
LUCIO TUFANO
Ecco il buffo sottoproletario, eroe dei sottani e del sottosuolo, inferico e carnevalesco, guitto e veggente, oracolo ed ìlare, matto e povero, attore dell’iperbole e del non sense tra intuito, istinto e comicità. Maschera sarcastica, comparsa inconscia ed attonita, dalle liturgie rovesciate in ogni solennità pubblica e religiosa, nella sbornia popolare, nella gioiosa febbre dei senza coriandoli. È questo il teatro definito come «il turpe, striminzito, linguaggio plebeo del paradosso verbale, incoerente fino alla vertigine del vaneggiamento farsesco, inchiodato dal rustico, pare miologico turpiloquio del villano dall’acre sapore di stalla e di latrina che segna la rivincita degli stolti contro i saggi, del terrestre contro il divino, del plebeo contro l’aristocratico, del tugurio contro il palazzo, del miserabile contro il ricco borghese …». La maschera, motivo pieno di significati, da quello della gioia relativa a quello del brioso annullamento della identità, della negata coincidenza di sé, della metamorfosi, della violazione dei confini naturali, dalla vis comica, al connubio tra reale ed immaginario e alla simbiosi tra rito e spettacolo. Ora se la città (com’era nella proposta del Lion club-Pretoria) vorrà erigere una memoria ai suoi figli diseredati, alle frotte sottoproletarie della più nera povertà, agli emarginati, ai deboli, come motivo dei tempi andati, metafora del consumo e della società opulenta, occorre che si vada a rovistare in tutti quegli angoli bui di ragnatele e di stamberghe che hanno pur offerto asilo e rifugio ai perseguitati dalla ingiustizia, alle vittime della prevaricazione e del sopruso. Un monumento antropologico al Miseria, al grottesco sottomondo urbano, al Mezzaprovincia, al Puparulo, al Silvio Provolone, al Zi Accale, al Sarachè, al Paccatedda, ad altri, insomma al teatro tragicomico e grigio del disagio sociale di un tempo. Le generazioni a venire e quelle più giovani, potranno trarre così consapevolezza dei tempi trascorsi, sprone alla virtù e alla parsimonia, spirito di solidarietà per i deboli di oggi, minore tracotanza, maggiore senso civico e più senso di adattamento. È qui che l’antica condizione, mitigata dalla inconsapevole sobrietà dei semplici, dal sarcasmo che li coinvolgeva, dalla rassegnata facilità dell'arrangiarsi, dal goffo camuffarsi nella ebbrezza del fortuito mangiare, rivive come innocente e spontanea capacità di sfidare le spietate ere geologiche del freddo e della fame proprie delle disadorne pattuglie di stracci. Fu quella l’era della disperata rassegnazione di coloro che, con il loro striminzito farneticare, osavano ricorrere agli onirici miti della sazietà e della cuccagna, mete ormai conseguite nell’attuale società del benessere. È all’anonimo eroismo delle penurie e delle carestie che si eleva un monumento – maschera del riscatto sociale. Un monumento al “nullatenente” da collocare in una delle piazzette della città, all’inquilino del lastrico, al rappresentante dei “pettlangùlo e compagni”, al leader oscuro delle sparute schiere della “stultitia” avveduta, alla sua dinastica miseria, a “sua bassezza” il milite ignoto delle spelonche e dei vicoli, alla più genuina connotazione sociogerarchica, al più che arzillo e bizzarro esponente delle numerose generazioni di cenci. I sudditi della città hanno pur deriso il potere, ma Io hanno fatto di nascosto, con ironia semirecondita in maniera vile e paurosa, pur essendo ferocemente mordaci. Ecco che elevare un monumento-maschera al sottoproletario folle ed irriverente vuoi dire elevare la stultitia tollerata, la miseria senza scampo e la sghignazzata irriguardosa, agli onori della ribalta, come contrappasso per gli sciocchi scambiati per illuminati, i furbi e qualche gaglioffo che godono i frutti del loro rampantismo, e quelli infine che raggiungono il rango di onorevoli grazie a fatti gravitazionali e ad un elettorato che, a sua volta opportunista, si ostina a vedere nell’eletto un suo particolare vantaggio. La maschera in bronzo potentina diventa simbolo della spontanea innocenza, della stupidità vulnerabile, della assenza di macchinosità programmata. È la buona fede, il campicchiare, è l’anticonsumismo, l’arrabattarsi come straccio – indumento, ghigno permanente, smorfia-sorriso, brama del pane e sogno del companatico come primitivismo sociale non assistito. Questi poveri esseri, esilaranti e, a loro modo, strafottenti, avevano bisogno della loro corte e del loro pubblico. La corte e il pubblico erano il loro habitat poiché assicuravano i margini di licenza necessari ai lazzi, agli scherzi, ai gesti senza freno. Il pubblico e la corte hanno ora bisogno di erigere loro un monumento? Si, perché proprio quando si diffonde sempre più il timore che la insensatezza e la arroganza possano andare al potere, avendo persuaso il popolo della loro legittima capacità di governo, si annienta – proprio allora – la razionalità strutturale della società civile. II monumento rappresenta il monito dell’ingenuità e della libertà, la sacra follia, l’irrisione del principio di autorità e del potere contro il primato della cultura egemone “dell’artifizio logico e della sofisticazione teologica”;. È il riscatto della cultura “subordinata”; degli strati inferiori, legata alla primitività, alla privazione, al fisiologico, al corporale, al genitale, e che pone in ridicolo la cultura del palazzo e della città, dell’autorevole, di chi guarda dall’alto in basso … Un monumento simbolo dedicato alla misera sostanza, agli stenti del campicchiare, del reverenziale rispetto della natura come terra, come prodotto, come grazia di Dio, contro la facile retorica della società opulenta, di quella tecnologica, del consumismo e della libertà, del rimescolamento delle condizioni e dei destini, il ricambio quasi mai accaduto di coloro che detengono il potere. Forse la cosa susciterà un’ondata di obiezioni per quelli che appartengono ancora alle generazioni delle ere più recenti del perbenismo amorfo e conformista, ma occorre che la sottostoria più angosciante assuma la patina della leggenda farsesca e si avvalga di quel po' di fantasia perché segni ricadute utili di teatro popolare e di commedia sociale. Ma è anche un monumento al misero maschio, vittima delle ciniche prepotenze del mondo, al derelitto, allo scheletrico falloide vittima di guerre condotte nelle pedestri fanterie, nel fango e nelle intemperie, un monumento al fantaccino, al marmittone, al suo tascapane, all’indumento superstite, alle fasce e al copricapo posto a mò di bustina cornuta. Simbolo perenne, indistruttibile, autentico della bibbia dei deboli, dei poveri, degli affamati e dei deformi … una bibbia del vulgaris, delle storie banali, delle amare ironie esistenziali, il repertorio delle imprecazioni turgide, delle bestemmie contro la malasorte; il vero riscatto senza le rivoluzioni cruente e deludenti, il riscatto dei diseredati contro le fraudolenti filosofie degli inganni, della mistificazione, della strumentalizzazione operata dalle classi egemoni in nome del progresso e della civiltà. Insomma non solo al grottesco, bensì un monumento al bizzarro, al senza regole, all’umorale, al capriccio, alla gioia irrazionale, all’iperbole, al “fantoccio fantastico nella grande gabbia dei matti che forma il mondo”, a quell’essere sprovveduto e inerme “pronto a salpare in sogno per la remota isola dell’abbondanza, della pace sazia”, della satisfazione gastrica, del trionfo della pancia. È ancora questo, un inno all’olocausto degli emarginati, a coloro che disperati si trascinarono incontro ai santuari, le feste religiose del patrono, ai fasti del Natale, delle feste pagane e del Carnevale, a volte felici nell’illusione del cambiamento, dell’anarchia e dell’utopia. La riscoperta di una maschera della commedia sociale
Al popolo dei vicoli,
agli abitatori di stamberghe e sottani,
al sarcasmo delle loro coppole
e delle loro voci rauche,
al loro teatro di versi,
imprecazioni e mugugni,
al gesticolare ed al muoversi
tra le raffiche di neve,
tra stalattiti di gelo e spicchi di sole,
al teatro della miseria e del grottesco,
alla squallida dignità offesa da ragnatele e fame,
ai “Sarachella” di un tragicomico passato.
Visite Articolo: 677