TRA GINESTRE E CAVALLI, SAN GERARDO E LA PARATA DEI TURCHI

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l’edizione 2024

Saranno oltre 1.200 i figuranti della ‘Storica parata dei Turchi’ di Potenza. L’evento di stasera, come da tradizione, , rappresenta il clou della festa patronale in onore di San Gerardo che animerà il capoluogo lucano  fino al giorno 30 con la processione religiosa e il concerto per i più giovani organizzato dal Comune.

“Per questa edizione- dice l’assessore D’Ottavio- abbiamo messo in atto una organizzazione enorme, anche con l’ausilio di tutte le associazioni cittadine. Abbiamo ridotto la lunghezza della parata e curato ogni minimo dettaglio, attraverso abiti importanti che vestiranno 820 figuranti, con l’allestimento di tre maxi schermi, attrezzando tre aree per le persone con disabilità, e prevedendo un piano di sicurezza imponente”, ha detto D’Ottavio. Lla Parata prenderà il via alle 19 del 29 maggio dallo stadio ‘Viviani’ e si concluderà con l’accensione della Iaccara, simbolo della sfilata, intorno alle ore 23 in piazza Matteotti, dopo la benedizione del Santo nella piazza della Cattedrale.

LUCIO TUFANO 

 

Non credo valga più la pena di arrovellarsi sulla veridicità storica, quanto invece su quella antropologica, ancora del tutto inesplorata.

La storia ci insegna, come la festa vada celebrata senza infingimenti o alterazioni, bensì scrutata e ripresa dal suo angolo popolare, sacro e nazionale, e nella sua caratterialità antropologica, compito non facile per chi non sa di antropologia, senza trascurare gli altri suoi aspetti innovativi, di mode, usi, luoghi o territorio e società.

È vero, è dalla storia che abbiamo recepito vicende, culture, fatti e trucchi per resistere al tempo, alle contaminazioni, nel culto della fede e della memoria, rispetto alle generazioni sopravvenute, spesso superficiali ed esibizioniste, dimostrando come il tempo non sia affatto quella entità plasmabile e da violentare a nostrfesta-di-potenzao piacimento, bensì inesorabilmente omogenea ed uniforme che le macchine e gli strumenti ideati dal progresso, la volontà di produzione degli uomini, hanno cercato di restituire, nella sua integrità, alle nostre attente rievocazioni. Specie quando scopriamo come il tempo muti con il mutare dei suoi livelli e criteri di misurazione, d’impiego e di consumo …

Del resto, Jacques Le Goff, a proposito del medioevo, ci ha indicato quanto il “tempo della chiesa”, fosse diverso, nel suo uso, nella sua struttura e nella sua rievocazione, dal “tempo del mercante”.

Sono gli antropologi a ricordarci come le categorie della tradizione, del passato e della mentalità, siano inseparabili tra loro e come l’una vada ripensata sempre in correlazione con le altre, scevre da apporti artificiosi o estranei alla nostra cultura, per farne arredo sofisticato alla eccessiva ridondanza di un fatto spettacolare.images02QZKMUR

In verità, il tempo dovrebbe scorrere attraverso le sue rievocazioni, senza compromettere l’autenticità e la libertà della memoria.

È per questo che, l’aver inflazionato una manifestazione, che avrebbe dovuto, malgrado i molti decenni trascorsi, far risaltare la sua autenticità, senza toni, simboli e metafore importati da altre comunità, ed avrebbe dovuto far emergere significati ed aspetti connessi ai dati antropologici che in essa sono da far riesumare e valorizzare: il grottesco di alcune figure, la partecipazione dei mulattieri, i turcomanni delle campagne in catene, truci e minacciosi, l’aerostato descritto da Cesare Malpica nel suo “Turchi per aria”, diario di viaggio, 1847, la campana che rintocca sulla coffa della nave, la goffaggine, la baDSC_0050ldoria ed il burlesco, le allegorie sociali ed il senso di rivolta contro il conformismo ed il potere, ecc. ecc., restituendo la parata dei turchi alla sua laicità maschilista, alle voci cavernose, ai petti villosi, ai fiaschi di vino branditi sulle cavalcature, ai fumi di pipe e tabacco, al sudore di omaccioni con barbe e turbanti, all’acre odore di membra in sudore, ai volti prognati, ai fischi ed agli scuriazzi … infine all’afflato poetico.

Ma ognuno che ne parla e ne scrive è chiuso nel suo orgoglio talebano e non si accinge a citare o a considerare quanto gli altri “di buona cultura” da decenni vanno scrivendo, specie quando vengono adottati validi e stimolanti brevetti come quelli di Francesco Cappiello e Raffaele Riviello.

Ci appare infatti, opportuna una riedizione, alla guisa di come Garcia Lorca descrive qualche festa sacra della sua terra, rilevandone gli splendori, le tinte sgargianti di stoffe e fiori, le statue dei santi …

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Riportiamo quindi Folkstory, tra storia e cronaca, ricavata dai vecchi giornali dell’800 e del ‘900, alcune descrizioni della festa in vera chiave lirica.

 * *

Dalle fucine, degli antichi fabbri, dal tempo dei briganti scuri e degli asceti bianchi, dei castelli ammantati di tempesta e di mistero, delle ballate cadute dai veroni, dal tempo delle bare custodite nelle sale, delle saghe pagane, delle nenie lontane, le ginestre si violentano nel sole. Alle filande rumorose calano le compagnie dei tosatori e le ghinee riempiono i forzieri degli allevatori, le jaccare degli sterpi e delle canne affogano le case nei bagliori. Il ministero del vescovo Gerardo sui teneri cespugli dello spiganardo. Alle finestre le ragazze, i seni trafitti dagli aghi delle streghe, le labbra cucite dalla bava dei calabroni, BmZdThKCYAEMEvKattendono il passaggio dei satiri cafoni venuti dai torrenti.

Nella processione lenta del milleottocentotrenta si vestono di piume, si adornano di pietre verdi e gialle, di tutti gli indumenti della festa i folletti fatti scendere dai letti nel fragore della cartapesta.  Lo squadrone delle sciabole nude scorta la livrea del Duca della Verdura. Al fragore dei mortaretti l’aerostato si spacca in frantumi di palloni rossi.

Il rauco e discorde suono della banda di Avellino integra la vecchia fiaba di tamburi e di pifferi del potentino. I timidi tepori di primavera dissolvono i fuochi artificiali della sera.

Nel milleottocentonovantadue la tristezza coinvolge i santi per mancata ricchezza.

I turchi sfilano miseri e stremati. Tra i gigli il granturco ostenta i suoi crini di rame.

Milleottocentonovantesette, nella sera che precede da ogni porta muovono i muli bardati verso la cattedrale di pietre e di giacinti, di trine e coperte decorate, di gualdrappe, o, guidati da mulattieri camuffati. Le torce nel vento riempiono l’aria di fumo e di luce rossastra. Li cavalcano con le corazze, gli elmi dorati e le ali infreddolite, gli assonnati bambini dei contadini. Le corse dei cavalli per via Napoli.  La valle del Basento rintrona nei fuochi i concerti delle piazze.

Milleottocentonovantanove, un’ora di sole contro la nuvolaglia, le acquerugiole sulla paglia, tra i fiori le musiche di Puglia. A passo di marcia sale sulla guglia la Banda Rossa di Muro Lucano. Per San Gerardo nero si fregano le mani gli ambulanti, gettate nella morra dei numeri imprecanti. Sulle ringhiere gli zingari cianciano di fiere, i trainieri barcollano sotto il carico dei ceri.

Millenovecentodue, flauti di piccole mani anticipano le bande di San Severo, di Francavilla Fontana. Via Pretoria è ancora un incontro – l’antico e silenzioso amore dei potentini – la fuga di via Mazzini. Le vesti sgargianti, gli abiti pontificali, lillipuziane armature scintillanti di guerrieri alati, di mori in fez e turbanti, i cavalli infestonati sulla, groppa con cinghie zeppe di campanelli e sonagli, i palafrenieri sulla rocca. Nel baccano il Gran Turco sornione si fuma la barba di stoppa.

Millenovecentocinque, dalla semplice botanica delle siepi il profumo tenue: le contadine recano i canestri di ginestre. Piovono i coralli con la polvere di sole, tentennano le statue col paliotto.  Oltre i vicoli s’apre una campagna di girasole.BmZdThKCYAEMEvK

Millenovecentosette. Dischi di ottone degradanti, sonagli, grancassa, tamburo e piattini, bandisti fiacchi, e gonfiatori di corni da caccia, di tromboni, pettorute uniformi a coda di rondine. La sera si illumina con cento, mille lampioncini di carte e di vetro colorato … lumi, colori nella notte, centinaia di “fanòi”, ammassi di sarmenti, cannucce e scroppi in fiamme, il fumo denso e amaro dei fuochi crepitanti.

Millenovecentoventi, ritti sulle tolde dei traini, in camicia e panciotto, le lunghe boccate delle pipe bruciano gli origani. Tornano i mulattieri alle inzuppate verdure di monte. Sulla navicella dalle grandi ruote scrutano gli incendi alle boscaglie. Lenze scaraventate nel fiume d’aria gli “scuriazzi” schioccano serenate. Ruotano i traini sulle rotabili alla fine del giorno per il rientro nei fiochi porti di città.

Millenovecentotrenta, dai vicoli strapieni di carte colorate nei timidi tepori dalle zaffate d’aria, affollate di sole le vesti fiorate, per un antico principio esce dal Municipio il Capitano delle Guardie. “San Gerardo è protettore di Potenza generale” dondola nel sole con la fascia tricolore, e luccicano i rubini delle tiare.

Il fiore di ginestra spira dai colli di Giarrossa. Nel calpestio polveroso, subissato dall’antritaro, e dal vociare del gazzosaio, trionfale e ateo, vicino al cirriglio si erge nodoso il palo della cuccagna. L’imbambolato fustagno porta la cantata nasale, la pazzia del divaricato gilet la tarantata dell’organetto giallo, marrone e blue, un malinconico velluto alla ventitrè. È verde la montagna con le voglie di vino, trafelata di gioia, tra i tronchi della gloria, l’erbosa scarpata della guerra di brigata. Segnaletica degli incontri, le siepi sono intricati giochi d’amore. Sotto le pance dei balconi si consuma il sogno andaluso di Potenza.

Millenovecento e … I pirotecnici magistrali disegnatori del fuoco, riempiono la nera notte con scenari di colori e detonazioni: le carcasse, le castagnole, le corone di luci folgoranti, le scritte e le comete esplodenti, gli sprazzi di scintille. La folla assorta con la testa in aria, in attesa: “passato lu sant passata la festa”.

Ma i fuochi sono la tradizionale baldoria del paese e del rione. Si stabiliscono gaie tra i fuochisti di Tolve e di Laurenzana. L’uno vive l’altro per il finale assordante e per gli strappi di cielo che rintronano di paese in paese come le rivoluzioni che si consumano tracannando i bicchieri e il vento delle bestemmie spegne le candele dei santi.

Varcano il confine ad ogni esplosione, la corsa dei boati che si propagano nel cielo, fino a giungere li dove c’è la fortuna, il  pianeta invisibile della ricchezza. E dopo molte serate di fiaschi ed i fuochi partono per andare li dove certamente l’amore si fa.

Ora le maschere sono un modo di esorcizzare le invasioni, le umiliazioni. Sono metafore dell’assedio il rovescio del potere, l’angustia delle leggi: perciò l’ebbrezza dei mulattieri e dei contadini; una serata di dominio. La città è in preda alle torce, al vino, al naso e agli zigomi paonazzi. I clown in divisa povera, nell’ira, hanno occupato la città.

Una rappresaglia per gioco … Venivano dalle campagne, pastori, boscaioli e mulattieri a candidarsi a recitare il ruolo del Gran Turco.

foto di angelo berardi, archivio motta,

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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