Una sardina a Palazzo d’Accursio. Intervista a Mattia Santori

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MICHELE PETRUZZO

In questa insolite elezioni amministrative d’autunno, tra le città conquistate al primo turno dal centrosinistra c’è sicuramente Bologna, dove il candidato sindaco Matteo Lepore ha sfiorato il 62% dei voti. Uno dei protagonisti indiscussi di questo successo è la sardina Mattia Santori. Candidato con il PD, ha raccolto un vero e proprio boom di preferenze. Un risultato che non è passato inosservato e che ha fatto riflettere, anche e soprattutto nel suo stesso partito. Dopo il notevole contributo che le sardine fornirono al centrosinistra, nell’autunno 2019, per la vittoria alle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, Mattia Santori è tornato in campo, conquistando un posto nel prossimo consiglio comunale di Bologna. In molti si chiedono come possano tradursi e concretizzarsi il suo impegno movimentista ed il suo entusiasmo giovanile tra le stanze di Palazzo d’Accursio e tra le dinamiche politiche del PD, acque decisamente più complicate di quelle in cui nuotava prima insieme alle altre sardine. Di questo ed altro ancora, ho parlato direttamente con lui.

Santori, procediamo per ordine. A Bologna si è registrata una larghissima vittoria di Lepore e del centrosinistra. A suo parere, a cosa si deve questo successo?

La vittoria di Lepore è dovuta a due fattori: il primo è sicuramente il lavoro svolto in questi anni, ossia la ricucitura di una coalizione molto larga che ha previsto il civismo di sinistra, ma anche liste come quella del Movimento 5 Stelle, dei Verdi e di Isabella Conti, che ha deciso di rimanere in coalizione. La seconda ragione riguarda l’altra parte, dove si è tergiversato tantissimo sul candidato sindaco, quindi di fatto non c’era un avversario. Credo che avremmo vinto lo stesso, ma è chiaro che la mancanza di un avversario effettivo abbia facilitato il tutto.

La sua candidatura ha funzionato. Nella lista del PD ha ottenuto più preferenze di tutti (ben 2586). Si tratta di un segnale importante per la futura leadership del partito?

La mia vittoria dentro la lista del PD ha un grande significato per chi lo vuole cogliere, perché intanto significa che una buona fetta di elettori del PD ha riconosciuto nel mio e nel nostro percorso “sardinico” un segnale importante di rinnovamento, preferendo la mia candidatura a pedine di partito o comunque a persone molte più legate all’apparato. In più, la mia candidatura ha colto anche il consenso di persone che non avrebbero mai votato il PD; questi hanno votato la persona e votando la persona hanno comunque portato nuova linfa al partito. Un elettorato non prettamente del PD, che però avrebbe comunque votato per il centrosinistra, ha riconosciuto in questa operazione un significato politico, perché di fatto il significato è politico e la prima posizione ha un significato politico dal momento in cui ristabilisce un ordine di priorità che non premia un percorso di partito, ma un percorso civico che può approdare dentro un lavoro di partito. Non credo che questo risultato scalfirà molto a livello di leadership, perché comunque il PD segue delle logiche un po’ antiche; però si tratta di un ottimo segnale che, se premiato, potrà aprire una strada anche per il rinnovamento del partito locale nei prossimi mesi, dato che a breve si terrà il congresso provinciale.

Quali saranno le prime azioni concrete del suo operato nel comune di Bologna?

Domanda difficile, perché dovrei prima capire e sapere cosa farò e quale ruolo avrò, visto che ad oggi si va da consigliere semplice ad assessore metropolitano o presidente di commissione. I ruoli dentro un consiglio comunale sono svariati e molteplici. Sicuramente quello che ho sempre detto è che mi piacerebbe partire dal tessuto sociale, quindi valorizzare le esperienze civiche: dalle associazioni del terzo settore presenti sul territorio al volontariato, che a Bologna costituisce un asse portante della comunità. Poi ci sono tante altre possibilità, ma prima di conoscere quello che sarà il mio ruolo in consiglio comunale è complicato parlarne.

Rimaniamo ancora su Bologna. Che tipo di città immagina di trovare tra cinque anni?

Io, Lepore e molte delle persone che hanno preso parte alla coalizione abbiamo aderito a questo progetto nell’intento di rendere Bologna una città più nazionale e di portarla fuori dai confini provinciali; perché Bologna negli ultimi decenni è stata un po’ provincialista. L’obiettivo è quello di riportare la città al centro della scena politica nazionale; e questo lo si fa, ovviamente, sia a livello politico, sia a livello amministrativo, quindi con un’amministrazione progressista che diventi un esempio per le altre città, come lo sono state, ad esempio, Bari e Milano negli ultimi anni.

Nell’autunno del 2019 lei era in Piazza Maggiore con le Sardine. Esattamente due anni dopo si ritrova in consiglio comunale con il PD. Alcuni hanno criticato la sua “transizione” dall’associazionismo/movimentismo alla politica di partito. Cosa risponde?

È molto comprensibile da parte di chi ha visto fastidiosamente la mia candidatura nel PD, però devo anche riconoscere che le persone che hanno seguito davvero il percorso delle sardine hanno compreso il senso di questa operazione politica. Il discorso è questo: occorre rinnovare i partiti esistenti, specialmente il principale partito del campo progressista, in vista delle elezioni del 2023, in cui ci sarà una sorta di bipolarismo; pertanto c’è bisogno di un centrosinistra molto largo e rinnovato in un processo di agorà, già avviato da Enrico Letta. Credo sia fondamentale dare dei segnali elettorali che vadano in questa direzione. Noi questo abbiamo voluto farlo proprio come movimento: mantenere le 6000 Sardine autonome, però candidarne il leader all’interno di una coalizione ampia, a guida PD e dentro la lista PD, in una posizione indipendente; prendendo più voti degli altri e dando quindi un segnale importante. Questo avrà un grande valore, se verrà colto. Gli elettori hanno premiato questa scelta, che è stata capita e non punita. Si è trattato di un elettorato molto consapevole, che ha dato vita ad un consiglio comunale variegato, che va da una ragazzo di ventuno anni fino alla Professoressa di Patrick Zaki, passando per Emily Clancy e per il leader delle Sardine.

Da Mattia Santori ad Emily Clancy, passando per Elly Schlein. Una generazione di giovani sta avanzando. Dall’Emilia può partire il ricambio generazionale che a sinistra si invoca da anni, ma mai si realizza?

Sicuramente sì! L’offerta politica è migliorata a mio avviso, perché ha proposto dei giovani, dei civici, delle persone che hanno già brillato fuori dal mondo istituzionale e le ha portate dentro le istituzioni. Questo è un grande segnale, che lancia un messaggio chiaro: quando l’offerta politica è di qualità, l’elettorato sa riconoscerla – anche nel mare dell’astensionismo- e sa premiarla. È un buon inizio. Il lavoro che stanno facendo Coalizione civica e alcune forze politiche dall’esterno avvierà sicuramente un percorso importante.

Bologna e Napoli sono state definite laboratori politici per l’alleanza giallo-rossa, che sembra aver funzionato bene. Ritiene sia questa la strada da seguire, per il centrosinistra, nel futuro prossimo ?

Credo che Bologna e Napoli siano molto diverse come esperienze e come laboratori politici, perché a Napoli i Cinque Stelle hanno ancora un significato, anche se di poco, mentre a Bologna abbiamo visto che, al di là della bassissima percentuale del voto di lista, hanno anche pochissime preferenze. Quindi non hanno figure locali e leader riconosciuti; dinamiche per cui un candidato di quartiere ottiene più preferenze del leader comunale. Pertanto, si tratta di due casi molto diversi. A Bologna la coalizione comprende anche il Movimento Cinque Stelle, ma in una versione completamente marginale e non superiore ad altre forze. Sinceramente credo più al laboratorio bolognese che a quello di Napoli, fermo restando che se Conte riuscirà a lavorare bene in questo anno e mezzo – ma la strada è molto in salita, a mio avviso – i Cinque Stelle avranno un ruolo. È presto per dirlo, ma personalmente credo più nel civismo di sinistra.

Infine una domanda provocatoria: nel post-voto, lei ha parlato di ricucitura del rapporto tra politica e cittadini; un’operazione che due anni fa, con le sardine, avete intrapreso riempiendo le piazze. Uscendo dalla specificità del caso bolognese, ritiene che il centrosinistra voglia e possa realmente fare altrettanto?

La ricucitura tra politica e cittadinanza rappresenta la parte più complicata ed è l’obiettivo che ci siamo dati come Sardine e non solo. Si tratta di un’operazione molto complessa e lunga, perché siamo stati martoriati prima dal berlusconismo, poi dall’antipolitica grillina e poi dal salvinismo spinto. Dunque c’è tanto lavoro da fare. Io credo che alcuni segnali siano già arrivati. Le elezioni bolognesi sono una buona dimostrazione, come anche le varie vittorie del centrosinistra che si stanno registrando in Italia. È importante il dopo; perché il voto esprime una speranza, ma quest’ultima va concretizzata con un’amministrazione e con un legame che si crea giorno per giorno tra le istituzioni, l’amministrazione e la cittadinanza, che può essere sia il semplice cittadino che paga le tasse e che ha bisogno di servizi, ma anche e soprattutto quel tessuto associativo che di fatto tiene in piedi quattro quinti delle città italiane e che ogni tanto si chiede chi glielo faccia fare e quanto possa durare. E lì la politica può e deve dare tante risposte. Altrimenti continueremo ad avere un terzo settore frustrato ed una politica indebolita. Invece le due cose possono rafforzarsi a vicenda. A Bologna qualcosa, in questo senso, è già stato fatto ed è uno dei motivi della larga vittoria di Lepore, però c’è ancora tanto da fare per consolidare questo rapporto.

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Sull' Autore

Michele Petruzzo

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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