CRONACHE DI CARTA – VIAGGIO NELL’UNIVERSO DELLA SCRITTURA – PAOLO APOLITO CI CONDUCE TRA SETTECENTO E OTTOCENTO INSIEME AI “TRE COMPARI MUSICANTI”

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CRONACHE DI CARTA – VIAGGIO NELL’UNIVERSO DELLA SCRITTURA – PAOLO APOLITO CI CONDUCE TRA SETTECENTO E OTTOCENTO INSIEME AI “TRE COMPARI MUSICANTI”

Lorenza Colicigno

 

Tre compari musicanti non è solo il titolo dello straordinario romanzo – documento di Paolo Apolito (Grenelle editore 2023) che pone al centro la vita quotidiana tra Settecento e Ottocento, bensì è il mezzo di trasporto grazie al quale l’autore ci fa approdare a uno spazio denso di sonorità collettive, uno spazio-universo di note, canti, canti di festa, canti di lavoro, lamentazioni funebri, voci familiari e chiacchiere di paese, rumori della vita quotidiana e della grande storia, un tappeto sonoro di cui ogni elemento è capace di evocare, e qui entra in gioco la forza della scrittura, esperienze, memorie, dimenticanze, che, imprevedibilmente, o forse prevedibilmente , ci fanno ancor oggi da specchio.

La copertina del romanzo Tre compari musicanti

Gli scenari  in campo sono la micro e la macro storia, e dentro questi scenari si muovono le coordinate essenziali del vivere: il potere e la schiavitù, la ricchezza e la povertà, la forza delle masse e la debolezza dei singoli, in un rovesciamento ostante, vediamo muoversi Re Borbone e i sanfedisti, Garibaldi e i Briganti, contadini e borghesi…

In questo cunto de li cunti al vertice di tutto sono la parola del narratore ora obiettiva come si addice allo scienziato, all’antropologo, ora accaldata e ardita, come si addice alla persona partecipe dei destini di tutti e tutte, e, insieme, il silenzio degli ascoltatori presi dalla magia del racconto, essi si sostengono a vicenda, come avviene quando il cunto interpreta i sentimenti, le emozioni, le attese degli astanti, che si immaginano stretti stretti  davanti a un caminetto.

Quest’opera di Apolito è indubbiamente un’epopea dell’umanità colta nella sua dimensione periferica rispetto alla grande storia e alle grandi trasformazioni infrastrutturali, perciò da entrambe queste o travolta e abbandonata ed espulsa in quanto sconfitta, oppure travolta ma poi cooptata e infine affiliata al gioco dei vincenti, oppure sfruttata a vantaggio personale dagli intraprendenti contadini o borghesi, come Don Carmine Lopinto, “quelli che respirano l’aria nuova del secolo” –  il romanzo è ambientato tra Settecento e Ottocento -, rompendo i canoni della società comunitaria di tipo feudale per crearne un’altra di tipo individualistico. Migliore? Peggiore? Giudizi che pesano, in cui siamo tutti coinvolti.

Vi si legge il travaglio di una società feudale che si trasforma in modo graduale o traumatico, perché o purché poco o nulla cambi nello stato delle relazioni sociali. Ne deriva un maggior impegno a che la storia degli uomini e delle donne non sia per sempre un cerchio senza speranze per tanti e tante, per troppe vittime.

In questo universo affollato, come lo definisce Apolito, non manca nessuno, pertanto saranno tante le omissioni in questa recensione, tante le figure e le vicende tralasciate, non potremo che attraversare insieme alcuni sentieri e qualche incrocio, procedere per simboli e parole-chiave, piuttosto che per storie e personaggi.

Fa male leggere della povertà di Nunzio, il musicante, il suonatore di zampogna, la cui grandezza di eroe popolare va di pari passo con la sua discesa nella scala sociale, inversamente proporzionale all’ascesa di suo fratello Magnifico Genuario Crescenzio e dei Don da lui generati.

Fa male leggere di Teresa, puttana e magara, ostaggio della sua libertà in un mondo di servi non solo della terra, ma dei pregiudizi, che vediamo esibirsi in modo impudico sullo schermo del benpensismo.

Fa male leggere della rivolta dei contadini sedata nel sangue nel 1796 per il possesso delle terre, per altro garantito da una legge del re Borbone del ’92, ma impantanata nelle logiche dei potentati locali.

Fa male leggere della rivoluzione del ’99, solo come di un passaggio di poteri dai vassalli ai galantuomini, dal nobili ai borghesi accaparratori di terre demaniali, e non, come si vorrebbe, come una trasformazione nel profondo dei valori relazionali.

Fa male guardare questo susseguirsi di eventi in un’ottica vichiana, questi cicli sociali, culturali, politici, in cui tutto si ripete, appunto, come in un gioco crudele di speranze e di delusioni, di promesse e di disillusioni, di rivolte e di rese, macchiate del sangue dei deboli, dei caffoni, degli idioti, dei senza terra, ecc. Come sempre, la povertà è creativa, Apolito raccoglie i tanti epiteti usati per definire i poveri, mentre i ricchi e i furbi sono stucchevoli, monotoni, perché, in particolare quando sostenuti dal potere di una chierica rasa, avanzano con in testa solo un “Don” o un “Magnifico”.

Se la musica, come parte del tappeto sonoro della quotidianità, fa da legame tra i micro e i macro eventi della storia vissuta e narrata, il CORPO, con le sue dinamiche prossemiche e con i suoi medium più immediatamente comunicativi, come lo SGUARDO E LA VOCE, disegna la rete a maglie larghe o strette, a seconda dei casi, delle relazioni interpersonali. Il sentimento di reciprocità, o per dirla con l’antropologo Apolito, “la simpatia reciproca di tipo relazionale”, trova la sua massima espressione nello spazio chiuso della casa di Nunzio, cripta consacrata alla comunità di tradizioni arcaiche, di vicinato, di comparaggio, o negli spazi aperti delle feste patronali, nello specifico quella della Madonna del Monte, tempio della comunione collettiva e personale con l’unica madre pura e salvifica, sopravvissuta alla demonizzazione della strega-masciara, oppure nei tentativi di occupazione delle terre, dove il corpo sociale dei Senzaterra, solidale per necessità e disperazione, precipita irrimediabilmente verso la sconfitta, anche per le crepe dei politici e dei parroci che si sfilano.

Il contatto fisico, il calore, l’odore dei corpi saldati con il calore-odore della legna che brucia e si fonde con la natura attraverso il cacciafumo, garantisce che può esistere un’umanità coesa, che esiste “un dinamismo magnetico che in certe condizioni (Apolito ne da esempi) si sviluppa come un’energia irresistibile che attrae e lega le persone”, ma questa coesione si regge sul necessario crudele sacrificio degli eroi: gli eroi della povertà, della marginalità, dell’esclusione, le cui doti personali, la genialità, le competenze, l’empatia, diventano addirittura motivo di sospetto e di controllo da parte dei vincenti.

Il linguaggio salda tutto questo in parole-barriere, tra queste da sottolineare Don e cafone/idiota: c’è chi nasce o diventa Don e combatte la sua battaglia, spesso non senza vittime, per rimanere tale; c’è chi nasce o diventa e muore idiota o servo, senza poter in alcun modo, pur non mancando di energia utopica e fattiva, portare alcun colpo vincente. Una separazione netta, segnata anche dal linguaggio del corpo-distanza, dello sguardo-distanza, non meno che dall’assenza di suoni-reciprocità.

Fa male tutto questo, ma è proprio questo malessere-dolore-sdegno-rifiuto, che mette in essere da parte del lettore/ lettrice, al di là o a motivo del fascino della narrazione, una dimensione catartica e conduce a una rilettura rovesciata.

E’ utile soffermarsi sulla vicenda di Teresa, in particolare da parte di chi, come donna/lettrice, è impegnata a tutti i livelli nel superamento del divario di genere, la vera potenza rappresentativa del suo tempo. Le fa da contraltare la figura della madre Sabella, la donna ideale per un uomo, un marito, docile, sottomessa, servizievole, e così via.

In particolare, il “corpo” di Teresa contiene tutti i codici utili a decodificare la visione del mondo che governa la realtà cui si approda attraverso il narrato.

Il corpo di Teresa è bellezza, è naturale seduzione, è voce incantatrice, è forza della natura, è libertà, ma è insieme preda, bottino di una guerra che vede l’uomo comunque e sempre vincente, o per lo meno convinto di esserlo. Ma, ecco un sospito di sollievo: c’è Carmela a’ forastiera a difenderla, c’è Concetta ‘a Ventesca a carezzarle il corpo e l’anima.

Inevitabile a questo punto collegarsi al romanzo di Carolina Rispoli Ragazze da marito, un romanzo del 1916 (Milano, Quintieri), che ambienta la storia delle sorelle Emilia, Elena, Margherita, Elvira e Amalia, figlie dell’Avvocato Don Gaetano Forgiuele, sorelle del privilegiato Ciccillo, il figlio maschio, in una Melfi che si affaccia al Novecento. Carolina non è un’antropologa, ma è un’osservatrice attenta e decisa del mondo nel quale ella stessa vive. I corpi delle sorelle sono per la famiglia come per la società, pur con diverse vicende e sfumature, “merce” da matrimonio, i loro cuori di donne sono inariditi o si adattano a inaridirsi nell’adesione a questo modello di vita, perché l’autonomia da questo schema conduce, se non alla condizione di reietta, come accade a Teresa, comunque alla solitudine, alla rinuncia al ruolo di donna, come accade a Elena, cui viene negata e autonegata la sessualità e la maternità, diritti umani, diremmo oggi, e non concessioni della società dominante.

Ma torniamo per questa via ai Tre compari musicanti, e a Teresa, colei che “avrebbe voluto fare e non sapeva cosa, cambiare il Paese, ma era impossibile”. Una donna come ce ne sono state tante nella storia, alcune hanno “saputo fare” per cultura e posizione sociale rivolte e rivoluzioni, Eneduanna, XXIV sec. a.c. Hortensia nel 1 sec a.C., Christine de Pizan, nel 1404, Mary Wollstonecraft, 1792, Ada Byron Lovelace, 1843, ma sono state nel tempo messe ai margini dalla memoria letteraria e scientifica, eppure il lievito delle loro parole e azioni sta oggi cambiando molte cose nelle relazioni interpersonali e di genere, nell’identità di Teresa, la donna simbolo.

Teresa è la puttana di cui ogni società ha bisogno, per poter governare il corpo femminile e il suo potere.

Teresa è la magara, di cui ogni società ha bisogno, per poter governare i conflitti interpersonali, la paura dello sguardo malevolo, soprattutto l’orrore della malattia e della morte, l’orrore del MOSTRO incombente, delle epidemie, non ultima il covid, cui la religione non sembra dare risposte immediate e tangibili, cui la medicina non dà risposte efficienti, pur mettendo tuttavia tra lei, la magara, e il resto della società una barriera utilitaristica: ti cerco quando mi servi, ti espungo quando non mi servi.

Teresa è la donna libera, di cui la società farebbe volentieri a meno, la figlia che non accetta d’essere serva della famiglia o monaca di casa, come Paolina Serafina, la madre che difende la sua identità di madre senza un uomo che la protegga, la lavoratrice che vive immersa nella natura e solo da essa trae forza, la magara che, pur con ritrosia e quindi mai con supponenza, mai come acquisto di potere, mette generosamente al servizio della comunità la sua sapienza di vita.

Certo non vorremmo che la nostra società avesse ancora bisogno di eroi e di eroine come Nunzio o Teresa, vorremmo che il talentuoso Nunzio, anzi i talentuosi Nunzio, nonno  e nipote,  e la libera Teresa potessero scegliere d’essere liberi di vivere senza eroismi, di essere se stessi senza pagare scotti dolorosi.

Libera lei, soprattutto, senza dover essere giudicata, come ancor oggi accade, e oggi condannata  più che mai fino al femminicidio.

Ma passa proprio attraverso Teresa il rovesciamento di cui parlavo. Teresa è il metro che ci consente di misurare da un lato la permanenza della difficile condizione della donna oggi, dall’altro la distanza che ci separa dal suo tempo grazie alla avvenuta dichiarazione se non attuazione dei Diritti Umani, senza tuttavia sottovalutare i rischi che ancor oggi comporta per una donna la libertà dai modelli tradizionali e dagli stereotipi.

Il rovesciamento non è nella logica della grande storia, che ci appare ciclica, comunque dentro schemi consolidati e resistenti al cambiamento, il rovesciamento è nella coscienza, nella consapevolezza critica, nel senso di responsabilità di ciascuno, con cui, anche grazie a studiosi come Paolo Apolito, oggi possiamo leggere la storia, attraverso una propria personale, autonoma visione del mondo.

E’ la forza critica della persona rispetto alla massa, è la forza collettiva dei deboli, degli idioti fattisi coscientemente portatori di diritti rispetto al potere tirannico e alla massa ad esso ossequiente.

E’ la forza dell’utopia di contro alla resa alla realtà presente.

Tutto questo muove la lettura di Tre compari musicanti di Paolo Apolito.

E c’è ancora qualcosa in questa prospettiva che va sottolineata, e cioè che dentro le trame larghe della storia, che come si evidenzia, è piuttosto rete che ingabbia, come la interpreta, ad esempio, un grande poeta come Montale, c’è la trama stretta delle cimose sghembe, ci sono gli scarti della tessitura, ci sono le maglie cadute, ci sono, ribadisco, gli incroci tra persone, gli incroci tra individui che si muovono in spazi minimi dove corpi e coscienze si toccano, si confrontano, si scambiano, si cambiano, è lì che si cambia perché tutto cambi, è lì che vanno colti i segnali dei cambiamenti, delle trasformazioni, di un auspicabile rovesciamento in positivo di valori relazionali, lento, impercettibile, ma progressivo e inarrestabile, o per lo meno tale piace pensarlo.

Trova una conferma questa visione o forse solo intuizione antropologica, in particolare nella società contemporanea, che dilata gli spazi relazionali fino al prevalere dello spazio immateriale, nella scelta di Apolito di essersi fatto antropologo a domicilio, narratore dei corpi e delle parole che cambiano il mondo. Questa scelta va posta tra le gocce che scavano la pietra dura della conservazione fino a far zampillare la sorgente di un’umanità nuova, più giusta, più libera.

Ma c’è forse ancora una lezione da apprendere, che può sembrare contraddittoria rispetto a quanto detto or ora, ed è invece complementare ad essa, occorre, cioè, far attenzione a non lasciare che gli strumenti dell’innovazione, le infrastrutture del futuro, oggi indubbiamente digitali, diventino e restino strumenti solo nelle mani delle grandi imprese internazionali o dei privilegiati accaparratori di potere digitale, occorre entrare nei meccanismi del nuovo in un equilibrio difficile ma auspicabile, tra le rivoluzioni o evoluzioni tecnologiche, che tendono a fissarsi secondo i ritmi ciclici della grande storia, e le conquiste della coscienza, patrimonio valoriale che cresce negli spazi minimi, persistendo e pur arricchendosi di esperienza in esperienza, di narrazione in narrazione, ma che, se non vuole rimanere sterile, deve trovare le sue strade ampie immergendosi nel presente e non escludendosi dal futuro, occorre, in questa nuova età delle intelligenze artificiali, mettere dentro, in definitiva, quella consapevolezza critica, quel senso di responsabilità diretta da parte di ciascuno, che ritengo è il portato più maturo del lungo e difficile cammino percorso dall’umanità fino ad oggi.

Paolo Apolito e Lorenza Colicigno in occasione della presentazione del romanzo al Polo Bibliotecario

L’associazione “Le Ali di Frida, Presidente Enzo Mori, Vicepresidente Franca Coppola, ha recentemente  presentato il volume Tre compari musicanti a Potenza nell’auditorium dell Polo Bibliotecario, consentendo questo straordinario viaggio dentro le complesse dinamiche relazionali, in cui spesso ci muoviamo senza consapevolezza della responsabilità che grava su ciascuno di noi nel percorso verso un’umanità nuova.

L’alba è nuova, diceva Scotellaro, che l’alba rimanga nuova, dunque, grazie a ciascuno di noi.

 

Paolo Apolito

Paolo Apolito (1947) ha insegnato Antropologia culturale all’Università Roma Tre e all’Università di Salerno. Studioso dei fenomeni religiosi e rituali, delle feste, delle visioni mariane, e recentemente dei ritmi e della musicalità comunicativa, ha pubblicato Il cielo in terra. Costruzioni simboliche di un’apparizione mariana (il Mulino, 1992); La religione degli italiani (Editori Riuniti, 2001); Internet e la Madonna (Feltrinelli, 2002); Il gioco del festival. Romanzo del Giffoni Film Festival (L’Ancora del Mediterraneo, 2004); Ritmi di festa. Corpo, danza, socialità (il Mulino, 2014); Tre compari musicanti (Grenelle, 2023). Da Ritmi di festa. Corpo, danza, socialità ha tratto un monologo teatrale che porta in giro come “antropologo a domicilio”. È stato presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione delle tradizioni culturali italiane, istituito dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

 

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Sull' Autore

Nata a Pesaro nel 1943, vive dal 1948 a Potenza. Già collaboratrice Rai e poi docente di Lettere, svolge dal 2000 attività di scrittrice e giornalista. Ha pubblicato quattro sillogi liriche: "Quaestio de Silentio" (Il Salice, Potenza 1992), "Canzone lunga e terribile" per Isabella Morra (Nemapress, Alghero 2004), “Matrie” (Aletti, Roma 2017), “Cotidie” (Manni editore, 2021). E' autrice di saggi letterari, tra cui "Pirandello tra fiction e realtà" (in AA.VV, Letture di finzioni, Il Salice, Potenza 1993), "Percorsi di poesia femminile in Basilicata" (in Poeti e scrittori lucani contemporanei, Humanitas, Potenza, 1995), “Il ruolo delle donne-intellettuali nelle società antiche” (in Leukanikà, XVI, 1-2, 2016). Appassionata dei dialetti e delle tradizioni lucane, è co-autrice dei testi "Non per nostalgia - Etnotesti e canti popolari di Picerno" (Ermes, Potenza 1997) e “Piatti Detti e Fatti della cucina lucana” (Grafiche Metelliane); per la Consigliera di Parità della Provincia di Potenza ha curato il testo “Quel che resta di ciò che è detto”, analisi della condizione della donna nella cultura contadina lucana. Sintesi delle sue lezioni come docente di scrittura creativa sono state pubblicate in volumi curati dalle Istituzioni culturali per le quali ha svolto quest'attività (Scuole, Biblioteche, Archivi di Stato). Con l’Associazione “ScriptavolanT” ha curato numerosi corsi di scrittura creativa, collaborando anche alla redazione del romanzo collettivo “La potenza di Eymerich”, a cura di Keizen. Sue poesie e racconti sono pubblicati in numerose opere collettive. Per Buongiorno Regione, rubrica del TGR Basilicata, ha curato interventi sulle tradizioni popolari lucane, sulla stampa lucana d’epoca e sulle scrittrici lucane. Per il sito www.enciclopediadelledonne.it ha pubblicato i profili di scrittrici lucane, come Laura Battista, Giuliana Brescia, Carolina Rispoli. Come wikipediana, è parte, in particolare, del progetto in progress “Profili di donne lucane”. In Second life ha curato la redazione del romanzo collettivo “La torre di Asian”. In Craft World e in Second life, come presso scuole e altre istituzioni, tiene corsi di scrittura letteraria. Il progetto-laboratorio “La Città delle Donne”, realizzato in Craft World, ospita i profili di 86 poete di tutti i tempi, tra cui alcune Lucane, ed è frequentato da scuole e cultori.

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