Hillary Clinton si domanda come mai Donald Trump ha vinto le elezioni del novembre scorso. Ci scriverà un libro (What Happened, cioè Cos’è successo), ma è difficile che riuscirà a cogliere le vere cause della disfatta. Tutte le idee e le proposte della Clinton sembrano essere totalmente opposte rispetto alle chiavi di lettura dei commentatori, e anche dei suoi stessi compagni di partito.
La Clinton ha vinto il voto popolare, ma il sistema dei grandi elettori l’ha sfavorita. Questo ha permesso al multimiliardario Trump di accedere alla Casa Bianca nonostante l’inesperienza e l’aggressività della sua campagna elettorale. Di più: il ticket repubblicano Trump-Pence era nettamente sbilanciato e anti-moderato. In genere si cerca di unire due candidati di anime diverse per rabbonire radicali e centristi dello stesso partito. Ma la coppia conservatrice ha vinto tutto.
Si è sentito spesso parlare dell’America profonda. Ma non è del tutto corretto assegnare il merito della vittoria di Trump alla pancia populista. A votare il newyorkese sono state le fasce popolari e più povere, i colletti blu, ma i suoi risultati nelle minoranze non hanno sfigurato rispetto ai precedenti candidati repubblicani. È vero che la stragrande maggioranza degli elettori neri, latinos e asiatici hanno premiato Hillary. Ma non quanto si pensasse. Risultati simili si sono avuti nell’elettorato femminile, che non si è schierato a viso aperto con la sua controparte democratica.
I dati che sembrano risolutivi però sono quelli che rispecchiano i sostenitori di Bernie Sanders. Di recente è stato pubblicato un sondaggio shock: uno su cinque non ha sostenuto Hillary. Il vecchietto del Vermont si è profuso in tutti gli sforzi possibili per far confluire i suoi sostenitori su Hillary. Ma la moglie di Bill gli ha praticamente messo il bastone tra le ruote.
Prima ha scelto un ticket sbilanciato (troppo moderato il suo candidato vice, Tim Kaine, che tra l’altro era stato scartato da Obama nel 2008) per non farsi oscurare né da Sanders né dall’altrettanto radicale e trascinante Warren. Poi ha impostato tutta la sua campagna dipingendosi come «l’ultima cosa tra voi e l’apocalisse»: non proprio il miglior modo per rendersi simpatica. Su di lei pesava inoltre un passato contraddittorio e spostato troppo verso il centro, verso l’establishment, per garantirle i voti (fondamentali) degli sconfitti della globalizzazione.
Minoranze e donne, le categorie su cui la crisi economica ha colpito più duro ma che non hanno avuto (per la scarsezza dei mezzi le prime e per l’eterogeneità della categoria le altre) una cultura diffusa adeguata per riconoscere il pericolo (almeno per loro) delle politiche liberiste di Trump. E sono i pacchetti di voti che sono mancati a Hillary.
Un’analisi della sconfitta che non tenga conto del peso e dell’importanza di Sanders e della sua «rivoluzione politica» è spazzatura. Mi permetto di dirlo perché è proprio in quel 20% di sostenitori di Sanders che non ha votato Clinton (di cui metà ha votato Trump e metà non ha votato o si è schierata con altri, come la candidata verde Stein) a esserci la vera sconfitta.
Quando il Partito democratico USA ha derubricato il movimento di Sanders come «populismo», si è scavato la fossa da solo. È proprio quel movimento ad aver ridato voce e speranza a tutti i giovani, le donne, le minoranze e i più deboli d’America in generale: proprio quel movimento li aveva convinti a votare. E votare democratico.
Voltare le spalle a quel fenomeno è stato il più grande errore della Clinton. Possiamo analizzare anche altri fattori (la scelta del VP, del programma…) ma non offrire nulla di convincente ai fans di Feel the Bern ha distrutto una vittoria sicura.
Perché cosa c’è di peggio, per una signora che si è preparata 40 anni per diventare la prima Madam President, di essere battuti da un novellino politicamente sbrodolone come Donald J. Trump?
