CHE COS’È LA DESTRA, COS’È LA SINISTRA …

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DI GIANFRANCO BLASI

A proposito della questione posta dal Ministro della Cultura, Giuliano Sangermano su Dante Alighieri, in relazione ai valori di una destra conservatrice e delle conseguenti roboanti polemiche politiche, vi propongo di seguito un mio punto di vista. Preliminarmente, ritengo opportuno evidenziare che, non solo in questo caso, nel nostro paese si sono perse le proporzioni delle cose e va ritrovato il senso della misura. Mi spiego. Ad una sproporzione non è il caso di rispondere con altre esagerazioni. Trasformando un possibile dibattito, persino interessante, in una sorta di corrida fatta fra chi la spara più grossa. Ne è possibile brutalizzare il Ministro Sangiuliano come fosse un parvenu proveniente da Marte. L’ex direttore del Tg2 è giornalista e scrittore colto e autorevole. Veniamo al punto. Dante è il padre della destra? Di certo è impossibile mettere in relazione il sommo poeta con culture politiche emerse seicento anni dopo la sua morte. Si tratta, dunque, di una considerazione fuori misura. Ma se, invece, vi dicessi che Dante è uno dei principali padri della cultura italiana, di tutti noi, della nostra lingua, insomma il padre (uno dei padri) della nostra cultura, certo non sbaglierei, malgrado lo svilimento intellettuale e scientifico (progressivo) subito in certi ambienti culturali da Dante e inflitto ai valori identitari che formano il senso della nostra comunità nazionale.
Dunque, è probabile che nelle parole di Sangiuliano vi fosse il tentativo di rendere espliciti due concetti. Il primo è che vi è un valore civile preciso nella nostra cultura nazionale. Il secondo è che liberarsi dei pregiudizi e delle sovrastrutture culturali del Novecento consente ai modelli  conservatori di trovare una loro legittima collocazione.

Sangiuliano, peraltro, ha tutto il diritto politico di sforzarsi, nel corso del suo mandato, per far emergere una nuova cultura di destra in Italia, dopo decenni di monopolio della sinistra e del pensiero uniforme, altrimenti detto “politicamente corretto”. Ma, a mio giudizio, Egli, nel caso da noi esaminato, si vuol riferire più che una identità intesa dal punto di vista politico, ad una cultura nazionale, italiana appunto. E chi meglio di Dante Alighieri può rappresentarla?  
Ovviamente, le controparti politiche e pezzi di mondo del maistreaming culturale sono balzate dalla sedia. Eppure, che Dante sia in qualche modo il fondatore di una cultura nazionale e identitaria, lo diceva anche Umberto Eco. Uno dei più qualificati e riconosciuti trasversalmente scrittori e intellettuali italiani degli ultimi decenni.

Umberto Eco

Ad intervenire sulla vicenda e nel dibattito sviluppatosi dopo le parole del ministro sono stati in molti. Vi cito, fra gli altri, Massimiliano Lenzi, giornalista, scrittore e autore televisivo. Riporto dal quotidiano “Il Tempo”:  “Il primo a parlare di Dante come autore di destra è stato Umberto Eco, lui ne parlava come uno di destra in quanto nostalgico dell’Impero nell’epoca dei liberi comuni. Quindi un passatista, un conservatore, uno rivolto al passato. Tutto questo scandalo nella battuta di Sangiuliano non c’è …” Tuttavia, ed io convengo, Lenzi ritiene che sia sbagliato attribuire oggi una collocazione politica a Dante: “Semmai prenderlo come simbolo di una destra contemporanea – chiosa Lenzi – mi sembra andare un po’ troppo indietro. E poi il genio dovrebbe essere lasciato al suo genio, Dante era un genio, non era un uomo né di destra, né di sinistra, né di centro. Era un genio, un grande pensatore, toglierlo per partigianizzarlo è un errore. Umberto Eco era stato eccessivo, proprio come Sangiuliano”,  D’altronde lo stesso Ministro Sangiuliano ha poi corretto il tiro, parlando di provocazione. In generale, sarebbe sbagliato tentare di collocare il sommo poeta fiorentino in una delle due fazioni della classica guerriglia ideologica, molto provinciale, di cui siamo vittime quotidianamente. Di questo parlare continuamente di destra e sinistra, sinistra e destra, siamo oltremodo stanchi. Dante viveva in un’ epoca storica troppo diversa da quella odierna. Se pure resta una intuizione dantesca quella idea di patria e di comunità linguistica e culturale, dunque di un’ Italia politica. Ricordiamo, infine, che anche con altri personaggi si è tentata la stessa operazione. Si pensi a Giuseppe Garibaldi, o, per fare qualche esempio meno alto, nella musica pop italiana, a cantanti come Lucio Battisti.  Ma Torniamo al Dante politico, alla passione che il poeta aveva per l’Italia, immaginandola già qualcosa di più che un insieme scomposto di regni e ducati. Possiamo affermarlo senza tema di smentita, Dante provò, forse per primo, a donarle un’anima e uno spirito, se non unitario, almeno cementato dalla storia e dalla lingua, quel volgare che è in germe un’idea di comunità e di libertà, di responsabilità, attraverso un’estetica della parola che diventa, in Lui, estetica della bellezza. Una identità politica italiana. Nel Trecento. Ma ridurre Dante alle sole categorie della politica per come la conosciamo oggi sarebbe un errore imperdonabile. Dante ci ha lasciato la sua testimonianza personale su cosa significa essere un giovane uomo innamorato (Beatrice, basta solo citarne il nome, per sentire il cuore di Dante ancora vibrare e danzare) oppure cosa si provava quando si saliva a cavallo per andare in battaglia. Cosa che lui ha fatto. Soldato, ha combattuto da fiorentino contro gli aretini l’11 giugno 1289, in un’ansa dell’Arno in vista del castello di Poppi. Più precisamente in una pianura, un fondovalle nei pressi di un convento dei francescani chiamato Certomondo. Dante era in prima linea, uno dei feditori, così si chiamavano i soldati che rischiavano di più. In Dante, proprio a partire da queste suggestioni c’è molto, fin dalla sua giovane età. L’amore, la guerra, i sogni, gli ideali, la poesia e il desiderio di appartenere ad un mondo più alto e nobile del suo. C’è senz’altro il  rapporto in chiaro scuro con il conflitto che la politica produce, la malinconia dell’esule sconfitto, la curiosità di rapportarsi ad altre corti e ad altre città. Gli odi di partito, la scoperta della corruzione dilagante, le ingerenze della chiesa romana. Tutto, proprio tutto,  dentro le atmosfere medioevali dell’Italia di quel tempo. Se Firenze era corrotta ed il resto dell’Italia era in preda a conflitti permanenti e ad una classe dirigente cupida e litigiosa, da chi si poteva aspettare la restaurazione dell’ordine, della pace e della giustizia fra gli uomini? Lo sguardo del poeta si posa a questo punto su quella che gli appariva la massima autorità politica, l’imperatore. Eccolo, il suo grande  sogno. Il sogno della monarchia universale ispirato da questa sconsolata visione dell’umanità smarrita e discorde del suo tempo sviluppa l’aspirazione dantesca a vedere trionfare su tutti l’autorità di un monarca universale, che assicuri le condizioni necessarie perché gli uomini possano raggiungere in terra quella felicità a cui hanno diritto. Umberto Eco in questo ci leggeva il passatista, il conservatore. In Dante, Eco leggeva colui il quale rifiuta la democrazia nascente attraverso le città, le corporazioni, i piccoli ducati di territorio. L’aspirazione ad una monarchia imperiale se pur illuminata rappresenta per Umberto Eco un passo indietro persino dentro il periodo storico che Dante ha attraversato. Dunque Sangiuliano, a ben vedere produce una provocazione verosimile. Dante è davvero amareggiato dalle divisioni in piccoli staterelli cui l’Italia si sottopone. Tuttavia, questo sconsolante stato di cose – che, a giudizio del sommo poeta, ormai investe tutta l’umanità priva di guida spirituale e temporale – non lo scoraggia completamente. Egli continua a sognare un ordine universale in cui ingiustizie e conflitti possano temperarsi e risolversi. Ed affida le sue speranze e riflessioni ad un trattato di filosofia politica, la Monarchia, per indicare la strada da seguire, dando corpo e fondamento filosofico ad un sogno che, già abbozzato nel trattato IV del Convivio, troverà il suo culmine nel poema sacro. A differenza del Convivio, tuttavia, egli non farà da divulgatore del pensiero altrui, ma sarà portatore di idee originali e rivelerà al mondo «verità mai da altri tentate». Ed esprimerà queste nuove idee non in volgare ma in latino, mosso non da propositi di guadagno ma «nell’intento che le mie veglie tornino di giovamento all’umanità» e con l’unica finalità di «ottenere primo, fra tutti, la palma della gloria in un certame così nobile». Qui Dante assume un atteggiamento ben altrimenti aggressivo di fronte a quei cui si rivolge, e discute con loro da pari a pari, anzi ha qualcosa di nuovo da dire che non è stato mai detto, in latino com’essi hanno l’abitudine di fare, e in un latino abbastanza personale per ardimento nell’uso di forme letterarie e acutezza di pensiero».  Agli occhi di Dante due erano le cause profonde del disordine imperante: la cupidigia degli uomini, radice di tutti i mali, e la pretesa della Chiesa di detenere, oltre al potere spirituale, anche quello temporale, anzi di pretendere di essere l’unica depositaria della potestas, a cui tutti gli altri poteri terreni debbono sottomettersi. Di fronte a questo stato di cose solo una Monarchia universale può, secondo lui, ristabilire l’ordine, la pace e la giustizia. Ordine nella cupidigia degli uomini, perché solo il monarca universale è esente da questo vizio: a lui infatti «non resta nulla da desiderare perché la sua giurisdizione è limitata soltanto dall’oceano» e pertanto soltanto lui «può trovarsi nella migliore disposizione per governare». Ordine nei rapporti con l’altro potere universale, la Chiesa, per due ragioni. In primo luogo perché, a partire dalla donazione così detta di Costantino, la Chiesa si è indebitamente appropriata del potere temporale, venendo meno al precetto del suo fondatore, che aveva dichiarato che il suo regno non è di questo mondo ed aveva ammonito i discepoli a «non possedere né oro né argento, né denaro appeso alle cinture». In secondo luogo, perché la Provvidenza ha posto in terra non uno ma «due soli» per assicurare agli uomini le due beatitudini a cui sono destinati: quella terrena e quella celeste. Le due potestà universali, incarnate dalla Chiesa e dall’Impero, avendo finalità diverse, non possono perciò essere sottoposte l’una all’altra, ma traggono la loro legittimazione direttamente da Dio «perché altro è l’ufficio di papa ed altro quello di imperatore». Anche se l’imperatore deve al papa la reverenza che il figlio primogenito deve al padre. La Commedia, potente sintesi del pensiero dantesco, riprenderà queste idee attraverso la dannazione dei papi degeneri e l’esaltazione dell’Impero: esaltazione che culminerà nella santificazione della figura stessa dell’alto Arrigo, mentre gli indegni principi europei saranno duramente colpiti dalle rampogne del poeta. Come testamento dell’evoluzione del suo pensiero politico, Dante dedicherà a questo tema il canto VI di ogni cantica. Tramite Ciacco fustigherà nell’Inferno la corruzione di Firenze; l’abbraccio fra Virgilio e Sordello sarà l’occasione nel Purgatorio per mettere a nudo i mali dell’Italia; l’incontro con Giustiniano servirà per esaltare nel Paradiso la grandezza dell’Impero romano, fondamento della Monarchia universale. E per sottolineare la propria indipendenza di giudizio, il poeta condannerà con pari durezza tanto i guelfi quanto i ghibellini («quei cotali»), che si appropriano delle rispettive bandiere per fini di parte e per interessi personali. Come si può vedere, l’impianto complessivo del pensiero politico di Dante appare strettamente legato alle problematiche medievali: problematiche che nel XXI secolo sembrano lontane nel tempo e interessano  noi, anche qui in questa breve riflessione, soprattutto perché funzionali alla migliore comprensione e fruizione del pensiero di Dante e dei suoi scritti fino al poema sacro. Dante era un moderno pensatore del suo tempo. La scelta dell’Imperatore illuminato resta funzionale al suo pensiero e al suo vissuto. Sbagliava Eco nel definirlo un conservatore. Sbaglia Sangiulianio a condurlo nel ghetto di un pensiero politico. Ma la sinistra italiana e i detrattori del pensiero di Dante colgano il senso storiografico del pensiero di un tal poeta, ancora così ricco di spunti profondamente attuali e di elevato, eccelso contenuto morale e filosofico.

 

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Scrittore, Poeta, Giornalista

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