CAPPOTTARSI A PIU’ VELOCITA’

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Marco Di Geronimo

È possibile un’Italia a più velocità? Su questa scommessa parecchi politici in giro per il Paese tentano di recuperare credibilità e consenso. Le spinte autonomistiche si moltiplicano ovunque e sembrano intenzionate ad andare fino in fondo. Ma in cosa consiste davvero questo processo di disgregazione che è invocato da più e più parti?

Quando si decise di mettere mano alla Costituzione nel 2001, si decise di inventarsi un comma tutto nuovo per l’articolo 116: il terzo. Ispirati dalle teorie del «regionalismo differenziato» e della «devoluzione», i novelli padrini costituenti decisero di permettere, alle Regioni che ne facessero richiesta, di ottenere competenze “bonus” dallo Stato nazionale.

La lettera del nuovo comma non è mai stata posta in pratica da quel momento. Eppure più Regioni hanno richiesto di potersi valere della nuova opzione. La procedura richiede una legge speciale (approvata a maggioranza assoluta, tra l’altro), previa intesa. E al di là di alcune imprecisioni sintomo di superficialità (pensiamo alla totale assenza di un meccanismo di revisione dell’autonomia concessa), il 116 comma 3 resta il sogno segreto di tanti amministratori locali.

La Lombardia e il Veneto hanno in grande stile concordato la richiesta di autonomia mediante referendum. Li ha seguiti a ruota l’Emilia-Romagna, che da tempo spingeva per guadagnare uno spicchio in più di attribuzioni. In Basilicata, Piero Lacorazza sta da tempo facendo campagna per convincere qualcuno a lanciare anche la comunità lucana in questa giostra.

Ma è effettivamente possibile (o auspicabile) che il terzo comma sia messo in atto? Le materie oggetto di potenziali allargamenti di potere sono moltissime e toccano settori molto delicati: sanità, istruzione, turismo, agricoltura, trasporti, energia, cultura e ambiente, perfino organizzazione della giustizia. Sono le Regioni italiane, afflitte da un grave deficit democratico a causa dei loro sistemi elettorali maggioritari distorsivi, impiantati su territori spesso privi di coesione sociale e culturale, in grado di far fronte a uno spettro così ampio di nuove attribuzioni?

Il rischio è trasformare le Regioni in «mini-Stati», che però non avrebbero né i poteri, né il prestigio, né tantomeno le risorse o le competenze per esercitare questo ampio novero di funzioni. E poco importa che ciascuna Regione potrebbe calibrarsi su misura l’autonomia necessaria. Perché il vero problema (la vera ragione per cui parliamo di «mini-Stati») è che su numerose materie verrebbe meno l’unità politico-giuridica italiana, minata dalla presenza di numerose (e differenziate)  normative regionali. In altri termini: Roma, il centro più titolato a indirizzare la politica nazionale, avrebbe tra i piedi Bari, Firenze, Trieste e Torino in continuazione.

In un momento di particolare crisi economica, proprio quando appare evidente la necessità di uno Stato capace di prendere le redini della politica nazionale e di indirizzarne la macroeconomia, è il caso di frazionare l’azione pubblica in rivoli diversi? Peraltro su materie di forte impatto economico come il turismo, le reti strategiche di trasporto, l’energia?

Se diamo uno sguardo al panorama europeo, la risposta dovrebbe essere ovvia. Dopo l’allargamento del 2004, l’Unione europea sta conoscendo un periodo di profondo conflitto e grave crisi. La coesione politica e giuridica interna al mercato comune viene meno per mancanza di legittimazione democratica delle istituzioni centrali, e per la loro incapacità di gestire degli Stati che stanno amplificando i conflitti tra loro. La sbandierata Europa a più velocità, che giuridicamente si chiama «cooperazione rafforzata», viene spesso usata come arma politica contro le resistenze dei Paesi più intransigenti o meno allineati. In sintesi la domanda è: può uno strumento giuridico trasformarsi nella chiave politica giusta per risolvere la complessità di questa fase storica? In altri termini: una scappatoia, una fuga dal centro, riscatterà le periferie? Viene difficile credere che, da un’Italia a più velocità, gli strati meno abbienti della popolazione (quelli che a livello nazionale spostano i Governi e che le amministrazioni locali invece snobbano, per motivi che qui è inopportuno esaminare) possano goderne. Ed essendo gli strati meno abbienti la stragrande maggioranza degli italiani…

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all’Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all’Associazione “I Pettirossi”. Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; e per Onda Lucana (https://ondalucana.com/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels.


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