Era uno dei miei bersagli letterari preferiti. Eh già, perché Open, la storia di Andre Agassi, il campione del tennis, è ben di più di una semplice autobiografia. È un romanzo di una vita vera, la vita di un campione che è una specie di predestinato. Avevo raccolto diversi pareri positivi sul conto di questa pubblicazione, e un po’ perché mi diletto a leggere e un po’ perché sono interessato alla genesi dei fenomeni sportivi, il libro mi incuriosiva molto. Devo dire che esso è molto di più dell’autocelebrazione di un campione. È un racconto scritto molto bene – a dimostrazione che se sei un campione nello sport non è detto che non sappia tenere una penna in mano, né che non possa aver letto parecchia roba e non possa, a tua volta cimentarti in nell’impresa non facile come quella di scrivere un libro a tua volta -. E uno come Agassi ne ha da raccontare, basti pensare che, da bambino, gli capitava spesso di fare due palleggi nientedimeno che con campioni del calibro di Jimmy Connors e Ilie Nastase. Per cui avere la possibilità di capire quello che passa nella testa, nel cuore e nell’anima di un campione in ognuna delle tappe più significative della sua strabiliante carriera è come avere una telecamera posta direttamente nel cervello dell’uomo (prima ancora che di quello del giocatore) che ci rivela apertamente tutte le sue paure, i suoi dubbi, le frustrazioni e ovviamente le gioie che lo hanno accompagnato in questa suo percorso umano e sportivo.
Agassi ci racconta minuziosamente delle vicende familiari, della tirannia di un padre maniacale fuggito dall’Iran, arrivato in America sotto falso nome, che inizia tirare di boxe, finendo anche a fare un incontro al Madison Square Garden, fino a diventare il primo allenatore (piuttosto ossessionante) per il figlio che doveva diventare, senza alcuna possibilità di dubbio, il numero uno del mondo. Agassi racconta questa ed altre mille cose che
riguardano la sua vita, dalla fase della crescita fino alla sua dimensione di giocatore mondiale, senza risparmiare una critica al sistema educativo di una famiglia nella quale il padre non si faceva alcun problema a definire Philly, fratello maggiore di Andre, un “perdente nato” soltanto perché non in possesso della cattiveria agonistica giusta per diventare, a sua volta, un campione con la stessa stoffa (e anche lo stesso carattere) di Andre. Un’autobiografia è tale se non fa sconti, se non indora nessuna pillola e se trasferisce al lettore il quadro esatto della situazione reale che l’autore ha vissuto, con tutte le esperienze dolorose, i traumi e le contraddizioni di una famiglia americana talvolta caratterizzata anche da eccessi. Dopo aver tiranneggiato il figlio fino all’età dell’adolescenza, papà Agassi a un certo punto capisce una cosa che, probabilmente, nel salvare il rapporto con il figlio, ne decreta e ne sancisce anche il distacco dai suoi metodi ruvidi e spietati. Ecco cosa dice l’autore de del libro, parlando del momento in cui il padre decide di spedirlo via di casa alla scuola di Nick Bollettieri, in Florida:
“Mi manda via, anche per proteggermi da se stesso. Andre, dice, devi mangiare, dormire e bere tennis. È l’unico modo per diventare il numero uno. Già mangio, dormo e bevo tennis. Ma lui vuole che lo mangi, lo dorma e lo beva altrove. Quanto costa questa accademia del tennis? Circa dodicimila dollari l’anno. Non ce la possiamo permettere. Ci andrai solo per tre mesi. Fanno tremila dollari. Non ci possiamo permettere neanche quelli. È un investimento. Su di te. Troveremo il modo. Non ci voglio andare. Ma vedo dall’espressione di mio padre che la faccenda è già decisa. Fine della storia”.
Un decisionista. Uno che aveva investito tutta la sua vita per un unico obiettivo: far diventare il figlio non un semplice campione, ma il n. 1 assoluto.
Non saprei ancora dire se questa esperienza nella vita di Agassi – un’esperienza traumatica, che lui ha superato soltanto grazie al fatto di avere effettivamente un talento che si è accompagnato a metodi durissimi e a tratti spietati – sia qualcosa che possa fungere da insegnamento ad altri genitori. Sarei portato però a concludere negativamente questa domanda. È solo la storia di un ragazzino americano che diventa il n. 1 avendo avuto un padre determinato fino all’inverosimile. Pertanto mi sentirei di lasciare questa storia confinata nelle pagine di un libro bello e suggestivo ma senza rischiare pericolose imitazioni da parte dei genitori che seguono i propri figli nelle attività sportive settimanali. Se non l’avete fatto, leggete pure il libro, ma non traetene ispirazione per i vostri comportamenti educativi. I vostri figli non devono necessariamente diventare dei campioni, devono però avere la possibilità di fare le loro scelte, devono poter sbagliare e, se non diventeranno i numeri uno del mondo, e nemmeno del quartiere, ciò che conta è che crescano come dei bambini qualunque, possibilmente come dei bambini felici.
