Uomini del Risorgimento Tramutolese

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vincenzo petrocelli

vincenzo petrocelli

 

Illuministi – Giacobini e Realisti

La Repubblica Partenopea del 1799, fu solo un lampo di democrazia, trovò nelle nostre genti un ostacolo insormontabile, nell’incapacità delle stesse, a comprendere i rudimentali concetti liberali.

Il 1799 fu un fallimento, non perché vi furono tradimenti o inganni, perché era un movimento senza forza. Ci fu solo la generosa illusione di un gruppo di giovani intellettuali che pretesero di poter attuare in un territorio fortemente arretrato, culturalmente ed economicamente, un regime che non trovava nessuna identificazione territoriale.

Il Pedio sostiene che il moto del 1799 viene represso perché non sostenuto da elementi della borghesia illuminata.

La repubblica del 1799 conserverà sempre, ugualmente, un posto importante nella storia delle rivoluzioni del Mezzogiorno, perché si ripartirà da questo fallimento per avviare il processo Risorgimentale e quello di modernizzazione di uno Stato libero e democratico.

Ecco i protagonisti tramutolesi di quella esperienza:

1) Doctor Utriusque Juri Pasquale Falvella, illuminista, giurista e scrittore il quale tiene studio professionale e scuola di diritto in Tramutola ed a Napoli. Pubblica alcuni saggi e impegnativi libri ed aderisce alla Repubblica Partenopea del 1799.

Pubblica:

  1. a) Per l’Università di Tramutola contro il Clero di Saponara;
  2. b) Per l’Università di Tramutola contro il Real Monastero dei PP Cassinesi di Cava.

2) Pecci Michele nacque in Tramutola. “Uomo d’ingegno e di lettere fornito quanti altri mai“, teologo e grecista, fu ultimo Abate del Monastero di rito greco di Carbone. Morì nel 1807. (S. Spena, Storia del Monastero di Carbone Napoli 1831, p. 111).

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In Archivio di Stato Potenza repertorio del notaio Lorenzo Marino fascicolo n. 1157 anno 1799 pagina 15, è riportato un attestato di coloro che durante la notte del 3 febbraio 1799, piantarono l’albero della libertà nella pubblica Piazza di Tramutola con l’applauso e concorso di tutto il popolo: 3) Francesco Truoccolo,

4) Antonio Laviero,

5) Filippo Vignati,

6) Saverio Cavallo,

7) Giuseppe Casarco,

8) Nicola Truoccolo,

9) Michele Tavolaro,

10) Giuseppe Aulicino,

11) Filippo di Roma,

12) Pasquale Gargano,

13) Vito La Scaleio,

14) Gerardo Ragone.

In Archivio di Stato Potenza repertorio del notaio Domenico Vita fascicolo n. 759 anno 1799 pagine 42-43 e pagine n. 64-65 è riportato un attestato di coloro che il 3 marzo 1799, tagliarono il secondo albero della libertà nella Piazza antistante il Palazzo Abbaziale di Tramutola, facevano parte delle Guardie Realiste:

15) Antonio Lavieri,

16) Giuseppe Lavieri,

17) Michele de Nictolis del galantuomo Alessandro,

18) Francesco Magaldo,

19) Michele Sassano,

20) Gio de Pierri,

21) Magnifico Francesco Troccolo,

22) Pasquale Luca,

23) Francesco Pricolo,

24) Francesco Iorio,

25) Matteo Votta,

26) Marco Lauletta.

27) Viggiani Felice nacque a Tramutola. Artigiano. Aveva bottega di calzolaio a Tramutola. Arruolatosi tra “I Fucilieri di Montagna” nel 1798, l’anno successivo si distinse nella repressione dei moti repubblicani. Conseguito il grado di ufficiale, dopo la caduta della Repubblica Napoletana, ottenne il comando di una compagnia di Granatieri di stanza a Corleto Perticara. Dopo la caduta della monarchia borbonica organizzò le forze antifrancesi di Corleto e dei paesi limitrofi e promosse l’insurrezione antifrancese a Corleto nel luglio del 1806.  Attaccato dal maggiore Casella, rioccupò Corleto il 27 luglio e mantenne questo centro abitato, sino al 7 agosto. Inseguito, venne catturato nel bosco di Corleto il 26 agosto 1806. Ritenuto prigioniero di guerra, usufruì dell’indulto sovrano. (ASP Proc. Pol. 8/12).

Il Pedio (1) con I rei di Stato ci mette a conoscenza dell’esistenza dei “Notamenti” che contenevano il nome, cognome il luogo d’origine e le imputazioni dei singoli “Rei di Stato” del 1799. Ai 1307 Rei Di Stato della Provincia di Basilicata, di cui sei originari di Tramutola, furono contestate le imputazioni dal Visitatore Marchese della Valva che ebbe ampi poteri per individuare e punire chi si fosse reso colpevole di ” lesa Maestà”.

Ecco i sei(2)  “Rei di Stato” Tramutolesi:

28) Cunto Francesco Paolo, legale, alla notizia che i Francesi avevano invaso il Regno, manifestò il suo animo repubblicano e l’odio contro la Sovranità con maldicenze;

29) De Rautiis Nicola, proprietario, aveva sposato Rosa Castelli. Insinuò il Popolo a democratizzarsi. Suo figlio Filippo, nel 1816, era iscritto nel ruolo dei contribuenti per un imponibile di ducati 548,70;

30) Marino Michele di Antonio, proprietario, con il fratello Raffaele era iscritto nel ruolo dei contribuenti del 1816, per un imponibile complessivo di ducati 135,94. Marino Michele, da non confondersi con il suo omonimo il quale, nel 1821, aveva bottega di <pizzicagnolo> in Tramutola. D. Michele Marino sedusse il Popolo dopo la piantagione del primo albero, doversi uno nuovo piantare, come avvenne;

31) Marino Valente, dottore in legge, insinuò al Popolo massime repubblicane e con minacce fece piantare l’albero;

32) Marotta Domenico, avuto notizia dell’invasione dei Francesi si diede premura di stabilire la democrazia con la piantagione dell’albero. Tra i 304 <possidenti> della regione aventi una rendita superiore a 200 ducati, nel 1809, venne incluso nell’elenco degli eleggibili al Parlamento Nazionale Seggio dei Possidenti e, l’anno successivo, fu chiamato a far parte del Collegio Elettorale dei Possidenti della Basilicata. Suo figlio Michele Arcangelo, nel 1816, era iscritto nel ruolo dei contribuenti per un imponibile di ducati 363,53.

33) Pascarella Francesco, sacerdote, <amministratore> di Nicola De Rautiis, cospirò per la democrazia. Si diede premura per la piantagione dell’albero.

Il risveglio degli ideali e della vita attiva, porta anche al risveglio della letteratura dialettale che avrà come epilogo la sfortunata repubblica napoletana del 1799. Quindi ogni sforzo veniva represso con la forza e si riempivano le carceri di poveri contadini lucani.

Un canto popolare dialettale politico, dell’epoca borbonica diceva:

Li carcere di Tran so fatt’ a cancell

che dorme e chi veglia e chi fa infamità.

Tre acene de pasta, du brore nu cuppin

pì ind’ all’indestin lì sent cammenà.

E lu capistanza se chiama Migliaccia

e tene na faccia ca fa infamità.

Li carcere de tran, tribunale di Matera

chi dorm e chi spera

chi spera de nun turnà.

Carogna carogna, m’avir abbandunà

ma si iesc’ da sta fogna ve l’aggia fa paà.

Li carcere de Tran, tribunale de Potenza

chi dorme e chi pensa, chi pensa de scappà.

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Vincenzo Petrocelli

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