CRONACHE DI CARTA – VIAGGIO NELL’UNIVERSO DELLA SCRITTURA – ALTRI SGUARDI, ALTRI SPAZI, PERCORSI DI GENDER PUBLIC HISTORY, A CURA DI LUCIA MIODINI E AURORA SAVELLI

Lorenza Colicigno
Altri Sguardi, Altri Spazi, Percorsi di Gender Public History, a cura di Lucia Miodini e Aurora Savelli, appena uscito per le edizioni Mimesis Passato Prossimo, si pone come un interessante percorso sulla “presunta neutralità degli spazi pubblici”, su cui si formano e consolidano gli immaginari collettivi se non si individuano, come propongono le curatrici, “strategie e procedure partecipative per risignificarli, per costruire una società più equa e aperta alle differenze.”.

La copertina del volume edito da Mimesi Passato Prossimo
E’ questo l’approccio e questo l’approdo: “Adottare una prospettiva Gender Public History significa sfidare, alla luce della conoscenza storica, stereotipi, visioni cristallizzate, assenze a vuoti mai casuali.”. E’ quanto promette, dunque, la quarta di copertina e quanto restituisce la lettura del volume, certamente capace di parlare con immediatezza a lettori e lettrici già impegnati in questo percorso di risignificazione, ma attento a rivolgersi anche a un pubblico più ampio e curioso dei cambiamenti culturali. I primi due capitoli, infatti, sono dedicati a definire i confini della Public History, ricondotta alla sua nascita con il primo numero di “The Public Historian” nel 1978, e seguita nel suo sviluppo dall’interesse specifico per i percorsi museali all’ampliamento agli spazi pubblici, sia “per la pluralità dei linguaggi comunicativi, sia per l’uso di strumenti multimediali.”, pur con la precisazione che ancora ben poco affrontata sia “una vera riflessione sulle questioni legate al genere e alle relazioni tra donne e uomini.”. Ne consegue l’obiettivo di questo volume di ricercare “altri spazi, altri racconti” che valorizzino lo spazio pubblico delle città come “luogo in cui farsi ascoltare.”.
Inizia da queste premesse un lungo, articolato e ampiamente documentato percorso su Gender e Public History, con l’effetto di aprire davvero altri spazi, altri sguardi all’attenzione di chi legge, sia con i Nuovi Racconti nella prima parte sia con Le città delle donne nella seconda.
Emerge con evidenza che un nuovo racconto è possibile se la città si identifica nella sua complessità di spazi chiusi e aperti e nella consapevolezza di attivare nuovi racconti. E’ ben sottolineato, ad esempio, come nella disciplina archivistica persistano pregiudiziali di genere che si esplicitano nella catalogazione ancora esclusivamente al maschile, ma anche come l’attivismo archivistico e politico introdotto da Andrew Flinn incoraggi gli archivisti professionisti a riflettere sulla diversità negli archivi.
Analizzato anche l’apporto di Archivi fotografici femminili e Digital Public history, riconoscendo agli ambienti virtuali l’offerta di nuove prospettive di accesso e interazione con il passato, che rendono possibile, anche in spazi digitali non specifici, nuove informazioni sul ruolo sociale e sulle aspirazioni delle donne nel contesti storici in cui sono vissute.
Non meno importante lo spazio di analisi dedicato all’odonomastica e alla toponomastica femminile, con dati che fanno luce sulla forbice esistente tra odonimi maschili e odonimi femminili.

Dal capitolo Toponomastica femminile, di Barbara Belotti, pg.68
Toponomastica femminile, nata in maniera spontanea su Facebook nel 2012, nel 2014 trasformatasi in associazione, ha avuto il merito di monitorare le intitolazioni femminili, rivelandone la marginalità rispetto a quelle maschili, di indicarne le cause, di aver intrapreso sul territorio nazionale rapporti di scambio e di confronto con le istituzioni locali e di aver attivato laboratori tematici nelle scuole, generando un notevole mutamento nella percezione del problema. Il percorso attivato da Toponomastica femminile è assimilabile a quello di “una pianta messa a dimora in uno spazio pubblico”, magari una pianta da frutto: “L’albero da frutto crescerà negli anni, sarà bello e sarà anche utile, così come lo sono le donne, belle, vitali, energiche e utili alle realtà nelle quali vivono.”.
Il capitolo dedicato a Wikidonne – Scrivere e condividere la storia delle donne, informa sul divario di genere in Wikipedia, l’enciclopedia digitale più “partecipata” ad oggi esistente, divario che vede essere le donne solo il 13% di chi edita voci, causa e conseguenza delle barriere che scoraggiano, limitano o ne impediscono la partecipazione. Wikidonne, Presidente Camelia Boban, è una APS nata proprio con la finalità di ridurre in Wikipedia il divario di genere e non solo, riconoscendo che purtroppo l’enciclopedia esprime la convinzione di dover rappresentare la società com’è e non come dovrebbe essere nel rispetto delle diversità che essa contiene. Wikidonne dal 2016 è tra i collettivi che lavorano per aumentare la partecipazione femminile e migliorare la rappresentazione delle donne nell’enciclopedia, come Women in Red e Wikimujeres (dal 2015 in Wikipedia in inglese e in spagnolo), Art+Feminism, Les sans pages nella versione in francese dal 2016, Wikiesfera e Muj(lh)eres latinoamericanas en Wikimedia nell’enciclopedia in spagnolo dal 2018, FemNetz dal 2021 in Wikipedia in tedesco ed altri gruppi ancora. Il gender gap in Wikipedia varia a seconda delle aspettative sociali e delle condizioni specifiche delle donne di ciascun paese, la loro storia e le iniziative locali. “Sebbene Wikipedia in spagnolo mostri maggiore percentuale di biografie femminili (23,452%), seguita da quella in francese (20,167%) e inglese (20,016% raggiunti da poco), il divario di genere rimane evidente, con percentuali minori per le versioni italiana (17,013%) e polacca (17,307%).” Wikidonne e gli altri collettivi proseguono la loro attività consapevoli che i cambiamenti culturali ci saranno pur con la gradualità dei cambiamenti epocali.

Dal capitolo Wikidonne-Scrivere e condividere la storia delle donne, pg.149
Questi sono solo alcuni spunti tratti da Altri sguardi, altri spazi, Percorsi di Gender Public history, a cura di Lucia Miodini e Aurira Savelli, ed Mimesis Passato Prossimo, in un quadro di grande spessore culturale, ideale e politico in senso alto, spunti intesi a promuovere la lettura di un volume che già con la sua realizzazione è parte attiva dell’auspicato cambiamento culturale in cui termini come gender gap/divario di genere, non saranno che il passato, non più prossimo, ma remoto.