 1929 la fillossera, come era da aspettarselo, invase anche le vigne di queste zone. La disoccupazione e la miseria che ne derivarono, toccando tutti i ceti sociali, poiché la vite costituiva, come del resto ancor oggi, la fonte essenziale di reddito dei viticultori e della popolazione, e la crisi economica di quel periodo, fecero affluire, nelle file dei volontari per l’Africa Orientale, la maggior parte dei braccianti e dei contadini. Il ricordo di una tale catastrofe per l’agricoltura lucana colpisce ancora l’immaginazione dei nostri poeti: “… e i corvi / a giro largo erano testimoni, / il transito celeste dell’uva / in bocca alla fillossera, / la fuga angusta dei passeri / che di cielo non ebbero / né un ramo né uno stemma”.

L

Condividi

Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Lascia un Commento