Noi lucani, con la strada, instauravamo un idillio indissolubile, nascevano e morivamo in essa. La definivano : “a strada meia”, perché ci apparteneva, come un familiare. Ogni casa aveva l’uscio e le finestre sulla strada, una pergola, sotto cui vivacchiare la sera con abbuffate di anguria bella rossa e rinfrescante. Ma già dal mattino, uniti o divisi, per fasce di età, si era in strada per iniziare quel rapporto quotidiano con essa. Già con i bimbi, con il loro giocare, gaio, chiassoso e la loro ricerca, l’inventarsi, un nuovo gioco, era un rituale. Là, nella strada, un filo di erba, diventava una trombetta, un rametto arcuato diventava un archibugio, un rametto biforcuto diveniva una fionda, un cerchione di bicicletta diveniva un’automobile. La sabbia dei muratori, appena scaricata dagli autocarri, diventa l’autodromo di Monza per le macchine e per i trenini, ricavati da scatolette di sardine. Per i ragazzi, la strada diveniva lo stadio di San Siro: tutti a rincorrere un pallone, o a saltarsi addosso l’un l’altro al grido di uno, monta la Luna, due, monta il bue tre monta il Re, Quattro……cinque…… Le ragazze, con la pelle olivastra , il colore del sud, filavano la lana con le nonne, le future spose ricamavano il corredo con le mamme. Gli uomini disoccupati arrotolavano il tabacco nelle cartine, e parlavano di Coppi e Bartali, quelli che lavoravano, erano in canottiera e portavano un capello di giornale sul capo, i passanti davano il saluto e scambiavano convenevoli, a volte giungeva anche qualche incollerito per qualcosa che era andato storto: il suo imprecare, destava curiosità e fioccavano le domande dei presenti. Suscitava ilarità il passaggio del “signorinello””,rampollo di ricca famiglia, ben eretto sulla giumenta, risatine e sfottò, non mancavano al suo passaggio, ma lui, fiero, procedeva indefesso !!!. La strada, diveniva vetrina per la statua del Santo portato in processione, per gli sposi, per il defunto e pure per il variopinto Carnevale: tutti allegri e mascherati, contenti e felici nella strada del borgo. Un tempo, purtroppo perduto, che le sagre e le feste tentano di far rivivere al giorno d’oggi. Sforzi inutili, visto che le strade sono seppellite da miriadi di automobili e che i bambini ormai giocano con moderni apparati elettronici. ( ricordi di Domenico Friolo, da Rotondella)
STRADE DEL SUD
Dove nacqui,
all’alba, le porte,
venivano aperte.
Con dolcezza,
le strade,
entravano in casa.
E le strade
diventavano
la nostra casa.
(Domenico Friolo)
