Basilicata: l’agricoltura idroponica come strumento anti-desertificazione

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Il tema della desertificazione in Basilicata è, da anni, un campanello d’allarme in continuo “dondolio”. Così come vi riportammo in un altro articolo da noi pubblicato nel 2021, ad opera di Lidia Lavecchia, secondo il Consiglio nazionale delle Ricerche il 55% del territorio lucano è a serio rischio desertificazione. Un dato dai foschi toni apocalittici se si pensa che l’agricoltura è uno dei traini economici più importanti dell’intera regione. E proprio per quanto concerne il dato agricolo, così come riportava la Cia Basilicata, in un decennio la superficie regionale con “vocazione” agricola è diminuita del 12% complessivamente, circa 65mila ettari in meno. Ma i campanelli d’allarme non finiscono qui: secondo studi pubblicati nel 2020 da Legambiente, la Basilicata sarebbe tra le regioni italiane più a rischio desertificazione, assieme a Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Ma a cosa è dovuta la desertificazione? Le cause sono, innanzitutto, da riscontrarsi nei cambiamenti climatici e nel surriscaldamento globale. Ciò comporta un degrado “qualitativo” del terreno che, in questo modo, perde ogni caratteristica utile al fine del suo utilizzo per attività agricole o di allevamento, sino alla scomparsa totale della biosfera (ovvero flora e fauna) e la completa mutazione, solitamente irreversibile, dell’area in deserto. Se la desertificazione potrebbe essere un fenomeno progressivamente irreversibile, al contempo la tecnologia potrebbe venire in soccorso all’economia lucana. In che modo? Grazie all’agricoltura idroponica che, sempre più, sta divenendo una reale e naturale alternativa alla tradizionale coltivazione.

desertificazione

Che cos’è l’agricoltura idroponica?

Per semplificare in modo estremo, si potrebbe affermare che l’idroponica è la coltivazione delle piante fuori suolo, ovvero senza terra e grazie all’acqua, nella quale vengono sciolte sostanze nutritive adatte per far crescere le piante in modo rapido, naturale e in salute. L’etimologia della parola idroponica deve ricercarsi nella lingua greca antica: “hidro” ovvero acqua e “ponos”, che significa lavoro. Questa speciale tecnica diviene fondamentale per lo sviluppo e la coltivazione delle piante, sia di tipo decorativo che di tipo ortofrutticolo, anche in ambienti particolarmente sfavorevoli all’agricoltura tradizionale o addirittura in ambienti “chiusi”, con caratteristiche vantaggiose non solo per la produttività ma anche per l’ambiente stesso. Infatti, il grande vantaggio offerto dall’agricoltura idroponica è senza dubbio la possibilità di coltivare ovunque, anche dove non c’è terreno o non c’è il clima ideale per poter avviare determinate coltivazioni di tipo tradizionale (si pensi, appunto, ad un’area desertica). Senza contare che, com’è lecito attendersi, l’acqua utilizzata per la coltivazione può esser riciclata e riutilizzata all’infinito, producendo un ipotetico impatto ambientale nettamente inferiore.

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Esistono, al momento, due grandi tipologie di coltivazione idroponica: quella che impiega il substrato, ovvero miscele di perlite, sabbia, argilla espansa ecc., che viene inumidito e irrigato con acqua e sostanze nutritive, e la coltivazione idroponica senza substrato, dove le radici delle piante sono immerse nel flusso della soluzione nutritiva (composta da acqua e sostanze disciolte). Come detto, con questo sistema è possibile avviare una coltivazione indoor o outdoor, in orizzontale, come nell’agricoltura “tradizionale”, ma anche in verticale, un metodo che consente notevoli risparmi di carattere logistico. Ma, i vantaggi non finiscono qui: essendo un’agricoltura senza terreno, le malattie delle piante legate ai classici parassiti vengono sensibilmente ridotte, così come lo svilupparsi di erbe infestanti o la presenza di animali pericolosi per le coltivazioni (in una regione dove, ad esempio, i cinghiali sono decine di migliaia e devastano le colture senza freni). Con essi, anche il complessivo impatto ambientale è teoricamente ridotto visto che, almeno sulla carta, gli strumenti adoperati per le coltivazioni idroponiche sono nettamente meno inquinanti rispetto a quelli classici dell’agricoltura tradizionale.

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Una soluzione per la Basilicata?

Ma l’idroponica non è solo una soluzione meccanico-industriale alla desertificazione del suolo e alla riduzione della produzione agricola. I vantaggi, in un certo qual modo, sono anche di stampo “culturale”. Il controllato dosaggio delle sostanze nutritive utilizzate nel “fluido” coltivabile, va ad influire anche sull’intrinseco sapore del prodotto: in sostanza, con uno studio mirato e professionale, si potrebbe addirittura adoperare questa speciale tecnica agricola per la conservazione dei prodotti agricoli tipici lucani visto che, in teoria, l’idroponica può esser adoperata con qualsiasi pianta e in qualsiasi luogo. Riassumendo: la coltivazione in acqua potrebbe essere la soluzione alla progressiva desertificazione della regione Basilicata. Ciò che servirebbe, è uno studio concreto di fattibilità, con l’attivazione delle istituzioni locali e regionali preposte affinché si inizi, da subito, ad incentivare, nell’eventualità che sia possibile farlo, questo metodo di coltivazione alternativa. Incentivi non solo rivolti alla creazione di nuove realtà imprenditoriali lucane ma anche, al contempo, destinati alla trasformazione di aziende agricole tradizionali, magari messe in ginocchio dalla progressiva desertificazione del terreno, in aziende a coltura idroponica. Ci sono tutte le premesse, quindi, per poter impattare in modo positivo contro l’irrefrenabile degrado del suolo lucano, grazie alla moderna tecnologia: serve solo iniziare ad agire.

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Donato Marchisiello

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