CRONISTI DEL NULLA, VIOLENTI PER VOCAZIONE

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Dino De Angelis

DINO DE  ANGELIS
Ci sono muri cattivi e muri giusti. I muri cattivi sono quelli di mattoni o di cemento che separano, che tagliano fuori, che chiudono, che imprigionano. E poi ci sono muri giusti, anzi necessari, sono quelli non fatti di materia viva che a volte servono. Sono muri che isolano da sguardi indiscreti, che tengono protetti, che consentono di restare fuori da attenzioni non desiderate e da una certa patologica morbosità. Sono muri che in questi giorni la famiglia di Maurilio Masi, il giovane studente potentino che ha deciso con un gesto estremo di salutare il mondo in un modo così tragico, avrebbe pagato oro per alzare intorno a sè.
Già, il riserbo. Una parola che sembra diventata una chimera nella società dell’informazione a tutti i costi, della notizia sparata in real time, dello scoop a portata di tutti, basta avere un semplice telefonino ed una connessione. Ovvero uno strumento che abbiamo tutti in mano, tutti i giorni, in tutti i momenti, pronti ad usare, a volte, per uno stupido selfie, a volte per diffondere una notizia che non è ancora tale, una informazione che avrebbe bisogno di ben altro tatto, di ben altro modo per essere diffusa, di ben altro riserbo. Non vi viene proprio in mente, nel momento in cui siete sulla scena, che proprio quella scena tra un attimo passerà come una bomba su tutti i social spinta esattamente dal pollice sul vostro smartphone, e che forse c’è qualcuno che dovrebbe conoscerla per prima, quella notizia, che sarebbe il caso che certe immagini, prima di essere diffuse come api impazzite che si moltiplicano ad ogni clic, è forse il caso di non diffonderle? Ma non vi viene in mente mai, presi come siete da questa smania di condividere tutto, di far sapere al mondo che è successa una certa cosa ma che, soprattutto, voi eravate proprio lì, ed è grazie a voi che adesso anche gli altri la possono conoscere?
Bravi, bravi, bravi. E alla famiglia ci avete mai pensato, branco di microcefali smartphone dipendenti, cronisti del nulla, dissacratori della privacy, adulatori della tragedia mediatica, sovrani dell’egocentrismo sociale? Ci avete pensato che quello scatto che avete condiviso sulla vostra piattaforma, per la legge della moltiplicazione del web che fa arrivare con rabbrividente velocità soprattutto le cose più macabre, possa arrivare anche all’occhio della famiglia di quel povero ragazzo ? Ci avete pensato come si può sentire un familiare che non è stato ancora avvertito dai mezzi ufficiali di informazione ad essere preso dal calcio in bocca della vostra foto, apprendendo in un modo barbarico quello che è capitato al proprio figlio? Avete pensato che c’è un iter del dolore, un protocollo di messa a conoscenza di cose che fanno un male indicibile che andrebbe sempre rispettato?
Ci dovrebbe essere sì, quel muro ad isolare dal mondo coloro i quali sono destinatari di una notizia che non avrebbero mai voluto avere, e quel muro non lo deve alzare necessariamente il professionista dell’informazione, nè l’autorità preposta istituzionalmente a riferire, con il maggior tatto e delicatezza possibili, ai legittimi destinatari un certo tipo di informazioni.
Quel muro dovremmo imparare ad alzarlo tutti noi, noi che, vivendo il nostro quotidiano, dovremmo avere la necessaria sensibilità e il giusto spirito critico per capire che certe cose, semplicemente, non si fanno, e forse sarebbe anche ora che vi fosse una legge a regolare questo inferno di informazioni indiscriminate che entrano nelle nostre vite e ce le sconvolgono senza curarsi per nulla delle nostre reazioni.
Una legge che dovrebbe impedire a chi è morto una volta, di morire una seconda, una terza, una centesima, fino a moltiplicare quella morte infinite volte.
Riserbo. Una parola stracciata dal vocabolario dell’informazione del terzo millennio.
 
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