Alla Commissione Europea non piace l’oro rosso lucano
di Antonio Bavusi
Tra i paradossi della Commissione Europea in materia di ambiente, agricoltura ed emissioni dei gas serra, c’è il cosiddetto Emission Trading System, ossia lo strumento derivante dalla direttiva 2003/87 della CE, finalizzato al controllo delle emissioni in atmosfera derivanti dal Protocollo di Kyoto. Tra gli impianti oggetto della direttiva Kyoto ci sono anche quelli per la produzione e la conservazione dei prodotti agricoli e del pomodoro, tra i quali quello di Gaudiano. Lo stabilimento di Lavello compare nel Rapporto regionale sullo Stato dell’Ambiente 2013 tra quelli ad emissione di CO2 dei rifiuti, del petrolchimico e dei cementifici (vedi tabella).
Un impianto attualmente gestito dall’Eugea Mediterranea del Gruppo Doria, grazie ad un contratto di cessione della Regione Basilicata, sottoscritto dopo controverse e complesse operazioni di successione nella conduzione industriale.
L’Eugea Mediterranea controlla numerosi marchi dell’agricoltura biologica presenti in Italia. Il gruppo conserviero occupa a Lavello, da agosto a ottobre, fino a 400 operai stagionali ed una trentina di operai fissi, trasformando circa 800 mila quintali di pomodoro per le conserve. Ma vengono lavorati anche grossi quantitativi di frutta.
Mentre l’Unione Europea permette l’ingresso dei pomodori e derivati da altre aree del mondo e dal nord Africa, prodotti con largo uso di pesticidi, la commissione europea “fa le pulci” agli stabilimenti italiani per la produzione “dell’oro rosso” accusati non tanto per il totale delle emissioni dei gas serra ma solo perché questi impianti sono classificati “grandi impianti termici”, anche se molti di questi impianti, in realtà, funzionano solo durante due mesi all’anno e solo durante l’attività di raccolta e trasformazione del pomodoro.
Tale situazione può mettere in crisi la tenuta economica delle aziende agricole e di trasformazione italiane.
E’ forte il sospetto che la lobby finanziaria che controlla i marchi nel settore alimentare mondiale intende in questo modo penalizzare l’agricoltura italiana e quella del sud Italia imponendo, attraverso l’applicazione di una norma ambientale controversa per impianti di agro-trasformazione, una concorrenza sleale di tipo speculativo.
E’ infatti noto come l’agricoltura extraeuropea utilizzi sempre più manodopera agricola a basso costo che consente alti margini di profitto sul piano della distribuzione e dei prezzi praticati al consumo, con l’imposizione di prodotti agricoli e di trasformazione però di scarsa qualità. Un settore sul quale gli speculatori finanziari delle borse europee condizionano politicamente anche le scelte politiche di Bruxelles.
E mentre si registrano ritardi da parte del ministero dell’ambiente e degli assessorati regionali all’agricoltura e all’ambiente su questi temi cruciali per il futuro dell’agricoltura, appare paradossale il fatto che nell’area Bradanica e in quella di San Nicola di Melfi poco o nulla viene fatto per ridurre le emissioni serra dell’inceneritore Fenice, che incredibilmente neppure compare nella tabella del Rapporto Regionale sullo Stato dell’Ambiente.
Due pesi e due misure in tema di emissioni di gas serra, che scavano un solco profondo anche nelle politiche di sviluppo in Basilicata, tutt’uno con i temi ambientali, ancora una volta sottoposti allo sguardo strabico, sia da Bruxelles, sia da Potenza.
Basterebbe che per gli impianti conservieri fosse modificata a livello governativo la dicitura attualmente vigente nella normativa che li paragona a “grandi impianti di combustione”, attuando progetti per l’autoproduzione di energia rinnovabile ( tetti fotovoltaici industriali), attuando il corretto smaltimento dei fanghi di depurazione che avrebbero caratteristiche poco impattanti sull’ambiente (2/3 da terra e per 1/3 da scarto vegetale) con una programmazione regionale tesa a ridurre il fabbisogno idrico per le produzioni agricole lucane. E’ chiedere molto?
Ma per la Commissione Europea i gas serra sono diventati solo il pretesto per favorire ancora una volta l’industria a svantaggio dell’agricoltura del sud Italia e quella lucana da penalizzare con l’applicazione acefala di trattati ed accordi internazionali.
Auspichiamo che le istituzioni regionali non assecondino questa cattiva politica, questa volta comunitaria. La tutela dell’ambiente
