ULTIMI, LA DISARMONIA DEI PLATANI

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gerardo acierno

Nel suo quotidiano vagabondare, Giulio C. si affaccia spesso al ‘Circolo’, per un saluto, una pacca sulle spalle o per ricevere un sorriso che i soci non gli fanno mai mancare. Gli piace consumare spiccioli di giornata con chi ripete con un tono a metà tra l’esortazione e il rimprovero: “ continua a volare come un Cardillo!”

    Ex – operaio di un’azienda chimica  fallita, Giulio ha sempre cercato di industriarsi, di darsi da fare. Non gli è andata granché bene.

    Da bambino aspirava a diventare scrittore/poeta; di nascosto scriveva poesie e pensieri sparsi dentro quadernoni con la copertina rossa. Un giorno la prof. di matematica gli sequestrò tutto il materiale dicendo con sadica soddisfazione: ‘carmina non dant panem’. Il piccolo Giulio non capì e tuttavia non pianse né in classe né a casa. Da quel giorno, però, la smise di poetare.

    Da giovane magazziniere, andò a lavorare in una farmacia della città. Amava sistemare le confezioni multidimensionali di antipiretici e cerotti, anticoagulanti e farmaci salvavita in modo disordinato, un disordine regolato – diceva lui – una disarmonia anche bella da vedere che però non piacque al dottore-proprietario il quale, dopo due settimane, lo licenziò.

     In seguito ha fatto l’operaio ma per colpa di disastri, suoi e anche di altri, dopo la chiusura della fabbrica è finito ad ingrossare  le  fila  dei  tanti  che  se  ne stanno in giro per le strade del paese.

    L’altra sera è incappato in una incredibile disavventura. Senza rendersene conto, s’è completamente bagnato dentro i pantaloni. La cosa, naturalmente sgradevole, lo ha gettato nel più totale sconforto. Piegato in avanti, la testa tra le mani, lo sguardo annebbiato, dalla panchina del parco s’è messo a inseguire le ombre della notte.

    Aveva bevuto come una spugna per tutto il pomeriggio: birra, vino, grappa e altro ancora. Aveva fumato di tutto e tra calici di rosso, nuvole di canna, aveva aspramente discusso, battibeccato e addirittura sfiorato la rissa con Remo, suo vecchio compagno di scuola diventato ultimamene suo sodale di miserie. La vita di entrambi era piena di niente: niente lavoro, famiglia dissolta, solitudine, emarginazione, umiliazioni.

   Per ore i due compagni, appartati e distanti dal resto, avevano straparlato di destino, di passato, del tumultuoso loro presente, delle stramberie giovanili consumate senza né capo né coda, della loro decisione di evadere dalle cose comuni, insomma, del continuo fuggifuggi da tutto ciò che stava loro intorno perché incapaci di rifarsi un’esistenza dopo aver perduto il lavoro e con i sentimenti calpestati.

   Avevano rosicchiato culi di caciocavallo, patate fritte, tarallucci e continuato a bere, rintuzzandosi proprio come fanno i barboni incazzati per appropriarsi di una cicca ancora accesa, o come due senzatetto intristiti dal gelo, avvinghiati ad un unico cartone utile per  la notte. Avevano, infine, completato la giornata visitando la bettola di Pinuccio, dove gentaglia avvinazzata giocava alla morra e da dove erano stati sbattuti fuori appena finito il poco denaro a disposizione.

    Cotto a dovere, Giulio s’è ritrovato sulla panchina striata di rosso, il simbolo contro il femminicidio, voluta da un pugno di donne del posto e che mani fascio-nostalgiche avevano profanato con la scritta “W M.”

    Remo era sparito. “Fa sempre così quell’imbecille – aveva pensato Giulio – mai che dica un ciao quando va via, una buonanotte, un grugnito, cazzo! mai!”.

    I lampioni del corso illuminavano in modo incerto quella sua virgola di parco. Le case intorno ondeggiavano dentro la brezza sollevatasi alle spalle dei platani che inghirlandavano via maestra e aiuole; il chiosco delle bibite aveva le saracinesche tirate giù e le stelle sembravano essere sparite come per magia. Di tornare a casa non se ne parlava. Del resto nessuno c’era ad aspettarlo. Forse il solito gatto raggomitolato sulla soglia del portone, sicuramente il letto disfatto e il contatore della luce staccato.

     Ancora con il cavallo  zuppo, la sbornia che tardava a smaltirsi, Giulio ha iniziato a vaneggiare: ha intravisto i suoi, mamma e papà, chini intorno al vecchio focolare; combriccole di ragazzi guerreggiare dentro un cortile stracolmo di pietrisco; ha sentito zoccoli di muli;  e fissato un mare piatto che lo invitava al tuffo. Non ha provato neppure a contare i quarti dei lontani rintocchi dell’orologio della torre civica. Si è sentito sempre di più un individuo appartenente al nulla e verso il nulla destinato ad approdare. Poi, curiosamente, gli è venuta voglia di cercare risposte a una domanda: -Perché amo il disordine?-

      Non trovandole, ovviamente, e accumulandosi altri interrogativi nel suo indebolito pensiero, il suo marasma mentale si è addensato. Frastornato, Giulio ha posato lo sguardo sui platani del corso, apprezzandone l’imperfetto loro allineamento. Vestivano, certo, tutti la stessa divisa verde con la scorza giallognola fatta di macchie e bruciature ma questo battaglione di piante lo ha attirato per la sua imperfezione, per la sua disarmonia. Pur se maestosi, i platani gli sono sembrati giganti in pena, ripiegati, feriti. Le loro chiome, non così tondeggianti come di solito sono descritte, gli hanno ricordato le “messe in piega” di certe signore di mezza età acconciate alla meglio dalla parrucchiera del posto prima di una cerimonia importante. E per tutta la  notte ha continuato a sgranare rosari di parole che richiamavano la  disarmonia: contrasto, disaccordo, discordanza, dissonanza. Inoltre, ha continuato a fare paragoni, a tirare pseudo-filosofiche conclusioni. E’ stata una notte alimentata da serpeggiante malinconia ma per certi versi liberatoria, leggera, fino a quando non ha ceduto di  schianto  al  sonno.  

    All’alba, un merlo si è posato sulla sua spalla svegliandolo. Cercava le solite briciole di brioche seminate dalla mano tremante del mattiniero netturbino. Ha trovato Giulio. Deluso, il nero pennuto si è alzato in volo e a becco vuoto ha raggiunto i rami del platano più distante dall’infinito fetore di quell’uomo.

    Prima di riaddormentarsi, Giulio ha pensato che la visita del merlo, misteriosa e significativa, sarebbe stata la prima cosa da riferire a quell’imbecille di Remo appena fosse arrivato e si fosse sistemato sulla panchina in fondo al sentiero, in attesa di rispondere ad un suo eventuale cenno o alla sua amichevole chiamata. Ne avrebbero parlato.

 

 

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