
Mario Santoro
Scrittura rapida, impressiva, capace di alimentare e nutrire il senso dell’attesa e di superare d’un balzo, ossia con immediatezza, la linea degli orizzonti che, di volta in volta, si appalesano, facendo ricorso ad uno stile volutamente moderno, a tratti scarno di aggettivazioni, e continuamente crepitante nella linearità delle situazioni sempre cariche di suggestioni e pronte ai cosiddetti colpi di scena. L’autore non si attarda nelle digressioni che risultano veloci e gradevoli anche quando appaiono marcate a tinte forti, e si muovono sulla linea del grottesco, o evidenziano tratti di conflittualità, rotture di schemi prestabiliti dalla consuetudine e dal tempo, soprattutto nelle relazioni interpersonali tra alcuni personaggi che faticano ad inserirsi nel contesto sociale di riferimento e si connotano nella fissita di taluni comportamenti e di certi ragionamenti.
Lo scrittore è sempre vigile e attento e sa essere impietoso con se stesso e con la sua scrittura che risente di limature continue, di riprese e di qualche rifacimento e in alcuni casi di tagli a rasoiate al pro scopo di raggiungere il massimo della incisività e di far presa sul lettore. Ne scaturisce un impatto immediato con la netta sensazione di parteciazione da parte soprattutto di chi si accosta alla lettuta con attenzione e si lascia catturare fino a diventare una sorta di coattore e non si stupisce quasi per il superamento continuo del senso dell’attesa, cui si fa cenno in apertura; situazione che viene continuamente spiazzata a tutto vantaggio della bontà della scrittura e della sua forza comunicativa.
Si ha sempre la convinzione di trovarsi in posti che si conoscono a menadito anche se essi vengono raccontati con pochi tratti di penna e tra persone che sanno quello che vogliono, pur nelle incertezze evidenti che talora appaiono.
Accade ad ogni paragrafo che la voglia di saperne di più, perché la figura contraddittoria, ma, a guardar bene, neppure poi tanto, del protagonista, tale Sandro, già “volontario nel ’40, assegnato al Reggimento di artiglieria di stanza a Verona,” e soprattutto “soldato della Repubblica di Salò dopo l’8 settembre”, resta sempre intrigante, con i suoi timori o meglio le sue paure, la spavalderia, l’amore per le donne, l’atteggiamento e il comportamento disinvolto, e non si copre mai di antipatia malgrado le sue disavventure e le sue non del tutto superate illusioni. Tutto questo spinge il lettore ad andare oltre con rapidità, e quasi ad affrettare la conclusione della storia, con o senza lieto fine.
Al tempo stesso la limpidezza del linguaggio con i suoi ritmi coinvolgenti e un certo spiazzamento, voluto e abilmente operato, impongono quasi il piacere della rilettura di taluni passi per assaporare al meglio le situazioni, gli stati d’animo le condizioni sociali, e magari costringono a mettere l’indice don abbondiano tra le pagine e, al contrario del codardo parroco manzoniano, a non cercare vie di fuga ma momenti di pausa e di riflessione.
Ne consegue un godimento pieno dell’anima e un apprezzamento maggiore per lo stile, sovente astutamente parco di orpelli o fronzoli ma non schematico o freddo, e niente affatto indulgente su questo o quel personaggio e su determinate situazioni. I particolari si sommano a dettagli apparentemente minimi eppure di spessore valoriale, capaci di incidere e di fungere quasi punto di riferimento o da pietre miliari.
Si coglie che dietro certe dichiarazioni efficaci c’è tutto il lavorio di scavo e di ripulitura, anche un po’ doloroso e sofferto, di allontanamento increscioso di taluni moduli linguistici, fin quasi a tratti a ridurre, come si dice oggi, la scrittura fino all’osso, lasciando tuttavia al lettore ampio margine di libertà di immaginare, di pensare, di considerare, di creare e ri-creare situazioni possibili e vie numerose di sbocco al labirinto della scrittura, per fortuna non dedalico o almeno tale da permettere numerosi fili di Arianna.
Dunque la scrittura è scoppiettante e si presta bene a molti rimandi, a tanti rinvii, a possibili ripescaggi nella memoria in un giuoco continuo di intrecci, capaci di sdoganamenti di usi e di costumi, di silenziosi annunci, di ammiccamenti non necessariamente marcati, mantenendo il senso della freschezza e della leggerezza discorsiva non disgiunta da profondi ripensamenti e da riflessioni.
Lo scrittore fa avvertire di tanto in tanto la sua presenza diretta e poi si eclissa; si tratta ovviamente di un abile giuoco di finzione, di assenza temporanea, di scelta precisa di far parlare i fatti e le situazioni, di rifuggire dai facili, noiosi e pesanti giudizi di valore.
Il quadro di riferimento storico-politico-sociale risulta ben delineato nella sua ancora confusa voglia di trasformazione, di ripresa economica e non solo, dopo la disastrosa conclusione della seconda guerra mondiale, con i modi di pensare tradizionali che permangono e cozzano con il nuovo che avanza e si fa strada a scosse e urti e a tratti sembra arrestarsi per riprendere impetuoso e inarrestabile. Non mancano abitudini ataviche e dure a morire del tutto, soverchierie di vario genere, sistemi di potere assai discutibili, confusioni di ruolo, metodi illegali o al limite della legalità e aspirazioni alte, prepotenze gratuite, minacce sottese ma neppure poi tanto, idee innovative che faticano a farsi strada. E ci sono tradimenti anche grossolani, forme striscianti di pentimento, cadute, riprese e ricadute, ancoraggi che non si riescono a sradicare, diversità di vedute, senso di solitudine, presenza di valori e soprattutto di disvalori che pretendono di dominare e di campeggiare conversazioni ad arte incomprensibili, con tanti sottesi monacciosi e, qualche volta affidate a rimandi dialettali che non solo nnon dispiacciono, anzi risultano di effetto e segnano il senso di appartenenza al territorio, quasi marcandolo, e fanno della località minima di Querceto quasi un novello cuore del mondo.
I personaggi escono come predefiniti dalla penna dell’autore e non solo sono ben tipizzati ma alcuni estremamente simpatici per la loro arguzia, bonomia, senso di praticità, capacità di sognare e tutti meritano la citazione per la loro intelligenza di tipo, per così dire, piagetiano che consente di adattarsi e di adeguarsi alle situazioni, talvolta senza omologazioni.
Oltre al già citato protagonista ricorderei, a volo d’uccello, che non fa troppa fatica ad adattarsi a vivere a Querceto il rustico villaggio che l’aveva osptata per qualche anno, perso tra i monti dell’Appennino Lucano soggetta ad inevitabile critiche per certe innocenti o quasi libertà di comportamento, contentandosi di vivere nella casuccia sulla loggia, due camerette e un sottano.
E poi, quasi per contrasto, citerei Nonna Rosina che detestava quella forestiera sfacciata che il figlio le aveva portato a casa di ritorno dalle sue imprese.
E ancora risulta chiara, e come a distinguersi dagli altri, la figura di nonno Marco ultimo figlio di una famiglia di scalpellini, trasferitasi a Querceto da Montepulciano e ancora c’è l’equilibrata e saggia presenza importante nei momenti che contano di Francesco, attento semore a proteggere, da se stesso prima che dagli altri, il fratello Sandro ma soprattutto domina la ingombrante figura di don Gaetano il santo patrono, soggetto assai particolare, già podestà, dotato di conoscenza di nozioni giuridiche oltre che di norme edilizie e catastali e soprattutto amico influente di tutti quelli che contano e, anche per questo, pronto a risovere, a modo suo, e cioè con l’imposizione e il raggiro, la minaccia accennata ma efficace, le situazioni, anche le più scabrose. E, ovviamente, non in maniera disinteressata.
Tra i forestieri c’è la figura dell’ingegnere Enrico Palmi che si lascia coinvolgere, lontana la moglie e i figli, in un’avventura amorosa con Giovanna, la formosa ruotese, con conseguenze disastrose, sulla linea del tragicomico e soffre un pentimento profondo e senza fine.
Caratteristica appare anche la figura del maresciallo, buontemone e accomodante, disposto a chiudere un occhio e, all’occorrenza, tutti e due, ma sempre con discrezione.
Tutti questi personaggi, in uno con altri minori ma ugualmente importanti, popolano ed animano la piccola frazione che vive di pettegolezzi, di corna da tenere più o meno nascoste, di semplici curiosità nel generale clima di attesa di tempi che si annunciano migliori e che aprono la via all’emigrazione del protagonista, con la interessata complicità di don Gaetano, e con la riscoperta dell”amore con Giovanna e soprattutto con la speranza-certezza di evitare l’eventuale epurazione.
Comincia così una sorta di via di affrancamento, dopo un viaggio per mare, lungo e non privo di aspetti curiosi, spesso suscitati da un tale Olivares, compagno di traversata, che inducono al ripensamento e alla riflessione, in una terra straniera, dove egli potrà respirare e vivere con sempre una punta di nostalgia della patria lontana e con il pio desiderio-proposito di far conoscere ai suoi la figlia adorata.
E Sandro mostra di essere decisamente un altro uomo, disponibile, aperto, sensibile ai problemi e ai bisogni della gente comune, un uomo tra uomini, insomma, innamorato letteralmente della grande Evita di cui ascolta e condivide i discorsi facendoli propri e conquistando anche lo scrittore che un poco cede e mette quasi da parte il rigore linguistico e che approda ad una chiusa delicatamente dolce che apre nuovi orizzonti e prospettive e che teniamo ovviamente celata.
E così se il titolo “Oltre il confine” è di per sé intrigante con l'”oltre” dichiaratamente aperto e pronto a divaricarsi e il “confine” che implica una sorta di distanziamento fisico-spaziale ma anche temporale e soprattutto spirituale e che per sottintesi lascia aperti spiragli possibili, la chiusa, dolce, delicata, sognante, romantica finanche, trasforma la situazione ellittica (perché le storie non sono mai del tutto chiuse e non si scrive più la parola “fine” ad un libro) si trasfirma delineando una circonferenza capace di contenere e di racchiudere, non a doppia mandata, le storie di vita e le vicende che sono principalmente a forte carica emotiva e che vanno molto oltre il senso della pur nobile saga familiare.
Vincenzo Mori – Oltre il confine – Osanna edizioni.