BORGHESIA, PIAZZA E TEATRO “LITTORIO”

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LUCIO TUFANO

Il Fascismo beneficiò del vago spirito di esibizione e di una grande voglia di novità. Si trattò di scimmiottature più che napoleoniche, di spettacoli da mimi e da retori su una vasta ribalta, l’intero Paese. Parate, adunate, sfilate, cortei, plausi ed applausi, canzoni, fecero da scenario e furono la platea, la decorazione e simulando il consenso. Una specie di plebiscito continuo di grinta, di voci tonanti, di esercitazioni fìsiche, di primati, di rivoltelle e di entusiasmo canoro, invece delle solite elezioni e delle schede. Spontanea fiducia pubblica, parole d’ordine e segni di riconoscimento e di raduno. Gesti, abiti, tutto vi faceva spettacolo, coreografia e grandiosità, farsa e tragedia. Fu il boom dell’industria dei copricapo dalle fogge varie e strane. Furono teatro le piazze grandi e piccole, le città, i piccoli centri e i paesi. La provincia con tutta la sua articolata serie di capi, vicecapi, fiduciari e ducetti. Una lunga graduatoria di parti, maschere: l’antica suggestione piccolo-borghese di fare teatro. Allo Stabile l’utopia è di scena. Corone di luci e fasci littori, il regime fa il suo debutto tra squilli di trombe, attenti e a noi!: l’inno ‘Salve dea Roma’ suonato dall’orchestra riempie di giubilo i cuori, rende spavaldi i volti, i palchi e la volta che ostenta, nello stupore dei puttini, il poco noto affresco dell’Apoteosi di Pitagora. Gli inni di ‘Giovinezza’ e ‘Fischia il sasso’, le feste dell’uva, i raduni sono occasioni di propaganda e di spettacolo e poi la mistica del Fascismo, oratori ed oratrici, stivali e gagliardetti, saluti scattanti, ordini declamati ed ordinanze, applausi fragorosi, anzi ovazioni per decisioni prese a voce alta e proclami recitati.

Non vi è posto più congeniale e più adatto ad una regia che potesse contenere momenti importanti di folklore politico, tutto l’armamentario di costumi e segnali, un ramo di ciliegio in fiore e un grande fascio di acciaio dalla scure minacciosa, discorsi, recite ed alalà.

Potenza, adagiata sul velluto del suo ‘Teatro Stabile’, appollaiata sulla sua collina, rifugiata nei suoi uffici, imbacuccata nelle sue case borghesi, attorno ai caminetti e confortata dall’impianto dei primi termosifoni, già nazionalista e monarchica, con i suoi ufficiali caduti nelle guerre africane e con le cerimonie alle lapidi anagrafiche degli eroi della grande guerra, celebra i riti e i fasti degli anni trenta al cospetto della platea dei palchi gremiti e per fino del loggione, tra bandiere, divise e saluti. «Siamo talli di un ceppo vetusto, schiusi a una mirabile primavera, destinati a una nuova fioritura … a una terza grandezza … A te il lauro e la quercia: Madre immortale; Non udite voi, in quest’ora, passare sull’ansia delle vostre anime esultanti un rombo d’ali? Salutiamole inneggiando: sono esse! Son le fulve e fatidiche aquile, son le aquile latine, son le aquile nostre, che ritornano a Roma!» Recitano le maestre con le lacrime agli occhi e il coro dei balilla a sipario aperto. Il Fascismo è regia, scenografia, è primo attore e coreografo, il Fascismo allestisce il suo spettacolo: la retorica al massimo grado. Si è riaperto il teatro per la fattiva iniziativa dell’impresa Giuseppe Giugliano che lo ha trasformato in una vera bomboniera, con la primaria compagnia d’operette del cav. Umberto Bonomi già trionfante nei principali teatri d’Italia. Di essa fa parte il grande Nino Fleurville e l’affiatato corpo di ballo. Il Paese dei campanelli di Lombardo e Ronzati, La stylèe, Medi, la Camera misteriosa, Grand Hotel, Mazurka bleu, Scugnizza, Casta diva, Rosa di Istanbul sono nuovissime per Potenza. Anni ottavo, nono, decimo dell’Era, in occasione dei Natali di Roma. Serate di gala con opere e recite varie. Il Teatro, illuminato a giorno, è gremitissimo. V’intervengono le autorità, il prefetto ed il segretario federale. Si avvicendano tutte le compagnie, da quella di Sam Benelli a quella di Gondrano Trucchi, a quella di Maldacea ed Emma Gramatica.

Sigg.: Domenico Palamone, Lelio Manta, Rina Casalena, Italo Squitieri, Giannina Granata, Vittorio Cerverizzo, Adele Bavusi, il romano Mari, Maria Siani, Ugo Errico.

 

I balli al Circolo del Littorio, con brio sempre crescente fino alle quattro del mattino. Le danze, dirette dall’egregio cav. avv. Guido Montesano, sono state ritmate dall’affiatato jazz-band del maestro Francesco Gioia e Chabernot, l’illusionista, e poi i film, le repliche dei film ‘Donna divina’, con l’acclamata attrice dell’arte muta, Greta Garbo, e altri films con Janet Gaynor e Dolores del Rio, riempiono le serate. Grande successo “Lupi-Borboni-Pescatori”, con ‘La moglie ideale’ di Marco Praga. Potenza intellettuale è accorsa unanime al convegno di arte e mondanità: sala elegantissima, sfolgorante di bellezze muliebri in vaporose toilettes. Il concerto vocale e strumentale a beneficio dell’opera Nazionale Balilla: “al piano le valorose musiciste signorine Omelia Janora, Maria De Bonis, Emilia Moscardelli, signora Elvira Solimena-Lichinchi, il maestro Orlando. La signorina Lucia Gioioso, simpatica voce di soprano, ha cantato famosi pezzi della lirica italiana. Frenetico il ritmo delle rappresentazioni, in un teatro rimesso a nuovo e in una città che col Fascismo vive la sua modernità. Potenza si rinnova nell’edilizia e nel verde, e nei discorsi del Podestà. «Quanti, dopo anni, rivedano il capoluogo della Basilicata, restano sorpresi del progresso ad esso impresso dal Fascismo che ha preso affettuosamente a cuore i problemi della città. Col maestoso nuovo edificio – il terzo già costruito per gli alloggi degli statali – e che sarà abitabile fra giorni viene quasi del tutto risolta la questione delle abitazioni. Nell’attesa che il piccone demolitore trasformi alcuni rioni, Potenza, sicura del domani, si va agghindando a festa ed assume un aspetto civettuolo, in specie per il giardinaggio. La villa comunale, col tocco di una bacchetta magica, è stata resa irriconoscibile: viali, aiuole, piante, fontanine zampillanti, l’orso e la scimmia in gabbie separate, l’elegantissimo tennis club, il suo campo di pattinaggio, deliziano la folla che si accalca in particolare intorno alle contese fra graziose giocatrici. In piazza XVIII agosto i giardinetti hanno più ampio respiro: fiori, fiori ovunque. Tra il verde degli alberi, simpatici giochi di luci permettono dall’imbrunire, a sciami di giovanette, un brio che prende perfino le buone mammine. Intorno alla fontana luminosa rondò di angioletti ai quali lo sgambettìo non vuole tregua … e poi lo sfolgorio della linda piazza Prefettura, l’orchestrina del Pergola, il Teatro Comunale Stabile e la Sala Roma. Il creatore di tutto questo è il Podestà … Potenza, lasciata per oltre un trentennio nel completo abbandono, si rinnova … per essere degna di tutto quanto il Regime le darà prestissimo. Nel capoluogo della classica terra di Orazio, oggi si vive!».

Frenetica ed instancabile la propaganda accende le sue luci sulla città che attende i prodigi di Roma e festeggia nella villa dei prefetti e nel suo teatro l’avvenuto avvento. È la vigilia della conquista dell’Impero, per il quale si allestiranno le nuove rappresentazioni. È questo ancora un flash sulla storia del ‘Teatro Stabile’. Viene così restituita ai potentini con tutto ciò che in esso c’è e c’è stato: tutto quel frastuono di discorsi, la commedia civile e il dramma individuale, e di masse, i destini della città, tutta la memoria di cui sono impregnate le sue pietre.

Quando Piazza Prefettura viveva il suo ruolo ed il centro storico era la città e non una necropoli.

L’ora che scocca nel cielo della Patria viene segnata nelle clessidre di sabbia, assieme alla sconfitta di El Alamein: polvere, fumo, deflagrato silenzio dal riarso deserto dei compagni d’armi.

La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna. La consegna tempestiva, frettolosa, irriflessiva, operata da un postino epilettico che non ha il tempo di bussare. S’apre il portone delle ambasciate. Il plico rosso per le grandi scale giunge alle scrivanie. Si telefona al Primo Ministro: l’uomo con la rosa in mano, col violino, l’uomo amato, il capo carismatico dichiara al gran simpatico una guerra scalmanata contro il mondo.

Sigg.: Maria Siani, Ugo Errico, Lelio Manta, Mimì Palamone, Raffaele Trapanese, Guido Ciranna, Domenico Bavusi, Vittorio Cerverizzo, Aurelio Squitieri, Giannina Granata, Luigi Tosi (sceneggiatore), Adelina Bavusi, Italo Squitieri.

 Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie. La parola d’ordine è una sola e categorica: Mai indietro Savoia! Il primo anno si conclude con doppia sconfitta e doppia fame, una illusoria puntata fino a Sidi El Banani, la divisioni di Graziani. La propaganda del regime sensibilizza con fotografie i viaggi premio alle coppie prolifiche. Non si parli di radio clandestine o di code ai negozi. La frase: Vinceremo, e molto più presto di quanto non si creda, pubblicata dal Secolo-Sera, non sarebbe mai stata da Lui pronunziata.

Non mancarono le rappresentazioni liriche, curate da diversissime imprese, sia locali come quella di Giuseppe Simone, già proprietario del noto caffè “Simone” dell’800 potentino, di Biagio Barra, di Gerardo Pica, di commercianti e di altri cittadini di buona volontà. Già il Simone, nei primi anni dell’attività del Teatro, fece rappresentare opere come il Rigoletto, la Lucia, il Ballo in maschera, il Trovatore, il Faust, la Norma, il Barbiere, l’Elisir d’amore …

«Maestri illustri diressero le opere – scrive Il Popolo di Lucania del 22/10/1950, diretto da Enrico Aiello – fra gli altri il grande Leopoldo Mugnone, che ancor giovane con impareggiabile arte dirigeva l’orchestra senza lo spartito e a memoria».

Più di ottanta ragazzi hanno composto una “compagnia teatrale”,

la regia è di Gerardo Crisci.

 

            Al Teatro delle Vittorie, ormai consacrato agli spettacoli domenicali per i ragazzi è stato rappresentato il 26 ottobre 1947 “L’Aquilotto”, una commedia musicale di Romolo Corona che dal 2 al 5 ottobre ha tenuto il cartellone, e con molto successo, al Teatro della Mostra Campionaria di Roma.

Gli attori della commedia sono ottantacinque ragazzi dai dieci ai diciotto anni e che non avevano mai visto un palcoscenico, mai recitato, mai cantato né da soli, né in coro. Sono stati presi per così dire pescati un po’ qua e un po’ là per i quartieri romani e messi insieme, poveri o agiati senza alcuna distinzione …

La compagnia non ha neppure un nome speciale e si chiama «Spano-Crisci» dai due registi che la dirigono. Tutto però viene fatto seriamente. Non hanno messo insieme questi ragazzi solo per recitare commedie per altri ragazzi ma con l’intenzione di costruire pian piano una specie di «centro sperimentale» con nuove e diverse basi.

De Sica e Rossellini mediteranno la concorrenza nella loro solida piattaforma d’artisti? Non lo crediamo, siamo piuttosto certi che penseranno a noi a quanto sia grande la necessità per la nostra arte cinematografica di nuove

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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