UNA IDEA DI CITTA’ CAPOLUOGO – PARTE PRIMA

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di VALERIO GIAMBERSIO

Non so chi sarà il nuovo sindaco di Potenza.  Ma so quali sono i problemi della mia città.

Su questi problemi bisogna ripiegarsi perché Potenza sta vivendo un evidente momento di difficoltà.
Scrivo queste brevi considerazioni perché credo sia doveroso ricambiare quanto ho ricevuto da questa città e per puro amore ed attaccamento ai luoghi dove ho vissuto alcuni momenti felici e dove vorrei che anche i miei figli potessero avere l’opportunità di far crescere i propri sogni.  Lancio questo messaggio in bottiglia sperando, ma non illudendomi più di tanto, che sia letto e magari condiviso, anche solo in alcuni punti, da qualche candidato in cerca di programma.

Anzitutto va detto che i problemi di cui parlerò vanno affrontati con un respiro profondo, con una prospettiva lunga perché, bisogna farsene una ragione: non c’è altro modo di affrontare i problemi di una città se non inquadrandoli in una prospettiva ultradecennale. Chi vi dirà che con la bacchetta magica del cambiamento tutto si risolverà con la prossima legislatura comunale vi sta prendendo in giro.
Questa città ha anzitutto bisogno di una strategia di lungo periodo. Altre città hanno saputo, con i tempi giusti, riconvertire il loro destino come ad esempio Torino, che è passata da essere città industriale a città del terziario e della cultura, Salerno che è passata da essere una specie di periferia derelitta di Napoli a città protagonista di un nuovo sviluppo economico e culturale.
Anche Potenza può farlo a patto di comprendere i suoi problemi profondi e di disegnare un percorso per affrontarli. E non parlo solo di problemi fisici, infrastrutturali: quelli sono i minori ed i più facili da risolvere.

Potenza è stata la “città dei timbri”, come ebbe a dire Lucio Tufano, la città della burocrazia e della tecnocrazia la cui base economica e sociale era costituita, dai tempi del governo francese da un ceto di impiegati, funzionari e dirigenti che attraeva le migliori intelligenze dai centri della provincia. Un setaccio finissimo che filtrava nei meandri dei suoi uffici le istanze dei cittadini e, bene o male, ne faceva uscire una sintesi ed un progetto di crescita che, con tutti i limiti, i contrasti sociali e le contraddizioni, ha funzionato per secoli.

E’ stata, e per certi versi ancora lo è, la città del “cemento del potere” descritta da Leonardo Sacco con ampia parte della sua economia basata sullo sfruttamento della rendita di posizione, grazie da una casta di imprenditori scaltri, spesso avidi, affiancati da professionisti brillanti. Queste forze hanno sviluppato dal dopoguerra e fino alla ricostruzione post sisma un’economia legata al settore edilizio ed alla piccola industria artigianale ed al terziario che si muove comunque attorno al settore edile.

E’ stata, e lo è sempre più in modo residuale, città industriale con le aree industriale di Tito e di Potenza ormai sempre più orientate verso il terziario piuttosto che verso la produzione con qualche, peraltro problematica, eccezione.  

Oggi tutti e tre questi settori sono in crisi, per motivi differenti ma convergenti. Una crisi che si avvita a spirale e che porta alla perdita di abitanti, alla caduta dei valori delle abitazioni, alla crisi del settore edile, ad una riduzione dei consumi che causa la chiusura di esercizi commerciali, ad una riduzione progressiva dei centri decisionali e degli uffici che innescano una ulteriore riduzione dei consumi e così via sempre più in basso. 12E tuttavia i veri problemi, profondi di questa città, secondo la mia opinione, sono altrove: il vero problema di Potenza, quello dal quale dipende davvero il suo futuro, è legato alla promessa che questa città può ancora formulare per le nuove generazioni.

La vera domanda è: un giovane che vive nella nostra città oggi cosa può desiderare di diventare? Trova qui le cose che cerca?

Un tempo il posto fisso, il lavoro subordinato in un ufficio, in un ospedale, in una banca, in una piccola fabbrica, in uno studio professionale, la prospettiva “di metter su famiglia” in modo dignitoso erano risposte sufficientemente attraenti. Oggi non più, lo sappiamo tutti. Siamo usciti dalla fase della ricostruzione e siamo nell’epoca dei social media che ci rendono cittadini del mondo. Un mondo diventato facile da raggiungere e da attraversare e che è troppo ampio per trovar posto sulle nostre montagne.
Chiediamoci cosa offre oggi questa città ai nostri giovani in questa nuova prospettiva globale. Credo che una chiesa, trasformata in tomba, transennata come fosse un finto cantiere, sia una metafora potente che permane nel cuore della città e che la segnerà finché non sapremo finalmente cambiare la nostra visuale. Il punto più buio, più disperato per questa città è stato segnato proprio dal disprezzo della vita di una adolescente la cui stessa morte è stata rimossa per decenni. E’ stata negata perfino la sepoltura che si concedeva già ai tempi degli antichi anche al nemico più crudele ed odiato. E’ stato quello un punto di svolta, un pozzo nero che ha inghiottito una intera generazione, un simbolo che descrive più di mille statistiche quanto poco sia stato considerato il ruolo delle giovani generazioni nella nostra città.
Chiediamoci allora quali sono le risposte che un adolescente cerca? Il lavoro, la sicurezza economica? No, Non è solo quello. Altrimenti non si spiegherebbero i tanti ragazzi spesso laureati che vanno nelle metropoli del Nord Europa a fare anche lavori dequalificanti pur di vivere in un “altrove” che è migliore del “qui” per definizione.
Qui il campo si fa complicato perché non si parla più di conti, di economia spicciola ma si parla di sogni, di desideri, di quella sostanza fluida che in realtà è la forza più potente che muove l’Economia intesa come disciplina etica, e non come pallottoliere finanziario, come ci insegnano i premi Nobel Amartya Sen e Muhammad Yunus.

Potenza oggi è un pane fatto di farina ed acqua senza più lievito e senza più sale.
Bisogna dunque partire da qui: dal disegno di una città attraente per le giovani generazioni. Non c’è scampo. E’ difficile? Certo. Tutte le cose di valore sono difficili. Era facile trasformare la città dell’industria e della FIAT in una città della cultura e del terziario? Eppure è stato fatto.
Serve dunque una strategia che deve necessariamente essere condivisa da una pluralità di centri decisionali e deve coinvolgere il più grande numero di persone possibile; le istituzioni ma anche quelli che si chiamano con termine antico i “corpi intermedi”. Bisogna ricucire gli strappi nel tessuto fisico e morale agendo con una visione d’insieme, con pazienza e determinazione e coinvolgendo tutti nella tessitura di questo arazzo. Bisogna assecondare i segnali che già ci sono e che vanno solo letti ed accompagnati in un percorso di crescita armonica e non episodica e casuale come succede adesso.
Trattandosi di giovani io partirei dalle scuole, dell’università dalla cultura. Non è un caso che i giovani vanno via da questa città proprio al termine del ciclo scolastico. E’ quello il momento più delicato, quello su cui dobbiamo concentrare l’attenzione e lo sforzo per invertire la dinamica.
Io inizierei a riempire uno dei tanti buchi neri che segnano il territorio cittadino e lo trasformerei in un motore pulsante. Parlo dell’Università oggi confinata in una vallata tra l’ospedale e il cimitero: di certo un’ottima collocazione simbolica!
Bisogna fare uscire la massima istituzione culturale della città da quel buco, da quel triangolo della morte, farla risalire verso la città, agganciarla al rione Santa Maria che si presta ad accoglierla sia per la sua struttura, sia per la presenza di importanti centri di produzione culturale, il museo e la pinacoteca provinciale, il nuovo polo bibliotecario, ma anche strutture come Scambiologico, come la sede delle associazioni di volontariato, le numerose scuole dalla primaria agli istituti tecnici che trovano posto in quel quartiere.
Si deve ripristinare e rendere reale il progetto originario della sede universitaria e collegare l’edificio che giace relegato nella vallata, come un Gulliver addormentato, alla città con i fili dei percorsi pedonali delle piste ciclabili e di qualsiasi altro mezzo possibile di connessione.
Bisogna contemporaneamente creare un tessuto vivo tra tutte queste strutture che oggi galleggiano isolate, bisogna creare un tessuto adatto agli studenti rivitalizzando posti oggi abbandonati come l’ex caserma (oggi acquisita dai Carabinieri), il mercato coperto, il tunnel sotterraneo che collegava i padiglioni dell’ex manicomio, la Villa di Santa Maria (un antico orto botanico sperimentale) oggi in stato di semi abbandono, gli impianti sportivi ed il teatro del Principe di Piemonte.
Qui si devono insediare gli studenti anche fisicamente, realizzando interventi di ristrutturazione per studentati nei tanti appartamenti sfitti e in vendita, incentivare la nascita di locali di ritrovo di pub, di luoghi dove dar spazio alla creatività. Finanziare proprio in quel rione festival musicali, teatrali, cinematografici, artistici, letterari focalizzando le risorse pubbliche rinvenienti dai progetti e dalla programmazione europea con l’intento di trasformare quel luogo, nel giro di cinque anni, in un posto dove accadono cose attraenti non solo per i ragazzi di Potenza ma anche per quelli di Melfi, di Foggia, di Salerno, di Taranto che potrebbero arrivare facilmente grazie anche alla stazione ferroviaria in un’ora.
Il quartiere dovrebbe diventare il luogo simbolico e fisico dell’innovazione, dove le diversità sono messe a valore, dove pulsa la voglia di condividere e scambiare esperienze, una specie di Greenwich Village incrociato con la Silicon Valley, un quartiere in perenne movimento e sommovimento dove si incontrano gli studenti, i professori e i cittadini, dove tra il verde ed i tavoli dei caffè si elaborano i progetti, prendono vita nuove start up, dove si aprono mille porte sul mondo che i ragazzi sognano di raggiungere.

SEGUE …. 

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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