Se c’è un partito, un movimento , una persona che voglia sapere da dove cominciare per salvare questo Paese, noi gli suggeriamo di cominciare dal ripristino dei concorsi nazionali per i dirigenti tutti, dello Stato , delle amministrazioni regionali, della sanità, della scuola . Concorsi nazionali senza eccezione alcuna: né per le regioni a Statuto speciale, né per il Comune di Teana, tanto per citare uno dei più piccoli. Questo non solo per sottrarre la selezione alla dicrezionalità dei politici, atteso il fatto che, ovviamente, più si avvicina la lente al territorio, più si riconoscono le facce dei concorrenti e più il partito o il leader si muovono per selezionare dal mucchio, ma perchè una dirigenza nazionale, vincitore di concorso, è di per sé l’ossatura dello Stato, con lo stesso Dna riconoscibile dovunque. Chi ha contezza del passato di questa nostra Repubblica, sa che nella scuola le cose hanno cominciato a peggiorare da quando al concorso nazionale si sono sostituiti i corsi abilitanti regionali. E così con i concorsi da dirigenti scolastici, così con quelli che hanno riguardato le materie trasferite, dall’agricoltura, al welfare, alla sanità. Le regole di bilancio hanno poi fatto fare una ulteriore scivolata alla qualità della burocrazia: nell’impossibilità di superare i vincoli di bilancio, si è consentito l’assunzione di personale a contratto. cococo, cocopro, che in nome della provvisorietà hanno occupato posti non partendo da quello che uno sapeva fare ma da quello che c’era da fare:professionalità passate da un settore all’altro , senza un minimo di rispondenza tra i corsi di studio fatti e le cose che c’erano da fare. Tutti i ministri che si sono insediati in questi quarant’anni sono partiti mettendo il paletto del concorso nazionale per tutti i dirigenti e hanno finito col doverlo smantellare di notte, sotto la pressione di Regioni e di partiti che, da varie parti dell’emiciclo parlamentare, le appoggiavano. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, come dimostra il dibattito sulla scarsa qualità della legislazione regionale e sul continuo intervento della Consulta. Mentre la burocrazia nazionale resiste , con l’autonomia che le deriva, dall’aver fatto un esame per essere funzionario dello Stato italiano, quella delle regioni e degli enti locali vive spesso,non sempre, senza l’orgoglio di potersi distinguere dalla politica che gli fa da scenario e con la quale deve fare i conti. E’ l’origine che fa la differenza. Se vogliamo una classe dirigente regionale all’altezza dei grandi servitori dello Stato, bisogna che passino tutti dal collo di bottiglia dei concorsi nazionali, i soli capaci di conferirgli ,oltre al posto di comando, quella autonomia che gli deriva dal considerarsi prima di tutto Servitore dello Stato italiano. Frazionando le competenze in materia di assunzione del personale dirigenziale si rischia anche di fare una burocrazia col vestito di Arlecchino. Rocco Rosa
UNA BUROCRAZIA COL VESTITO D’ARLECCHINO
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