VERZE E FASUOLI AL PAVONE

0

LUCIO TUFANO

Se è esistita una tavola degli aristocratici che consisteva nei vari pasticci di salmone, di manzo e di reina, in teneri manicaretti, in intingoli alla salsa calda, in tortini alla pisana, in lamprede di Nantes, in insalate di scorzonera, di borraccina e di luppolo, in cicorie di campo, in prelibate vivande con maggiorana e chiodi di garofano, con radici di peonia e rosmarino, con zenzero e origano, con issopo e basilico. Se vi è stata una tavola siffatta, ricca di vivande odorose, piccanti, pepate, assetanti e dal sapore acre … Se vi sono stati sformati di riso al latte di nocciole, spruzzolati di cinnamo, pasticcini di mandorle amare al miele, abbondanti bicchieri di fresca birra alla ciliegia, vino bianco frizzante e succo di more, acquaviti di mirtilli e di pere, inebrianti miscugli di vino, zucchero, cannella, pani di Spagna e latte alla crema di limone, essenze di muschio e bibite che frustano i nervi e aizzano la fantasia … è necessario ritenere, che l’aristocrazia disdegnava l’infimo legume, il più deleterio e volgare, il fagiolo, la lenticchia, il cece, la cicerchia.

Ma una toponomastica dei legumi che ha pervaso di gioia le mense dei monaci questuanti, dei contadini e dei diseredati, le bocche, e perfino reso garrula la pancia, quella pancia che – lo scrive Svetonio – fu autorizzata da Tiberio Claudio con un pubblico bando a garruleggiare perfino a mensa grazie ai fagioli, può essere riempita dai soissons, liancourt, sciabole a guscio carnoso, rossi di Chartres, contesse di Chambord, Flageolet meraviglia di Francia, Nero del Belgio, Svizzero bianco, Giallo del Canada, Nano bianco, Quarantino … borlotti, cannellini e tondini di Paterno.

Si è parlato di pentole del cuoco con aglio, pepe e olio, di fagioli piccoli e colorati, della «piluccia» di quelle minestre, pignatte col condimento del finocchio, di ascendenti e discendenti: Faselus phaseolus, navicelle di Faselide, città della Licia, in Asia Minore, covo di corsari, leguminose che Teofrasto chiamò delichos, per la lunghezza del baccello. Per i greci eran poca cosa, ne mangiavano freschi per stuzzicar lo stomaco e berci sopra. Virgilio dava loro l’epiteto di vili per l’esiguità del fusto avviluppante. E che si mangiassero verdi, dopo averli tenuti per ventiquattrore in salamoia, Columella li aggiungeva a una sua conserva villereccia di lattughe condite. Apicio li presentava sulla mensa giovanissimi, in pinzimonio, o li friggeva cospargendoli di una salsa, o li allessava e condiva per metterli poi in istufato, o ne otteneva una purea da accompagnare al capretto. Fhaseolus Vulgaris, ne fanno cenno: Galeno per gli alimenti, Palladio fra le seminagioni dei campi utili per il cibo, i Capitolari di Carlo Magno fra le coltivazioni dei tenimenti imperiali, e Crescenzio, alla fine del medioevo, fra le semine.

Verze e fasuoli al pavone, il 15 giugno del 1368, fu la 15° portata al pranzo per le nozze della figlia di Galeazzo II Visconti, e il Corio, che dà la notizia, annota che a quel pranzo prese parte Francesco Petrarca. Ma non erano ancora i nostri fagioli.

E i veri fagioli vivevano nelle parti calde del mondo e già il granatino Ibn Giubair nel XII secolo aveva veduto quelli che erano portati alla Mecca dal mezzodì dell’Arabia, pare che non ne fossero ancora pervenuti in Europa. Le meraviglie del veneziano Alvise Ca’ da Mosto che viaggiando nel 1405 lungo le coste della Senegabria, ebbe occasione di conoscerne e descriverne i prodotti. «Nel regno di Senega il fagiolo è grosso come una nocella lunga, tutto intavarrato, cioè punteggiato di diversi colori, che pare dipinto, ed è bellissimo a vedere[1]». Perciò la pasta e fagioli è la nostra carta d’identità più nobile, quella che ci consente di affrontare le lunghe e grigie stagioni del freddo, quelle della guerra fredda e calda, delle ritirate militari e degli impeti di assalti alla baionetta. Ancora ne parlano i reduci della campagna di Russia. Una gavetta di fagioli e tubetti nei disperati e rari ristori di truppe indaffarate dai cannoni e dalla neve. È in quei frangenti che si diventa asceti, adoratori dei fagioli “ninfe viscerali del seme”, e se ne recitano le liturgie:

Fagioli, spirito/soffio di proteine, carne in compresse, messaggio millenario della sostanza, cuore e calore, conforto, pace e sobrietà del mondo, prima, durante e dopo le carestie, gavetta energetica, cucchiaiata che corrobora, che sazia e ristora, simbolo di libertà ove si compendia tutta la spiritualità del popolo, l’ilarità, la strafottenza, la rivolta insomma, la più intima, la più spudorata, la spontanea rivolta individuale, la rivolta della bocca e della pancia, la presa della Bastiglia in un “cosconetruono”, martelletti che picchiano alterni ed irruenti sui tamburi mimetizzati delle viscere, il proclama della grande adunata, la cerimonia della gran … hahata.

Mangiafagioli; solenne sentirsi, dentro il proprio ego, leaders dell’oratorio, despoti del refettorio.

[1] Benedetto Bonacelli in “La scena illustrata” – 1931.

Condividi

Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Rispondi