TRAME E FIGURE DELLA COMMEDIA SOCIALE

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LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

Le folle si commuovono, si divertono, si esaltano allo spettacolo del teatro che si adegua alla vita della gente e riporta tutto ciò che caratterizza il vivere. Una didattica importante sia quando evidenzia le brutture umane, sia quando mette in risalto le virtù, sia quando suscita la risata, rilevando i nostri vizi e i difetti, sia quando rappresenta le abitudini, le usanze, la mentalità, le più strane convinzioni, credenze e consuetudini di un popolo.

Saggezza e virtù si trovano anche nelle forme più popolari del teatro in quei fantocci così facili a dar bastonate sulle teste di legno dei loro compagni Gioppino, Gianduia, Meneghino, Pulcinella. Maschere proprie di ogni regione, che mandano ancora in visibilio il pubblico, che sono le genuine rappresentanti del buon senso e della arguzia popolare. E i nostri Chiodd Chiodd, Zampaglione, Miseria, Schiff non potrebbero non essere del nostro teatro popolare, se gli intellettuali, quelli che si spacciano per tali, smettessero una volta per tutte di ruotare attorno al levismo ed allo scotellarismo, di rompersi la testa sugli anagrammi della falsa poesia e se i nostri commediografi e operatori di teatro avessero il gusto e la capacità, la fantasia di animare una condizione del teatro locale, creando maschere di ambiente e dell’arte, personaggi e trame ispirate ai fatti del nostro microcosmo, del nostro mondo, anch’esso ricco di spunti e di trovate. Purtroppo viviamo in una comunità dissociata dove l’antica e troppo accentuata distinzione di classe, ha lasciato – con l’avvento del magma piccoloborghese – spazio e possibilità ad invidie, rancori e gelosie tra gruppi ed individui, professionisti e cittadini anche validi della cultura e della politica, sempre presi dai medesimi fervori, dalle medesime ambizioni, senza distinzioni e senza creatività, ma che affossano o ignorano la pianta del talento lì dove potrebbe allignare, per celebrare i riti dell’artificio, della importazione elitaria del prodotto esterno, per manifestare interesse o ammirazione ai così detti divi della televisione o ai nomi della grande editoria o del giornalismo, o addirittura spesso attorno agli sciocchi, mai cessando di porsi al centro della attenzione o di far crescere il proprio potere, o il proprio ego di provincia.

Ci fu un tempo in cui dai costoni delle vigne venivano panieri di stagione, erbe nostrane e di sapore amaro. Entravano i goffi contadini e le giumente, i vinaspri abboccati di muscatiedda e sorbe, i soprannomi ed i sarmenti, le fascine di bosco, gli odori di basilico e di menta, gli annodati maccaturi di sedano e formaggio.

Entrava la cultura della madia e delle foglie, l’aria silvana e le amarene ad inghirlandare gli ispidi capelli ai fauni delle ringhiere. Venivano così, le visciledde a frotte, ad intrecciare le ceste della festa, a preparare i cinti e il grano giallo sugli altari.

Nei giochi di rione e “fuori porta”, ora, sentiamo di poter parlare col padre e con la madre, di ritornare al cuore antico, ai ventricoli di sole e ragnatele. Abbiamo ora bisogno di ridere sui fatti rotti sotto il muraglione, ad ascoltare il brontolio incessante del mulino che macina gli anni di San Gerardo immobile. Ora vorremmo di nuovo camminare sulle canzoni delle fanciulle per via meridionale. Ora chiedeteci: chi scola? Tutti i Santi!

Risponderemo ancora. Nun so sta io, è sta la vecchia! Mentre s’accosta il buio alle imperterrite voci della sera. Ora raccogliamo una delle storie del teatro-città, della città microcosmo, nei suoi spazi angusti, nei suoi gesti e nei suoni del nostro più intimo comunicare, nel modo di tramandare, tra porte e famiglie, il desiderio di vivere e di voler vivere, il rammarico di dover morire. Città dai fragili confini tra cinta urbana e campagna. Ecco perché il discorso, penetrato da Portasalza e da San Luca, ha dimorato nelle case, ha operato nella piazzetta e nei rapporti di vicinato e dei parenti, tessendo il trafelato sentimento del nostro imbastito racconto.

La maschera napoletana

Pulcinella è una maschera cosmopolita, Pulcinella a Napoli, Pulicinella in tutto il resto d’Italia, Pulichinelle in Francia, Punch in Inghilterra, Hans Wurst in Germania, Don Pulichinelo in Spagna, indossa un sacco di tela e canapa, stretto alla vita da uno spago, ha in testa un cencio di berretto e la faccia sporca di nerofumo, col naso adunco e una vistosa gobba. Servile, allegro e mesto, mordace e tonto, goffo, vile, ingordo e buono, ardito e buffo.

In Acerra, presso Napoli, aveva bottega una friggitrice di pesce e doveva aver figlio, quando, nel pomeriggio d’una giornata di grande estate, oppressa dal caldo, abbrustolita dal fuoco dei fornelli, arsa la gola dalle esalazioni dell’olio fritto, sentì voglia irresistibile di bere: chiamò ad alta voce una sua vicina, venditrice di vino, che le desse un bicchiere, e nell’attesa, seguitò a rivoltare il pesce con una mano e si passò l’altra più volte sulla faccia per tergersi il sudore.

Il figliolo che nacque dalla friggitrice ebbe la faccia tutta nera dalla radice dei capelli alla bocca, lì dove era passata la mano della mamma. Si chiamò Paolo e, dal cognome del padre Paolo Cinelli o Cianelli; crebbe vispo e allegro nonostante le contumelie ond’era fatto segno dai monelli della sua età a cagione della macchia; e questa fu la circostanza alla quale egli dovette la propria fortuna e celebrità, perché un giorno, per sottrarsi ai suoi persecutori, vista una carrozza scoperta con un signore solo, spiccò un salto prodigioso andando a cascare ritto proprio vicino all’illustre incognito, il quale sorpreso da tanta destrezza e stupito dalla vivacità e prontezza delle sue risposte, lo tenne con sé per un po’ di tempo e poi lo affidò al celebre capocomico Tiberio Fiorilli che da tempo, alla corte di Francia, sosteneva la parte di Scaramuccia e trovandosi di passaggio a Napoli (Scaramuccia o Scaramuzza, altra famosa maschera napoletana). Egli impiegò Paolo come servitorello e se lo portò a Parigi, facendolo anche comparire con successo sul palcoscenico. Da allora Paolo Cinelli divenne Policinella. Altri dicono che Paulo Cinella, recitava a Napoli ai tempi di Carlo d’Angiò. Dicono ancora che Pulcinella derivi dal latino Pullus, o dal francese Poulet. Un famoso comico napoletano Antonio Petito, artista di grande ingegno e di gran cuore e che ebbe un proprio teatro, il San Carlino, lo rese famosissimo.

Perché Napoli ha il suo Pulcinella che ha animato il teatro popolare e noi non dovremmo avere un Sarachella? L’uno espressione di una povertà alimentare e globale confortata da una sola ricchezza, gli spaghetti, l’altro espressione di una fame più crudele che aveva come conforto il solo pezzo di pane. Certo, Napoli è una antica capitale, una metropoli del Sud, che ha avuto il re e il mare, abitata da una umanità tumultuosa, da moltitudini animate che hanno il teatro nel sangue, nel carattere e nella mentalità. Un teatro che fa parte del modo di vivere dei suoi cittadini ed una città splendida dal retroterra ricco di frutti e di paesaggi. E noi siamo un po’ debitori di Napoli. Il comicismo infatti si inserì nel potentino proprio per la comica importata da quella città.

Fu una comicità, la nostra, insidiata costantemente dalla pigrizia, dal clima e dal provincialismo, diventando sarcasmo e maldicenza, quelli dei caffè e degli ambienti più angusti della città.

Era quasi necessario un simile raffronto, scandagliando i fondali dell’antroponimia potentina: le tantissime voci di soprannomi e nomignoli, metafore ironiche di un’anagrafe grottesca, provenienti da specifiche contrade della campagna, espressioni gergali legate ad usi ed abitudini scomparsi.

Sono gli elementi innumeri della fiaba agreste, di stalle e stallatico, di fieno e fienile, di pagliai e mucche, di aie e concimaie. Espressioni gergali di un mondo che fu.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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