AL DI LA’ DELLO SPECCHIO

0
ida leone

Ida Leone

La sveglia suona.
Non so perchè la faccio suonare ogni mattina alla stessa ora, non ho più orari da rispettare, un posto dove andare. Ma mi serve ad illudermi di essere ancora viva.
Allungo una mano per spegnerla e subito mi salta il cuore in gola, un battito accelerato, un ritmo disuguale. Non mi sono ancora abituata all’idea che basta il minimo movimento per scatenarmi questo muto ritmo malato in petto.
Il braccio nella penombra si distingue appena, è più sottile dello stelo della lampada.
Anche il mio corpo, sotto le coperte, è appena visibile.
Peso 38 chili.
Da più di sei mesi mangio l’equivalente di uno yogurt magro (o una mela, o un biscotto) al giorno. Per tutto il giorno, solo quello.
All’inizio la fame mi invadeva il corpo, partiva da sotto lo sterno, dove sentivo quel misterioso gluc, tanto tempo fa, e mi camminava sotto la pelle fino ad insediarsi in ogni cellula, in ogni fibra.
E’ terribile, la fame.
Ti sussurra nella testa in ogni momento della giornata, è compagna inseparabile delle tue ore, di giorno e di notte. La vedo, è una donna scheletrica, scura di capelli, il naso affilato, le occhiaie, vestita di nero. Aggrappata con le unghie alle mie spalle, la testa affianco alla mia, che mi sussurra in continuazione fame fame fame fame.
Sopra il suo sussurro malato, però ce n’è un altro, più sottile, che mi parte direttamente da dentro, e mi incita a non arrendermi. Puoi farcela, mi sibila, nell’altro orecchio. Non è meraviglioso? Puoi vivere senza mangiare! Quale potere più grande? Dai, ancora un giorno. Ancora un chilo, poi ti lascerò andare. Invece non se ne va. E se se ne andasse, sentirei solo un immenso silenzio che mi fa una paura terribile.
Nessuna delle promesse di quella sera, di quei giorni meravigliosi, è stata mantenuta.
Non l’ho mai avuto, mai davvero.
Quando ho cominciato a svenire in ufficio, mi hanno quasi costretta a ricoverarmi. I periodi di ricovero e quelli di non ricovero hanno cominciato ad alternarsi come una giostra impazzita. Alla fine, mi hanno licenziata per scarso rendimento. Vivo di una pensione minima, e dell’aiuto di qualche amico, dei pochissimi che non mi hanno bollato come pazza e vengono ancora a trovarmi.
Il corpo ha bisogno di nutrimento, lo sanno anche i bambini.
Se non gliene viene dato dall’esterno, comincia a cercarlo dentro di sé.
Comincia a mangiarsi da solo, cannibale estremo.
All’inizio si mangia tutto il grasso, la riserva naturale ed ancestrale dell’uomo per affrontare le periodiche carestie della storia.
E’ il periodo felice del “Ohh ma come sei dimagrita! Stai benissimo! Brava!” e tu ti senti brava davvero, perché ti domini, per avere trovato un punto fermo in una vita impazzita che non va mai come vuoi tu. Questo, almeno, è controllabile. La lancetta sulla bilancia scende se non mangi: è matematico, incontrovertibile, sicuro, pulito. I vestiti ti cadono di dosso, e tu sei felice, di stringere buchi alla cinta dei pantaloni.
Poi il corpo si mangia la carne, i muscoli, le fibre muscolari, rosicchia i tendini, svuota braccia e gambe. Si comincia ad avere difficoltà di movimento, si inciampa, cascano le cose di mano, si ha sempre freddo, anche d’estate.
Io ero sempre piena di lividi, sbattevo dovunque, con le parti del corpo più inusuali. Scompaiono le mestruazioni, si comincia a soffrire di bradicardia e soffio al cuore. Respirare non sembra più tanto facile  e naturale, bisogna pensarci, ad ogni respiro, ricordarsi come si fa.
Le persone cominciano ad evitare il tuo sguardo, ad evitarti nei corridoi, fanno finta di non averti visto, ma tu sei contenta, perché quello che vuoi veramente è sparire, esser invisibile, non esistere più. Vuoi regredire allo stato infantile, anzi vuoi essere un feto, che ancora sguazza al caldo nella pancia della mamma, senza pensieri, responsabilità. Senza dolore.
Sei magra, spaventosamente magra.
Si vedono i tendini rinsecchiti sotto la pelle diafana, non hai più forme, anche le famose miracolose tette sono ridotte a due bisacce avvizzite di pelle grigiastra, i capezzoli appena un po’ più scuri. Gli erano piaciuti, i miei capezzoli, quella sera. Ci si era attaccato come un lattante.
Ho un brivido.
Gli amici si preoccupano, si consultano, ti portano – di peso, alla fine – da un medico, che non può far altro che constatare il disastro e farti ricoverare.
In un posto dove nessuno sa niente di te, e nessuno se ne preoccupa, pensano solo a rimpinzarti artificialmente con le flebo e a misurarti la pressione ogni tre ore.
Appena i valori rientrano un filo sopra la norma, a casa.
A ricominciare il tuo amplesso magico con la fame, la tua regola, il tuo passaporto per l’eternità, l’unico punto di riferimento in un universo andato in pezzi.
Alla fine, il corpo si mangia gli organi interni, fra cui il cervello.
E’ lì che si salta il fosso e si entra nella pazzia. Avevo allucinazioni, la vista andava e veniva, a volte mi pareva tutto buio, a volte mi pareva ci fosse troppa luce, nei posti dove stavo. Strizzavo gli occhi in continuazione.
Dimenticavo persone, facce, impegni. La mia brillantissima testa era ridotta ad uno stanzone vuoto, nel quale mi aggiravo smarrita, incapace di trovare l’uscita. Uno stanzone con pochi lampi di luce, come le scintille che escono da un cavo elettrico strappato dal muro.
Non scrivevo più sul blog né da nessuna altra parte. Niente mi interessava più, persa come ero nella mia sfida a scacchi con la morte, nella mia ossessione per lui.
E sempre più spesso, all’improvviso la luce andava via del tutto, il pavimento mi veniva incontro, e io mi ritrovavo a terra, la faccia sulle mattonelle, con qualcuno che mi guardava dall’alto chino su di me, terrorizzato, chiamando il mio nome. Non sapevo mai quanto tempo era passato, se minuti o ore.
E spesso non riuscivo fisicamente a rialzarmi, mi insultavo dandomi della pigra, maledicendomi, ma non ce la facevo.
La fame pretende.
E’ una lotta senza quartiere fra lei e te, leggevo tempo fa. Lei vuole farti morire. Tu vuoi vivere. E’ ovvio che non potete vincere entrambe.
E’ cominciato tutto sei mesi dopo quella furiosa meravigliosa notte nel suo ufficio.
Ce ne sono stati altre, di notti di sesso. Ma quella magia non c’è stata mai più, adesso lo so.
Ogni volta, leggevo sulla sua faccia un po’ più di stanchezza, un po’ più di rimorso.
Un po’ meno desiderio di me. Io rappresentavo la sua nemesi, una malattia, che non si vorrebbe e che fa stare male, ma di cui non ci si può liberare.
Forse gli facevo pena, alla fine.
Mi cercava poco, mi scriveva sempre meno.
Un giorno sono uscita dal palazzo dei nostri uffici e l’ho visto lì davanti con la sua donna.
Ridevano.
Mi è venuto in mente con una stretta al cuore che non me non rideva mai.
Non rideva più.
Poi cominciò a disertare gli appuntamenti, trovava scuse, accampava impegni inesistenti. Io ero sempre più lagnosa e isterica, gli facevo scenate, qualche volta anche in pubblico. Le voci su di noi cominciavano a circolare insistenti, e lui si faceva di giorno in giorno più evanescente.
Un lunedì di fine Aprile ero in ufficio, alla mia scrivania, concentrata su un documento di lavoro. Mi ricordo il sole tiepido che entrava dalla finestra, l’aria di primavera, fuori.
Sapevo che avrei dovuto essere felice, e invece non lo ero, sentivo una strana inquietudine e non sapevo spiegarmi cos’era. Leggevi e rileggevo le stesse frasi, senza riuscire a trovare un senso.
Il pensiero fu improvviso, e mi colpì come una frustata.
Aprii la pagina della posta, folgorata.
Contai e ricontai, incredula.
Come avevo fatto a non accorgermene?
Da almeno una settimana, non ci scrivevamo più. Ero così presa dall’attesa dell’incontro successivo, dalla insoddisfazione violenta che provavo prima e dopo, con appena un timido ed effimero senso di pienezza durante, che non mi ero resa conto che non ci scrivevamo più.
E anche prima, della nostra magnifica intesa intellettuale non c’era più traccia. Laconiche mail di lavoro, stentati tentativi di conversazione, poi più nulla. Beh, ma è normale, tentai di sorridermi. Ormai il rapporto si è evoluto, ci vediamo, parliamo a voce, non c’è più bisogno di scriversi.
Cercai allora, concentrandomi, i gomiti sulla scrivania, la testa fra i pugni, di ricordare cosa ci eravamo detti l’ultima volta che eravamo stati insieme. Strinsi gli occhi, digrignai i denti, mi schiacciai la testa fra le mani fino a farmi male.
Neppure una parola, mi veniva in mente.
Semplicemente, non avevamo parlato.
Cominciai a notarlo.
Lui non mi diceva mai nulla.
Non chiedeva mai, si limitava a non respingermi.
Cominciai ad incalzarlo per parlare, prima durante e dopo i nostri tristi rendez vous.
Non sapevo mai di cosa, però, allora lo rimproveravo, lui non sapeva cosa rispondere, si innervosiva, mi diceva che ero paranoica, e si ammutoliva sempre di più.
Finché un giorno, forse nel tentativo di rabbonirmi, di fare una battuta, di trovare un argomento di conversazione qualunque, sfinito, mi dette un pizzico su un fianco e disse: “Ci stiamo un po’ lasciando andare, eh? Prima qui non si acchiappava niente!”
Scherzava, probabilmente.
Ma a me fece l’effetto di una scossa elettrica.
Quel giorno non riuscii a pensare ad altro.
Tutto mi sembrò chiaro, ad un tratto.
Tutto mi sembrò recuperabile.
Avevo un obiettivo, raggiunto il quale tutto sarebbe stato facile.
Quella sera non cenai, a casa. Solo acqua.
Mi sentivo pura, santa, pulita.
Mi offrivo al sacrifico del digiuno per lui, perché me lo chiedeva lui.
Il giorno dopo, un’insalata scondita, a pranzo.
A cena, una banana. La fame mi bruciava sotto lo sterno, ma la facevo tacere correndo sul lungomare. 40 minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Dopo un anno, mangiavo 4 mele al giorno. Ogni mela divisa in otto spicchi, ogni spicchio in quattro parti, ogni parte a metà. Sessantaquattro minuscoli pezzetti di mela messi in bocca uno per volta, masticati fino alla liquefazione. Un litro d’acqua, e via.
Non è stato sempre facile.
In quell’anno ho alternato i digiuni a periodiche pantagrueliche abbuffate, durante le quali senza sapere come e quando, facevo una spesa enorme, mangiavo tutto, compresa roba cruda, e perfino surgelata, talvolta. Il corpo reagisce così, al digiuno: a un tratto ti ordina di mangiare, e non c’è nessuna forza al mondo che possa fermarti dal farlo. La volontà si annulla, si annulla la lucidità e perfino il ricordo. Mangi roba che non ricordi di aver comprato. Poi vomitavo, ficcandomi in gola lo spazzolino da denti a pile, acceso.
Mi lavavo i denti, usando un altro spazzolino, e ricomparivo in società. Un altro giro di giostra.
Scoprii che i superalcolici rendevano la testa subito vuota, facilitando il proposito di non ingoiare nulla, nemmeno un salatino, nemmeno per sbaglio: e se si esagerava davvero, vomitare era molto più semplice.
Naturalmente essere sempre perennemente ubriaca qualunque fosse il motivo dell’incontro fra amici, una cena di compleanno, un matrimonio, un funerale, non contribuì ad innalzare la mia popolarità, in quel periodo.
Lui smise di cercarmi del tutto. Si negava se lo cercavo io, non rispondeva alle mie mail, né ai miei sms, faceva squillare il telefono senza rispondere. Avrei dovuto arrabbiarmi, in fondo lo facevo per lui, avrei dovuto smettere, subito, tanto non serviva niente. E ci provavo, anche. Mi guardavo allo specchio del bagno, gli occhi sempre più infossati, al pelle del viso sempre più spenta e grigia, e mi dicevo DEVI SMETTERE SUBITO, ADESSO. NON SERVE A FARLO TORNARE, CAPISCI??
Ma invece di smettere, fu in quel periodo che passai dall’altra parte dello specchio.
Curiosamente, avevo sempre pensato che se la storia fosse finita, mi sarei vendicata, raccontandolo a tutti, magari anche dicendo cattiverie sulla sua prestanza sessuale. E invece non mi venne proprio in mente, in quei mesi. La mia rabbia cieca si riversava solo e soltanto contro di me.
Una parte di me, sibilante, velenosa, implacabile, continuava a dirmi che ero grassa, che se fossi dimagrita tutto si sarebbe aggiustato, lui sarebbe tornato, di sicuro, più innamorato di prima.
Una voce più ferma, ma sempre più flebile, mi diceva che innamorato lui non era stato mai, era stato un mio capriccio, una cosa che avevo voluto a tutti i costi solo io, ed era finita perché non poteva che finire. Contare le calorie giornaliere, passando da 1.000 a 500, da una forma di nutrimento più o meno normale a misere imitazioni di pasti, era un modo come un altro per dare ordine, metodo, razionalità alle mie giornate. Un motivo per vivere. Ragione di vita, alla fine.
In capo ad un anno ero arrivata a pesare 50 chili, dai quasi 70 di quando avevo cominciato la mia “dieta”, la mia scommessa con l’eternità.
Non ero più una burrosa pallanuotista. Non ero più niente. Ero piuttosto imbruttita, in verità. I capelli mi cadevano a ciocche, ero pallida e con le occhiaie. Curva, come una vecchia.
La bicicletta, amato sport di sempre, divenne ben presto un’ossessione.
Dieci, quindici, venti chilometri al giorno. Tutti i giorni. Pedalando forsennatamente, anche in pieno inverno. Provai a uscire perfino con la pioggia torrenziale, ovviamente scivolai e caddi. La botta non era stata forte ma  mi fratturai una spalla. In ospedale mi dissero che ero sottopeso (ma davvero?), presentavo evidenti carenze nutritive, le ossa erano fragili come bacchette di vetro. Era un miracolo che non mi fossi spaccata un femore, col rischio di morire d’inedia, sola, nella pineta, che d’inverno è deserta per giorni.
Il medico era giovane, carino, gli occhi chiari. Sembrava preoccupato. Io non capivo perché. Ok, sono caduta dalla bicicletta, che sarà mai?
Cercavo di ignorare che non riuscivo quasi più a stare in piedi e a camminare in un modo normale.
Mi prescrissero ricostituenti, e, per la prima volta, una visita psichiatrica.
I ricostituenti finirono nel water, la prescrizione di visita specialistica dallo strizzacervelli direttamente nel cestino dell’immondizia nell’atrio dell’ospedale.
La folle corsa verso il nulla continuò.
48 chili, 45, 40.
Mi pesavo dieci, quindici volte al giorno.
Quando sono stata licenziata, ho cominciato a non alzarmi più dal letto o quasi.
E adesso sono qui. Fuori è estate, fa caldo, io tremo dal freddo sotto una coperta di lana, sotto la quale il mio corpo non si vede più. Mi gira la testa, il cuore fa salti bizzarri nel petto.
Ho un solo obiettivo, in tutta la giornata, uno solo: riuscire a sentire la sua voce. Non mangio più, mi alzo a fatica dal letto solo per andare in bagno, da qualche tempo non ho più nessuna cura per me stessa, non mi lavo quasi più.
Prendo il telefono. Non ho bisogno di scorrere la rubrica, il suo è l’unico numero in memoria.
Schiaccio il tasto verde di chiamata, come ogni giorno, più volte al giorno.
Mi aspetto di sentire, come ogni giorno, gli squilli che si rincorrono come i cavalli di una giostra, sempre alla stessa distanza, fino a che la linea cade.
Mi immagino il suo cellulare che vibra, in una tasca, su un tavolo, in una stanza vuota, perché mi fa troppo male pensare che lui sia lì, che guardi il numero stringendo le labbra, e lo lasci squillare.
Oggi è diverso.
Niente squilli.
Una voce femminile metallica mi avverte: attenzione, il numero selezionato è inesistente.
Ha cambiato numero.
Nessuno me lo darà, il numero nuovo. Non ho praticamente più amici e lui sarà stato bravissimo a mettere a tacere tutte le voci. Nessuno sa di noi due, nessuno avrebbe pietà.
Io non sono nessuno, lui è l’uomo potente di sempre.
Non ho più modo di rintracciarlo, non saprò mai più se avrebbe potuto rispondere o no.
Mi arrendo.
Voglio tornare indietro.
Rivoglio la mia vita di prima.
Forse se mi sforzo di buttare giù qualcosa, un tè caldo, una banana, forse potrei ricominciare. Forse.
Mi serve qualcosa che mi dia un minimo di coraggio, devo alzarmi dal letto, mi servono tutte le pochissime energie che ho. Prendo il telecomando dello stereo, e faccio partire la musica.

Bussano alla porta.
“Avanti” dice Antonio.
E’ Gianluca.
Ha qualcosa di strano, è pallido, gli trema il mento.
“Che c’è?”
“Francesca”
“Francesca?”
“L’hanno trovata morta. Gli infermieri del 118. Hanno sfondato la porta, chiamati dai vicini. C’era da 24 ore la IX Sinfonia di Beethoven. Sparata a tutto volume, tremavano i muri. Attacco cardiaco..”
Gianluca piange, senza ritegno, in piedi, le mani appoggiate allo schienale di una sedia.
Antonio si alza, e va a chiudere la porta.

Condividi

Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

Lascia un Commento