UN GIORNO….NON PER CASO

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TERESA LETTIERI

TERESA LETTIERI

Ottobre è il mese della prevenzione e dei controlli al seno indetto dalla LILT ormai da tanti anni. E’ il mese dell’invito a tutte le donne a ridurre i rischi , ercando un pò di tempo per sottoporsi a visita di controllo. La prevenzione da una parte e la ricerca dall’altra hanno ridotto considerevolmente il tasso di mortalità di questa malattia, ma quelle che muoiono sono ancora tante, come tante ancora portano il loro fardello di sofferenze, a volte tenuto nascosto, minimizzato da comportamenti eroici di chi se ne esce in silenzio, senza far rumore e lasciando le luci accese. Teresa Lettieri ha scritto un racconto, che è un atto di amore verso una collega che non c’è più ma che noi prendiamo anche dal versante di quello che una storia così commovente può comunicare.

Adoravo il suo seno. Si. Era il seno grande e accogliente delle mamme ma anche il seno attraente di una donna, il seno che io avevo sempre desiderato da bambina ma che non avevo mai avuto, ridotta dalla sorte ad una misera seconda taglia. Spesso mi fermavo a guardarlo mentre lei, dall’altro lato della scrivania mi prendeva in giro e mi diceva che era esagerato, che le dava fastidio ed avrebbe voluto un seno come il mio. Lavoravamo insieme, l’una di fronte all’altra. Sapevamo quasi tutto di ciascuna, dei figli, dei mariti, delle passioni. A volte bastava solo guardarci per conoscere quale fosse l’umore del mattino e spesso il silenzio era l’ unica cosa a farci compagnia, al più rotto dopo qualche ora per insofferenza dell’una o dell’altra. Tutto finiva in una risata o in un pianto, a seconda di cosa fosse accaduto. E così fu anche quella mattina, quando mi disse che il ginecologo, al quale era ricorsa per una semplice irritazione, le aveva visitato il seno “visto che si trovava”. Le mani del medico, scorrendo nella palpazione si erano soffermate su un piccolo intruso che lo aveva allarmato e richiesto una mammografia d’urgenza. Gli incoraggiamenti che dal quel momento rappresentarono il “leitmotiv” delle nostre giornate erano evidentemente schiacciati da ciò che, inevitabilmente, cominciò a girare nella sua testa. Lei taceva, ma io che di lei ne conoscevo ogni espressione, ogni pensiero, ogni emozione, sapevo che dentro di sè era iniziata una lotta, pari o impari io non lo sapevo allora, contro chi o che cosa nemmeno. La conferma arrivò all’esito dell’esame mammografico che non escluse alcun dubbio e rappresentò una condanna alla vita che da quel momento in poi doveva essere vissuta. Doveva esserlo per lei e ciò che rappresentava, doveva esserlo per i suoi figli, per i suoi affetti ed anche un po’ per noi che l’aspettavamo al mattino in ufficio per condividere  una parte della sua giornata e della sua malattia. Forse di paura io ne avevo più di lei. Dovevi accogliere la sua, sebbene lei cercasse di mascherarla in ogni modo possibile per darsi e dare coraggio, e trasformarla in schifoso ottimismo. Poi cominci a pensare che al tuo

prossimo controllo potrebbe capitare anche a te e spesso lo eviti per non sentire, oppure ci vai di corsa per toglierti ogni dubbio. Ho vissuto tutte le sue terapie, tutte le sue TAC, tutte le sue risonanze magnetiche, le total body, con contrasto, senza contrasto, i consulti medici da vari esperti in vari posti. Ho vissuto i trend dei suoi marcatori tumorali, la sua gioia quando rientravano nella norma e i suoi pianti quando schizzavano oltre l’immaginabile. E’ stato come vivere perennemente sulle montagne russe, discese al limite della sopportazione e lente salite che ti facevano riprendere il respiro e pensare che tutto sommato c’era sempre una luce a farti andare avanti. Non dimenticherò mai, mentre ero al supermercato, la sua telefonata per raccontarmi dell’incontro con l’oncologo che doveva prescriverle la terapia. Cercavo di consolare inutilmente il suo rammarico per l’indifferenza con la quale il medico l’aveva accolta nonché trattata in quel frangente di visita come se fosse malata di bronchite e non di cancro. Le raccontavo una marea di sciocchezze su come un oncologo adottasse questo atteggiamento per non fare sue le situazioni di malattia dei pazienti, per fare in modo che non si trascinasse le diagnosi a casa, per non pensare alle giovani donne come lei, nel pieno della loro vita,che dopo il percorso chemioterapico avrebbe rivisto completamente ed inevitabilmente trasformate nel fisico e nella mente. Lui sapeva che miliardi di domande passavano e sostavano nella testa delle sue pazienti, sebbene una sola domanda fosse scritta sul volto di ognuna. Vivrò? A distanza di tempo mi sovviene pensare a questo medico che deve rispondere ad una domanda del genere e per quanto possa auspicare alle migliori prospettive non può rassicurare alcuna di quelle donne. Lui non sa se la “bestia” che portano dentro sarà costretta ad una resa, ma sa che promettere ciò che lui non può prevedere, nonostante i progressi in questo ambito siano stati enormi, è da illusionisti. E’ pure vero che, senza portarsi i pesi dei pazienti nella borsa da lavoro, un medico non debba comunque perdere quella parte di umanità che ti porta vicino al dramma

di chi lo sta vivendo. Trattare i pazienti come numeri, per difesa o per altri motivi, non credo che possa aiutare chi svolge questa professione che comunque porta con sè quella componente di comprensione e compassione che la rende singolare. Sapevo che qualunque cosa le raccontassi non avrebbe placato la sua delusione e nonostante l’ incontro con un altro oncologo, più “amorevole” verso di lei e la situazione, l ‘avesse rincuorata, decise di spostarsi in un ospedale vicino per portare avanti le sue cure. Bottiglie di liquido vivacemente colorato iniettate per cominciare e condurre la dura lotta contro quel qualcosa che nessuno di noi voleva concretamente accettare, identificare, nonostante la sua precisa connotazione e nominare, soprattutto in sua presenza. Il cellulare legittimamente spento dopo la seduta chemioterapica mi diceva che l’unica cosa che potevo fare era sopportare l’attesa. Attesa che, a dire il vero, era sempre lei ad interrompere contro le migliori aspettative. La vedevi piombare dopo solo 36 ore dalla terapia in ufficio come se stesse vivendo la vita di un’altra persona. Certo. Ne ho viste di lacrime scendere su quelle guance, nel silenzio e tra il ticchettio dei tasti del computer. Ne ho viste di domande sul quel viso fare la lotta tra loro e non con le risposte. Perché di risposte in quel momento non ne hai. Non si poteva sognare anche se il desiderio rimaneva. Non si poteva programmare anche se ogni volta si arrivava al 2048. Non si poteva più nulla. Contro questa impotenza, tuttavia, c’era il quotidiano da vivere. E lei come una guerriera senza pari, lo viveva senza abbandonare ciò che rappresentava il suo quotidiano. A cominciare dalle sue ore da trascorrere in ufficio, i compiti da svolgere con la sua bambina, le udienze al liceo con i professori del suo primogenito, le litigate con il marito per acquistare il telefonino di ultima generazione per il quale andava matta, la scelta dei regali di Natale da far trovare accuratamente sotto l’albero a tutti, la telefonata della mamma che ogni giorno le chiedeva cosale dovesse cucinare. La sua vita scorreva senza che fosse alterato alcuno degli equilibri che la rendevano femmina, donna, moglie, madre e professionista. Tutte le mattine, cascasse il mondo, qualunque cosa avesse doveva svolgere esattamente cosa si era prefissata quel giorno. Il “CANCRO” non le ha fatto mai paura. O meglio. Nessuno di noi ha mai percepito la paura che avesse.Tanta è stata la sua forza, la determinazione, il coraggio nell’affrontare, ogni mattina e per tutta la giornata, le angherie di un qualcosa di oscuro che vive dentro di te, che non è stato invitato, non è stato accolto, ma che è entrato, si è accomodato senza permesso e ha accavallato anche le gambe sul tavolo del tuo soggiorno. Gli devi preparare da mangiare, anche se lo avveleni tutti i giorni, lo porti a spasso con te, condividi con lui e solo con lui i tuoi pensieri più intimi anche se non vuoi, fà la doccia con te, ride con te e dorme con te. Si siede con te mentre scrivi con tua figlia la letterina a Babbo Natale e sebbene tu lo guardi con disprezzo, non si muove e ti sfida pure con il suo sguardo dove è anche impressa una data che tu ignori. Non sai se è la data in cui, o tu o lui, andrete via da lì. Inutile dire che ha scelto con me la parrucca che abbiamo acquistato appena i capelli hanno cominciato a rimanere tra i denti del pettine e sul cuscino o tra le mani, mentre le passava sul capo speranzosa di non trovarne nemmeno uno. Uscimmo quel pomeriggio come se dovessimo fare un giro di shopping. In giro per parrucche, chi l’avrebbe mai detto. Chi avrebbe mai pensato di scegliere su un catalogo quella più adatta per taglio e colore. Troppo corta, troppo lunga, troppo castana, troppo chiara. Il passaggio ai foulards nonché ai cappelli più disparati fu rapido ed altrettanto veloce il disfarsene appena arrivata a casa, incurante della presenza dei figli che erano stati informati del suo stato. Se la piccola, ovviamente, non poteva avere contezza di ciò che le mamma avesse, il figlio maggiore non era illudibile e non solo per l’ età ed il suo profondo acume, ma anche per la curiosità che lo spinse a cercare cose fosse la malattia della madre. Lui non chiese spiegazioni, ma le pose una sola ed unica domanda che probabilmente qualsiasi figlio avrebbe posto a sua madre: morirai? Lei è morta lo scorso dicembre mentre, immobilizzata a letto per le metastasi ossee che le avevano collassato la colonna vertebrale, pensava ai regali di Natale pur sapendo che non li avrebbe scartati come le altre volte. Lontana dalla sofferenza e lontana da noi.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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