TRINITA’, RIAPRIRE IN UNA MEMORIA DI PERDONO

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teresa-lettieriTERESA LETTIERI

Giace ricoperta da un velo bianco, di quelli che servono per le ristrutturazioni. E questo sembra debba essere il destino della chiesa della Santissima Trinità a Potenza dove si è consumato uno dei delitti più atroci degli ultimi anni. Per aver coinvolto una ragazzina di sedici anni, Elisa Claps, un ragazzo all’epoca dei fatti, Danilo Restivo, noto per una serie di manìe con le quali aveva ossessionato la giovane fino ad ammazzarla e una città intera che ha mal sopportato l’accaduto, non solo per la gravità ma per i coinvolgimenti di persone insospettabili, tra le quali i religiosi della parrocchia. Rinnovare gli accadimenti è alquanto superfluo, non lo è farsi un’idea sulla sorte che la struttura deve ricevere e sulla quale le opinioni dei cittadini sono, ovviamente contrastanti. Da una parte isostenitori della riapertura della chiesa al culto, appena completati i lavori, dall’altra chi reclama la sconsacrazione del posto da rivolgere ad attività a servizio del centro storico e comunque della città. E’ evidente che le motivazioni alla base della richiesta avanzata da una nutrita fetta di cittadini di privare la chiesa della sua destinazione originaria risiedano nell’implicazione di sacerdoti, in primis del titolare della parrocchia all’epoca dei fatti e di quelli che si sono succeduti fino ai vertici della curia vescovile. Personalmente l’idea di sconsacrare la Trinità non mi appassiona e per un motivo molto semplice, peraltro legato ai valori e alle credenze che ognuno di noi possiede. La fede rappresenta il valore rispetto al quale ogni cristiano misura la sua esistenza e l’esistenza di Dio (“Le sue [di Dio]invisibili qualità, perfino la sua sempiterna potenza e Divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, perché si comprendono dalle cose fatte” (Romani 1:20). La credenza risiede nel fatto che questa fede possa trovare conforto negli uomini che hanno fatto della loro vita una missione votata anche alla cura e alla custodia della fede dei cristiani. E in parte è vero, ed è giusto che sia così. Ovviamente, in quanto credenza, soffre il limite di non riconoscere l’uomo ma solo il ruolo che rappresenta idealizzandolo in un modello di riferimento scevro dalle debolezze e dalle fragilità della vita. Quindi, uomo capace di peccare e anche di delinquere, a quanto racconta la cronaca sempre più fitta di reati di varia natura a carico di figure ecclesiastiche di qualsiasi ordine e grado. Identificare quindi un luogo di culto con il suo servitore, meccanismo alimentato dalla  consuetudine, significa estremizzare funzioni e obiettivi a scapito della medesima comunità che in occasioni come questa grida al peccato anche con una certa ipocrisia. Quindi perché, associare le nefandezze di un uomo, benchè prete, ad un luogo sacro che tale rimane nonostante un misfatto? Il sacrificio di quella giovane donna non credo che abbia oltraggiato bensì lavato, aperto alla luce il buio di tante coscienze che, redente o meno, hanno dovuto fare i conti con il provincialismo ed il bigottismo, la cattiveria e l’arrivismo di cui è pieno ogni piccolo centro. Certo, il prezzo è stato duro, durissimo per i suoi familiari e per tutta la comunità ma Elisa ha aperto un varco morendo in quella chiesa, ha demolito le certezze di tutti a prescindere dalla fede, ha fatto emergere il losco e il sotterfugio, i giochetti e le coperture lasciando che questi, certi di un incastro perfetto saltassero esattamente quando lei ha deciso di ritornare. E lo ha fatto esattamente nel posto in cui è sempre stata, richiamando tutti in quella chiesa, condannandoci alla verità che solo in un luogo come quello, per chi crede ovviamente, può riappropriarsi dei suoi reali connotati senza storture e manipolazioni. E nel mentre ha acceso una luce, perché il buio solo alla luce può cedere, non ci sono altri modi. A me piacerebbe che quella luce non si spegnesse, pur comprendendo il dolore di una madre e di una famiglia che ho sempre ammirato per il coraggio e la resistenza ad un dramma che non si è consumato con la morte ma che ha continuato a logorare attraverso i vizi e gli orrori degli uomini. Perché non riaprire la chiesa cercando il perdono di una famiglia? Perchè non aprirla intitolando ad Elisa i locali per l’associazionismo giovanile ? Perché lasciare che questo sacrificio appartenga ad una memoria dolorosa e non ad una memoria di perdono,(che non è necessariamente cristiano ma umano), che restituisca dignità a tutta la città, ad un centro storico macchiato da questo contenitore che ricorda solo dolore?

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte (Matteo 5,14)

 

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Teresa Lettieri

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