Tragedia del treno 8017 nella Galleria delle Armi tra Balvano e Bella Muro: Il più grave disastro ferroviario italiano

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Episodi accaduti in Basilicata durante la seconda guerra mondiale- Tragedia del treno 8017 nella Galleria delle Armi tra Balvano e Bella Muro: Il più grave disastro ferroviario italiano.

di Vittorio Basentini

Tra gli episodi più dolorosi accaduti in Basilicata durante la seconda guerra mondiale si ricorda con commozione la tragedia del treno 8017 nella Galleria delle Armi tra Balvano e Bella Muro .

 Sono trascorsi 75 anni dalla spaventosa sciagura del treno 8017, che ebbe il suo epilogo nella“Galleria delle Armi”, sulla linea Battipaglia -Potenza il 3 marzo 1944.

Pochi sanno che fu la più grande sciagura ferroviaria di tutti i tempi, ancora oggi il computo esatto dei morti è incerto, ma sicuramente superiore alle 500 unità.

Siamo nel 1944, l’Italia è divisa in due, al Sud ci sono gli alleati e al Nord i nazifascisti.

È un Italia povera, disastrata da una guerra che aveva messo in ginocchio l’intera popolazione italiana.

La gente che si trovava sul treno 8017 proveniva da Napoli e si recava provincia in Basilicata con l’intendo di  acquistare qualcosa con la “borsa nera”.

Nel primo pomeriggio del 2 marzo il treno merci speciale 8017, creato per caricare legname, partì dalla stazione centrale di Napoli con direzione  Potenza.

Sul treno salirono centinaia di viaggiatori clandestini che, nell’entroterra dei paesi di montagna lucani, speravano di poter acquistare derrate alimentari locali in cambio di sigari e caffè distribuiti dagli americani, che avevano liberato la regione Basilicata dai tedeschi.

Il carico delle persone che si trovavano sul treno influiva notevolmente sul peso del treno, portando a superare le seicento tonnellate.

Nella “Galleria delle Armi”, esattamente tra Balvano e Bella Muro, a causa dell’eccessiva umidità le ruote del treno cominciarono a slittare per la perdita di aderenza, cosicchè il treno, trovandosi in un tratto in salita, perse velocità e rimase bloccato all’interno della galleria, solamente due dei vagoni rimasero fuori dalla galleria.

Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia svilupparono grandi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico, provocando disagi estremi ai viaggiatori,facendo perdere i sensi al personale della macchina e a molti passeggeri che stavano dormendo.

Il bilancio della tragedia risulta oggi ancora impossibile da accertare ed è oggetto di controversie: il bilancio ufficiale dell’epoca parlava di 501 passeggeri, 8 militari e 7 ferrovieri morti, ma alcune ipotesi arrivano a considerare oltre 600 vittime, molte delle quali non vennero riconosciute.

Le persone che erano vennero allineate sulla banchina della stazione di Balvano e poi sepolte senza funerali nel cimitero del paesino in quattro fosse comuni, gli agenti ferroviari, invece,vennero sepolti a Salerno.

Si è avuta notizia, infine, che molti dei sopravvissuti riportarono gravi sconvolgimenti mentali.

Riportiamo la nota di uno dei sopravvissuti tratta dal sito della storia delle Ferrovie dello Stato.

 Il ricordo di Matteo Federico, uno dei soprevvissuti.

Mi chiamo Federico Matteo, ho 82 anni, sono un pensionato dello Stato, figlio di un dipendente statale e risiedo a Roma da oltre cinquant’anni.

Nel Settembre del 1943 mi trovavo militare a Pisino in provincia di Pola.

Il giorno 9 dello stesso mese, unitamente ad altri militari, fui catturato dai ribelli “Titini” solo per pochi giorni, perché insieme ad altri cinque o sei militari riuscì a scappare.

Tornato a casa trovai la famiglia sfollata a Boronissi in provincia di Salerno.

La famiglia era composta da otto persone e, a causa dei bombardamenti si campava con un etto di pane a testa, e farina e piselli. Nel frattempo la città di Salerno era stata invasa da militari americani inglesi, marocchini etc., quindi la fame regnava sovrana.

In ragione di ciò pensammo di andare a trovare dei parenti in provincia di Potenza.

Il 2 marzo del 1944 partimmo con un treno che era composto da carri merci per Potenza. Eravamo in cinque: il sottoscritto Federico Matteo, mia madre D’Auria Giuseppina, mio fratello Federico Gennaro, mio zio D’Auria Bernardino e mia cugina D’Auria Vita.

Era una serata piovigginosa, il treno ad un certo punto inizio ad arrampicarsi su per la montagna, e di conseguenza la velocità andava diminuendo. Iniziò a nevicare. Arrivati sotto una galleria il treno sbuffava sempre di più cercando di vincere la pendenza. La produzione del vapore andava aumentando e il fumo invase i vagoni. Allarmato da ciò dissi a mia madre ed agli altri di mettersi un fazzoletto davanti alla bocca, ma questo mio consiglio arrivò tardi, mi accasciai su gli altri e qui finisce il mio ricordo di quel momento tragico.

Alcuni giorni dopo mi svegliai nell’Ospedale di Potenza, al momento non ricordavo nulla.

Domandai ai vicini di letto se ero stato ferito in guerra; qualcuno mi rispose che mi trovavo su di treno rimasto sotto una galleria, e dove erano morti 600 passeggeri.

Era il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, fuori vi era tanta neve grigia di fuliggine. Il Vesuvio aveva eruttato ed i lapilli erano arrivati fino a Potenza.

Dopo qualche giorno venne mio padre con un amico in macchina, e mi riportò a casa , dove mi parlò della tragedia avvenuta.

Nel mese di novembre, per la ricorrenza dei defunti, ritornai a Balvano.

Nella circostanza andai anche alla Caserma dei Carabinieri per sapere qualcosa in merito all’accaduto e per sapere che fine avessero fatto i miei bagagli.

Un carabiniere guardandomi mi disse che se ero vivo lo dovevo a lui.

Uscito dalla caserma incontrai una ragazza che mi guardò e mi disse: “E tu sei ancora vivo?” ed io risposi: “Perché tu mi conosci?”, lei mi rispose: “Se sei vivo lo devi a me”.

Poiché quella frase l’avevo già sentita pronunciare da un’altra persona gli domandai chi dovevo ringraziare per il resto della mia vita. A questa mia domanda lei si arrabbiò molto, e mi disse che l’altra persona gli diceva di lasciarmi stare perché ero già morto, invece lei mi aveva visto muovere un braccio, nonostante le rimostranze del carabiniere, mi tirò fuori dal mucchio dei cadaveri.

Quella ragazza si chiamava Carmelina Di Staso; ora si trova tra gli Angeli del Paradiso, precocemente chiamata da Nostro Signore. Grazie a Carmelina ricevetti le cure necessarie e tempestive che mi permisero di sopravvivere.

Vorrei precisare che la nostra famiglia non ha ricevuto neanche una lira delle 320 mila elargite per i danni di cui si parla in questa fotocopia di un ritaglio di giornale datato 29.02.2004.

Vi mando queste due righe a ricordo di una tragedia che ha profondamente segnato la vita della mia famiglia, ricordo mia madre. Presa tra mille difficoltà per dare da mangiare hai suoi sei figli, e mio fratello piccolo, mia cugina piena di voglia di vivere, a mio zio.

Vi ringrazio per il Vostro operato, per far rimanere vivo il ricordo di quella immane tragedia rimasta impunita. Cordiali Saluti.

Federico Matteo

 

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