Ashraf compare all’orizzonte della spiaggia agostana affollatissima di bagnanti, suscitando i commenti gioiosi delle signore sedute sotto l’ombrellone, sue affezionate clienti. Ashraf é pakistano, e indossa sandali, ampi pantaloni di cotone beige e una larga tunica con le tasche, dello stesso colore. In testa ha il sidhi, il tradizionale berrettino della sua gente, al collo collane colorate, mercanzia da vendere. Mercanzia contenuta anche nello zaino militare che si porta su una spalla.
Le chiacchiere di bentornato delle signore in bikini lasciano il posto ad una voce sola: “Ma che fine avevi fatto, Ashraf? Sono due settimane che non ti vediamo!”
“Tornato in Pakistan”. E poi, con la voce ridotta ad un filo, gli occhi bassi: “Mamma morta”. Le signore ammutoliscono per un attimo, poi si levano esclamazioni di pena, conforto, e partecipazione. E accade l’inaspettato: gli occhi nerissimi di Ashraf si riempiono di lacrime, si gonfiano, le lacrime precipitano. Ashraf piange, desolato, la morte di sua madre. Le signore, intenerite, si commuovono. Viene invitato a sedersi, gli viene offerto un bicchiere di acqua, qualcosa da mangiare. La pietas mediterranea sboccia come per incanto, la partecipazione al dolore altrui si dipana, come spesso accade alle nostre latitudini, sotto forma di domande. Ashraf risponde, gli occhi vagano sui visi di donne attente e commosse, e ogni tanto tornano a riempirsi di lacrime, che asciuga con un fazzolettone a scacchi. E cosí, risposta dopo risposta, si delinea sulla sabbia bollente, in mezzo a vociare di bambini e partite a racchettoni, la storia di Ashraf.
La mamma aveva 65 anni (“mamma mia! ma era giovane!!”), viveva in Pakistan. Aveva preparato la carne e le melanzane per il pranzo, poi aveva chiesto di stendersi, e pochi minuti dopo se n’era andata. Cosí, senza un lamento. Ashraf ha cinque fratelli e tre sorelle, sparsi per il mondo, e non tutti hanno potuto esserci, per i funerali. Uno dei suoi fratelli, Hanhover, ha aperto addirittura un negozietto, sul corso principale di questo piccolo borgo di mare (che le signore conoscono bene, e infatti anche la serranda chiusa dei giorni scorsi aveva fatto temere per il peggio). Suo padre, benché la sua religione e le leggi del suo paese gli consentano la poligamia, aveva una sola moglie, quella che é morta. Lui ha 32 anni, lavora in Italia da 12, d’estate, vendendo bigiotteria indiana sulle spiagge. Ha anche lui una sola moglie, e quattro figli, tutti in Pakistan. Con i soldi che riesce a mandare a casa, la sua famiglia ha comprato un bel pezzo di terra, e mucche, capre, galline, che alleva. I baffi nerissimi di Ashraf vibrano di orgoglio, e gli occhi finalmente accennano un sorriso, quando dice “I soldi no sono problema, per mia famiglia”.
Quasi piú per affetto che per voglia di shopping, Ashraf viene invitato a mostrare la sua mercanzia. Seguono analisi, prove con lo specchio, le consuete minute contrattazioni, vendite ed acquisti. Poi il pakistano delle spiagge ripiega la pezza bianca che aveva steso sulla sabbia per far brillare i suoi gioielli, ripone tutto nel suo zaino, si alza, se lo rimette in spalla, e se ne va, seguito dalle calorose benedizioni delle mamme di un’altra terra, un’altra cultura. Perché tanto le lacrime e il dolore, come l’amore, si capiscono bene in tutte le lingue del mondo.
