Ero una bambina curiosa, e in quella grande casa a via Due Torri ci andavamo spesso. In una delle stanze, requisita per la bisogna, c’erano strumenti musicali “da grandi”: una batteria, chitarre, un microfono.
Una tastiera.
Io sgusciavo inosservata fra le gambe dei “grandi” che la occupavano, mi sistemavo sotto la tastiera, e ascoltavo, accucciata. Musica che non capivo, Jethro Tull, King Crimson, Genesis, Pink Floyd, Emerson, Lake & Palmer, Jimi Hendrix, però posso dire che la mia formazione musicale è iniziata così, con quei suoni metallici e aspri, quelle parole di cui non capivo nulla, che erano per me formule magiche per l’ingresso nel mondo degli adulti. E anche la mia formazione alla socialità è iniziata così: ero incantata dal modo in cui i musicisti facevano gruppo fra loro, dal modo in cui si prendevano in giro e ridevano di tutto, dalla serietà con cui suonavano e cantavano. Avrei dato non so cosa per essere considerata una di loro, mentre il più delle volte manco si accorgevano che esistevo, se non per qualche calcio occasionale che mi dava – senza volerlo – il tastierista, che allora si piegava sotto lo strumento, e mi diceva “Ah, tu qua stai? però statt’attenta, che ti faccio male” ma rideva, gli ridevano gli occhi, e io arrossivo, però lo adoravo.
Il tastierista si chiamava Antonio Luongo, ed era mio cugino.
Antonio ha rappresentato per me l’esempio vivente della vulgata comune, secondo la quale non è necessario che due persone si vedano tutti i giorni, per essere molto strettamente legate fra loro. Antonio c’era, anche se non ci vedevamo quasi mai. C’è stato quando sono uscita da una situazione personale tremenda, e sono andata da lui a chiedergli un consiglio, per ricominciare. Non ricordo esattamente cosa mi disse, ma sono certa che non fu tenero, perché quello mi serviva, in quel momento. C’era quando mia mamma è stata malissimo, nel 2001, con pochi semplici risolutivi gesti. C’era per partecipare a gioie e dolori della vita della mia famiglia. C’era quella sera di qualche anno fa, quando partecipai ad un incontro politico per le primarie, e parlai di di un futuro possibile per la mia terra: la mobilitazione dell’intelligenza collettiva, i dati aperti, l’internet delle cose. Incrociai il suo sguardo, dopo, e gli chiesi se fosse fiero di me, scherzando. Molto seriamente mi rispose “Lo sono sempre stato”. Una medaglia al valore.
Vado molto fiera di quel pezzo di DNA che abbiamo in comune, e di quella vaga somiglianza fisica per la quale avremmo potuto essere fratelli: abbiamo lo stesso passo pesante, un po’ curvi in avanti, la stessa tendenza ad ingrassare, gli stessi capelli chiari e gli stessi occhi azzurri, le stesse mani nodose, perfino lo stesso modo di muoverle. E, voglio pensarlo, la stessa “ironia corrosiva, una autoironia disarmante che lo aiutava a superare anche momenti difficoltosi di impasse, una leggerezza mai superficiale, una patina di cinismo ostentata ma sempre usata a scopo essenzialmente difensivo” come ha detto benissimo, nella sua commemorazione al Parlamento, Antonio Placido, che evidentemente lo conosceva profondamente e ne ha fatto un ritratto personale molto centrato.
Antonio mi manca moltissimo. So poco della sua attività politica, non sono in grado di ricordarlo per quello, né azzarderei mai giudizi. A me manca il fratello grande, quello che si sedeva nella mia poltrona a ragionare sotto elezioni, quello che mi offriva il caffè al bar Mediterraneo, e mi diceva come la pensava su qualunque cosa con quel tono pacato, lievemente venato di una sfumatura dialettale, che ho ancora nelle orecchie. Lezioni, da cui traevo spunto per capire le cose, che mi mancano terribilmente.
Oggi è il tuo compleanno.
Auguri, Antonio, cugino mio, fratello di sangue, ovunque tu sia.
La foto di copertina è di Andrea Mattiacci

