
TERESA LETTIERI
Il caso “Ferrara” si è chiuso. Con il più innaturale degli epiloghi, ma ha chiuso una pagina. Anzi, un incubo, o almeno speriamo che sia così per la lavoratrice abusata dal presidente del consorzio in cui è impiegata, rieletto alla guida dell’azienda lo scorso 20 agosto, nonostante la condanna definitiva a due anni e sei mesi. Si è chiuso l’incubo di chi sarebbe stata costretta a condividere i medesimi luoghi, o diversamente, ad avvertirne anche la sola presenza, senza alcun risparmio, tuttavia, in disprezzo e dolore per la recente rinomina. Senza alcun risparmio in disgusto per la grottesca farsa delle dimissioni scaturite dalla “violenta campagna di stampa”, giammai da un insolito moto di vergogna o di fugace e finto pentimento che, ad una età matura, diventano quasi un gesto di auto-commiserazione. Non che ci aspettassimo un ravvedimento, visto che la cronaca dei delitti sessuali ci ha abituati alla “personalizzazione” dello stato d’innocenza del criminale ripetuto allo sfinimento, in spregio alla prova contraria e alla sentenza definitiva. Come in questo caso. Eppure sarebbero bastate due righe, brevi, se proprio necessarie per alleviare almeno l’innaturalità del finale di una storia, evidentemente già dolorosa ma non abbastanza: quelle dimissioni, da presidente del Cotrab, non sarebbero mai arrivate se non fosse stato ricandidato a quel ruolo. Perché è innaturale, prima ancora che immorale e non etico, restituire alla vittima il suo carnefice con certificato di condanna definitiva, oltreché beffardo, molto più che cinico. Se nell’uomo moderno rigurgitasse qualche relitto “prestato” dalla natura almeno alla bisogna, non si sciuperebbero quei valori costruiti nei secoli con passione e sofferenza e che lo hanno traghettato in un presente sempre più spesso vestito di finzione e guarnito di prevaricazione. Basterebbe l’elementare rispetto delle leggi naturali a garantire la civiltà e la giustizia di atti e scelte che non necessitano di sofisticate concettualizzazioni. Invece bisogna scomodare, senza riuscirci, l’etica, ad esempio, o la morale delle decisioni e di volontà; successivamente reclamarle, attraverso delle vere e proprie sommosse che aggregano, senza unanimità peraltro, in merito ad argomenti privi di manuali d’istruzioni e con un unico passpartout. Sulla violenza, per giunta a carico di una donna, non c’è da filosofeggiare così come continuiamo a fare per evitare il problema, soprattutto quando è stata evidentemente accertata e condannata fino all’ultimo grado di giudizio. Si combatte, si contesta, si impedisce, si condanna a qualsiasi costo, sotto un’unica bandiera. Quella che porta i colori della giustizia, della civiltà e non deboli sfumature di opinioni e impressioni che tracimano nel riposizionamento dei condannati laddove nominati in precedenza, se mai con la vittima in conto. A quale collettività risponde chi sceglie di farsi rappresentare da un condannato in Cassazione per violenza sessuale, durante l’esercizio di quella funzione come nota a margine, senza porsi alcuna domanda sul tipo di scelta? A quella che, evidentemente, ritenendo la condanna una tappa del curriculum del candidato ha ritenuto di premiarne la coerenza degli “insuccessi” in un sistema di trasporti come quello lucano destinato a fare acqua da tutte le parti? Oppure a quella collettività che si è assuefatta alla violenza e pensa a questioni “più importanti”? O, ancora a chi non è deputato per ruolo ad entrare in merito a certe questioni perché conta l’efficacia e l’efficienza del sistema, la soluzione dei conflitti e la responsabilità e la lealtà verso i lavoratori? Ma di quale lealtà si parla se una lavoratrice abusata rischia anche il solo incrociarsi con il suo aguzzino perché il ruolo personale nulla ha a che fare con quello giuridico? Di quale lealtà si parla se la violenza consumata in una azienda privata si ritiene avulsa dalla comunità, nonostante un rigido codice etico preveda il licenziamento del condannato? In questi giorni abbiamo imparato, talvolta, rinnovato molto, oltre a difendere una nostra amica, figlia, conoscente da un doppio abuso. Abbiamo imparato, ma forse lo sapevamo già, che non è sufficiente essere donne per stare al fianco di altre donne, soprattutto in questi momenti. Nonostante la petizione che in pochissime ore ha raggiunto numeri importanti, l’impegno e la solidarietà di rappresentanti di schieramenti politici diversi, di un associazionismo femminile sempre pronto ed in prima linea, l’unanimità e l’unità di genere così come meritava la questione ha registrato assenze e silenzi diffusi da profili e posizioni strategiche nell’ambito lavorativo femminile; timidi segnali da chi si è limitato all’esercizio delle sue funzioni per non sembrare “distante” dalla faccenda, ma nemmeno troppo dal condannato; deleghe morali ed etiche da chi svolge un ruolo istituzionale e, ancor prima politico, che si nutre di morale ed etica di default, ma ne fa distinguo alla bisogna per non assumersi proprio quella responsabilità politica, quella lealtà che millanta verso i dipendenti selezionandoli in base a qualche personalissimo criterio. L’obbligo di difendere e schierarsi ha pesato sull’opportunità di perdere legami e relazioni utili al proprio quotidiano anche in questa occasione, sminuendo l’esempio che dobbiamo ai nostri figli su valori universali come la solidarietà, la reciprocità, la condivisione, l’uguaglianza, la giustizia che, tornano a bomba quando bombe come la violenza e abuso deflagrano dividendo la comunità e soffocandola con condotte più che discutibili. Cosa ci rimane? Forse una promessa, strappata alla ministra De Micheli, sgomenta da donna ancor prima che da ministra, quasi a richiamare quel sentimento comune che sgomita oltre i ruoli, anche oscurandoli se necessario, come è ovvio che sia di fronte ad accadimenti così surreali: introdurre una norma che impedisca ai condannati per violenza sessuale di ricoprire ancora ruoli all’interno di contesti lavorativi. Speriamo che sia femmina!