A ciascuno il suo … di viaggio

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di  GERARDO ACIERNO

 

Poco prima che sparissero i treni dalla rete ferroviaria lucana, ho fatto un viaggio – da Bologna a Potenza – successivamente custodito con cura nel sacco della memoria.   

       Non perché rivelatosi pericoloso né perché scomodo e neppure bello tale da incorniciare. Da ricordare soltanto per un incontro e perché suscitatore di momenti non felicemente vissuti. Cosicché quando pochi giorni fa ho letto della incresciosa questione dei Lanzichenecchi diretti a Foggia raccontata su “la Repubblica”  da persona  altolocata, mi sono ricordato di quel mio viaggio e di quelle ore passate su quel treno e anch’io, scherzando con me stesso, ho dato un nome manzionano alla persona incontrata su quel treno durante quel viaggio: una sorta di Donna Prassede del nuovo Millennio.

       E’ andata così.

       Maestro elementare in pensione, quel giorno di dicembre viaggiavo, comodo e bene aggiustato, a bordo del Frecciarossa, carrozza 6, posto 3b. Da Bologna ‘la rossa e la grassa’ facevo ritorno, come poeticamente mi piace ripetere, nella mia taciturna terra lucana.

        Sistemati i bagagli e quant’altro, tirai fuori dalla tasca dello zaino il tablet e, capo piegato, iniziai a digitare parole.  Così, a caso. Poi, senza un particolare motivo ne eliminai qualche dozzina e con le altre man mano affiorate nella mia mente e sostanziatesi sullo schermo dello strumento tecnologico provai  a comporre (mia giovanile e mai abbandonata passione)  qualcosa  di senso compiuto. Il viaggio era lungo. Dovevo pur fare qualcosa oltre a pensare di dormire.  E come tutti  quelli che rientrano nella propria terra dopo una settimana, dopo un anno o dopo una vita  mi misi a scrivere di cose del mio mondo e a modo mio.

         La donna seduta nello scomparto di fronte a me vedendomi così assorto nell’operazione accennando un sorriso alquanto tagliente domandò:

       – Mi scusi, è uno scrittore lei?

       – No, signora.

       – Giornalista?

       – Per niente – risposi, sornione, giocando a nascondino con quella curiosità tutta femminile.

        – Allora lei insegna! – disse la donna convinta di avercela finalmente fatta a scardinare la mia riservatezza.

        – Ebbene sì, ho insegnato – ammisi con la mia innata ritrosia. – Ora sono in pensione.

        – Scuola media? Liceo? – continuò a crocchiare la donna, mezza età, rossa di pelle, nera di capelli, forse lucana anche lei.

        – No. Scuola elementare.

         Un lampo di sufficienza mista a delusione balenò negli occhi di quella chiacchierona, come a dire: “… bèh,  niente di  straordinario”. Infatti, acida, sibilò:

        – Ah, maestro di scuola …

        – E quindi? – chiesi con tono di sfida.

         Temendo il peggio la donna senza aggiungere altro si riaggiustò nell’incavo di un orribile poggiatesta color giallo nonsoché, fece spallucce e serrò gli occhi fingendo di darsi al sonno.

        Lo sguardo furbo di lei, quel suo arrogante arricciare le sopracciglia e soprattutto quel sarcastico modo di pronunciare le tre parole “..maestro di scuola..” mi avvilirono non poco. Mi sentii trattato come l’ultimo arrivato. Il fondo della classifica. La marginalità assoluta.

          Con velata malinconia girai lo sguardo sulla pianura intristita dal grigiore di un fiume che correva pigro verso il mare: c’era un cielo pesante, in lontananza si arrotolavano nuvole minacciose sopra un orizzonte piatto eppure quel paesaggio, disegnato com’era da campi ben coltivati, capannoni visibilmente produttivi, strade e ponti, segnalava vivacità e ricchezza.

       Ripresi a  scrivere:

      “Diversa è la curva di questo angolo di mondo rispetto ai collinari orizzonti lucani, frastagliati da pale eoliche e da trivelle petrolifere. E diversa continua a essere la vita nei nostri paesi. Da noi, gente di rocche e di calanchi, si ha la sensazione di navigare a vista. Tutto è sempre così provvisorio, tentennante, incerto, indeciso. Nelle nostre strade si aggirano ombre di pochi esseri viventi e qui da sempre ci si prepara a partire. Oggi si va con zaini griffati ma dentro, come un tempo nei cartoni, ci sono ancora salse, ciambotte e melanconie. Chi decide di restare non fa che sfogliare calendari, spulciare festività, usare giorni di congedo e sognare di prendere, prima o poi un treno o dormire nove ore su di un bus per  andare incontro  a  nebbie  padane, a indolenze rugantine oppure  a ingordigie romagnole. Ci dicono: Cambierà, Basilicata, cambierà! Sì, ma quando?

         È vero, non siamo più “i fratelli di Rocco né basilischi né senzacristi” ma con i nostri centotrentuno dialetti (e costumanze) siamo ciottoli limati dalla risacca di un antiquato orgoglio, scarniti dal livore di comuni miserie, intenti a scalare tormenti, anelare soddisfazioni dall’oro nero, picchiare ai portoni chiusi del lavoro che manca, che a dirla tutta è sempre mancato o che cambia e noi non si riesce a stargli dietro. Abbiamo ingozzato avanzi di ogni genere, liquidi traditori, scorie radioattive; abbiamo spacciato sconfitte per trionfi senza mai affrancarci del tutto dalla morsa di una storia da altri dettata  da altri  narrata. 

         Da noi è trionfato il distacco del guardare altrove né mai si è ondeggiato di fronte alla nobiltà del dubbio: mai uno scatto, mai un cambio del nostro tempo di vivere, soltanto la venerazione di un debole presente, la mancata voglia di tralasciare il passato più nero, nessuna forza di preparare il futuro. Basilicata. Terra dove sogni e aspirazioni hanno quasi sempre ali cedevoli come  gli aquiloni bambini  e  come  quelli quasi sempre si perdono nel vento”

         Anche dentro infinite gallerie appenniniche il treno correva veloce. Stanco e per certi versi appagato, tralasciai la scrittura e iniziai a inseguire ricordi. Mi piaceva lucidare di tanto in tanto la memoria. Non per rincorrere una semplice, artificiosa nostalgia. Per non dimenticare. I miei erano ricordi di cose, fatti e persone del mio mondo lucano, quello che un amico bollava come ‘il recinto paesano del quale ci si accontenta e dal quale non si ha voglia di uscire”.

          Quella mattina furono ricordi di scuola, naturalmente, tenuto conto della situazione creatasi dopo lo sferzante giudizio di quella donna seduta di fronte a me. Ma non solo. Primi anni Settanta. Nel sud della Basilicata. Pendici del Pollino. Mi fu affidata una pluriclasse di quindici bambini, frutto di una comunità radicata sopra sfuggenti colline,  un  manipolo di contadini ostinati a coltivare il grano, a pascolare pecore, allevare maiali ma anche, grazie al cielo, a mandare i propri figli a scuola. Si stava l’inverno a rincorrere il vento nella stamberga che fungeva da aula e in primavera a caccia di topi, spavaldi esploratori di carte geografiche, di ciocchi da ardere e di tasche di  cappotti  utili  per  una  stagione ancora umida e piovosa.  

          Di quel tempo scolastico mi tornò in mente la  visita  di  controllo condotta da un’ispettrice ministeriale con gli stessi criteri e gli stessi canoni di un passato che sembrava non finire mai.  Arrivò lassù  da noi – alunni, maestro e genitori – a bordo di una Fiat 600 guidata prudentemente da un solerte direttore didattico lungo tratturi battuti da greggi, serpenti e cinghiali. Ricordavo  ancora  il nome altisonante della nobildonna (Teodolinda De’ Goti – mi raccomando l’apòcope! – mi aveva avvertito, zelante, il mio dirigente – De’ Goti e non Dei Goti!). Né avevo dimenticato quel suo maestoso, eccessivo abito nero lutto, la stilografica impugnata da falangi ossute e cadaveriche, il suo silenzio sdegnoso e sdegnato, lo sfregolio dei fogli del Registro di Classe setacciato minuziosamente, il suo secco colpo di tosse per dire arrivederci senza dire una parola ai bambini né girare lo sguardo verso i sorridenti genitori  venuti ad ossequiarla in fila sotto l’ombra del castagno più frondoso della collina.

           Cambio di scena. Periferia di Potenza. Anni Novanta.

         Altra realtà scolastica, altro paesaggio. Una distesa di capannoni industriali sorti dopo il terremoto del millenovecentottanta e di già quasi tutti in disuso,  abbandonati. Scuola a tempo pieno, classe unica, doppio docente, scuola nuova per tempi nuovi, si diceva, e la figura spaurita di Mauro, un mio alunno che infila la mano infreddolita tra le mie per farsela riscaldare. Senza parlare, senza chiedere nulla. E io che stringo entrambe le mani del piccolo, gliele riscaldo a dovere mentre la scolaresca cantilena:“…Maestro a casa di Mauro non c’è il fuoco, non hanno i termosifoni … hanno soltanto una stufetta elettrica … il papà di Mauro ha perso il posto, ora è disoccupato.. Mauro ‘tiene’ freddo, maè!”

          Avrei voluto svegliarla quella gazza addormentata  di compagna  di  viaggio, quella donna Prassede  da strapazzo, nel frattempo raccolta malissimo nel cuscino color giallo qualunque e raccontarle questi momenti. Le emozioni, i sacrifici, le scarse soddisfazioni, i numerosi traguardi prefissati e raggiunti, quelli altrettanto consistenti purtroppo mancati e tutto il calendario di esperienze umane, educative, sociali che il maestro di scuola, come insolentemente e sprezzantemente mi aveva chiamato lei, acquisisce, conserva e trasmette. 

         Mi trattenni, meglio  di no,  forse anche lei avrebbe risposto come per anni avevano velenosamente  evidenziato altre persone: “ Eh,  sì, vabbè, però tre mesi di ferie e feste comandate e scuole chiuse per  le  votazioni … ma  quand’è  che  lavorate voi maestri?” Tornai a guardare di nuovo fuori dal finestrino. Gli schizzi di pioggia che zigzagavano impazziti  sul vetro mi distrassero da quelle  malinconie.   

         L’inverno si annuncia particolarmente aggressivo, pensai, mentre mi acconciavo nel sedile di panno grigio, esortato dal caldo della carrozza  e dalla durata del viaggio a ricordare ancora.

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