
LUCIO TUFANO
PUBBLICHIAMO UNA BELLISSIMA RIFLESSIONE DI VITO RIVIELLO SUL SUO APPROCCIO ALLA POESIA E SUI PRIMI VERSI CHE NASCONO A POTENZA, LE SUE FREQUENTAZIONI, I SUOI RAPPORTI CON LA CULTURA LOCALE
Ieri, diciamo nei secoli scorsi, nascere poeta era un evento benigno e maligno insieme, una cometa annunziava la fatal nascita o più semplicemente una grandinata che poi i cronisti avrebbero destinato alla storia come giorno di bufera metafisica. E iniziavano i giorni del Vate tra indicibili sofferenze, amori balzani e incredibili bugie. Certo la vita del poeta era destinata alla alterazione del mito, mito che occultava, in parte, l’ingiustizia che si perpetrava ai suoi danni, ai danni d’un “diverso” da parte di tutti, famiglia e società. Il caso di Rimbaud è esemplare. Insomma i poeti hanno avuto gloria, giorni lucenti ma poi anni di anomala clandestinità. Malgrado i tempi il “ruolo” del poeta non è stato mai ben definito, specialmente in Italia dove il poeta è una specie di “cottimista” della poesia, anche un ottimista se continua a scrivere versi “partime”. C’è forse in più la psicanalisi oggi ad aiutarlo, una maggiore conoscenza del moto della storia. Nel mio piccolo angolo potrei testimoniare che le biografie si ripetono, non i valori certamente. Mia madre m’ha sognato in paradiso dove un santo mi consegnava fra le sue braccia … la predestinazione; e voilà gli ostacoli severi, le ingiurie, la scuola autoritaria, il dileggio, la timidezza.
I miei primi versi nascono in quella città a scatola cinese ch’è Potenza dove sono nato. I miei genitori intorno ai quattordici anni mi posarono in un blando collegio per pochi mesi. Mi parve un abbandono delittuoso. Ogni tanto fuggivo per inserire sotto la porta di casa bigliettini in versi appunto contro mia madre ch’aveva permesso il mio esilio. Presi la mano e continuai a scrivere versi brevi ma non più rivolti a mia madre bensì alle stagioni, alle albe, ai tramonti. Ricordo un verso che piacque al vice rettore del mio convitto, un colto sacerdote che insieme ad altri versi lo pubblicò su di una rivista religiosa: “Il tenue rosso dei cirri”.
Poi un susseguirsi di eventi, fatti, avvenimenti. Mio padre “disperato” per la mia distrazione poetica mi fa conoscere Giulio Stolfi, un buon poeta postermetico, il quale timido e dolce mi apre alla poesia italiana contemporanea, finisco di scrivere alla maniera leopardiana. Frequento il liceo, stringo amicizia con i pittori locali, bravissimo e solitario Ninì, Francesco Ranaldi, Masi, Giocoli, Remigio Claps, G. A. Leone, il coetaneo Rocco Falciano. Incontro una scienza nuova: la politica, una cosa tra il misticismo onesto di Mazzini e l’illusionismo di Chabernot. In poesia impazza il neorealismo, da noi, nel sud, è di marca “meridionalistica”, non è vietato parlare di contadini e braccianti. L’esponente più genuino è di Tricarico, la sua sintassi deriva da Pascoli e Sinisgalli ma i suoi temi sono vivi e originali. Nel 1950 in occasione d’un premio conferitogli a Potenza desidera conoscermi. È l’unico nostro incontro, è gentile e generoso ma io sono scontroso e polemico, ho diciasette anni. Le mie poesie viaggiano nelle classi del liceo. La mia vita si fa complicata, mi sta stretta la scuola coi suoi toni nozionistici, la città di provincia coi suoi spazi limitati, la piccola borghesia ancora fascista e umbertina. Ma sono nato all’utopia in una città che solo l’utopia può sostenere. Potenza sempre sul punto di diventare importante è poi sparita, cancellata da un atto politico d’un re, da un’invasione maligna, da un terremoto apocalittico. Una città così precaria da apparirmi quasi invisibile, una mappa da decifrare ma anche da inventare. In questo modo, pagando di persona e studiando, meditando, sperimentando è nata la mia vera matrice poetica, la “scatola nera” che registra le operazioni in atto fino all’ultimo atto. Bene la mia poetica dichiarata come un “reddito” è l’utopia potentina, il modo di fare e disfare la storia, un modo tragicomico di vivere, questo credere e non credere, ridere per non piangere e piangere per non ridere, mutando le circostanze e non la sostanza.
La città invisibile, sovrapposta e inventata, la città utopica è dunque la mia “matrice” letteraria, un teatro di legno, anzi di cartone in cui infilo miti e riti, gli eroi da fumetti, Mandrake, Valentina ma anche Garibaldi; Bixio, Lenin, Totò, Pelè, gli amori, le città, i paesi.
Una matrice la mia che mi permette un tono dialettico e polemico verso l’istituzione poesia, di diffidare dalla “naturale” retorica della lirica. In questa specie di “gara a distanza” con la musa decrepita io metto il mio estro d’uomo e la mia speranza, lasciando alla vita tutto il destino storico ma anche difendendomi da essa con una cortina di sogno.
Vito Riviello