DALLA CITTA’ ANTIQUARIA

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LUCIO TUFANO

Perché la corsa inarrestabile del tempo non dissolva il patrimonio della sottostoria e della cultura popolare, sembra opportuna un’esaltazione della memoria come nostra facoltà personale.

Ecco che, pur se ci si consente il lusso di dimenticare, vi sono sempre degli autentici sforzi da compiere di elaborazione individuale che costituiscono l’elemento essenziale da custodire anche se solo negli articoli di giornale, nei libri, o negli archivi elettronici dei computers.

Tutto ciò che è memoria dell’infanzia e dell’adolescenza potentina, dovrà rientrare in un profilo scherzoso e grossolano, in una sagoma-simbolo, in una maschera, che più risponda alle storie della vecchia città, a quell’universo di sottomondo urbano che, per tutto quanto potremo far affiorare di esso, può ben meritare il toponimo di città antiquaria. Laddove il termine antiquario risente dell’antico e di tutto ciò che è tradizione, uso, consuetudine.

Al di là dell’ignoranza parolaia, la balordaggine e la sguaiataggine, la brutalità e volgarità verbale, dai rappezzi e rattoppi della vagabonda, primitiva maschera di stracci, al di là di quegli altri, magari anziani, sputasentenze che portano schiaffata, tra la bocca e la fronte, una voglia paonazza di vino, o hanno il naso incerato di lucido da scarpe, la faccia più che contraffatta dal capriccio dispettoso della natura, modellata e sbalzata nello stampo di un’allegria meno terrifica.

E fa parte di quelle facce su cui germoglia un bitorzolo amaranto, e rughe pacifiche e non che vanno a corredare la bocca impegnata in riso ebete o in ghigno perenne.

Ecco la maschera seccata cume nu ùcchiele (cicatrice lasciata sui rami degli olivi potati), seccata come un ramo di legno infornato, come un’aringa affumicata o sottosale.

Ma forse l’aringa è qualcosa di più pregiato e più polposo per chi sicuramente vive solo con la speranza di afferrarne qualche pezzo, o catturare qualche tozzo di pane azzimo.

In tale figura confluiscono le forme tragicomiche del teatro di piazza, di strada, del grottesco, della strafottenza, e della pura incoscienza dello stolto.

Inconsapevole esponente della rivolta, del sarcasmo, latore della bestemmia disperata, dell’ironia; rappresentante e delegato del sottomondo urbano dei carbonai, dei facchini, di tutti i miseri abitatori dei sottani, quel popolame tribale e “corte dei miracoli” che compendia le storie e le topografie di cuntane e cuntagnole, di vicoli e larghetti, di scale e ragnatele.

Sono innumerevoli i personaggi che trasgrediscono il senso comune, figure sghembe di corpo e ridicole di statura, ma portatrici di verità inquietanti di cui il buonsenso ed il perbenismo diffidano e la ragione discrimina, ma delle quali tuttavia non si può fare a meno.

Eppure tutto si mantiene nella fiaba, nel teatro, nella letteratura dell’aneddoto, nel cabaret della farsa e della battuta, del religioso e dell’antropologico. Non è tanto la fisionomia della insensatezza quanto un suo rapporto conflittuale di esclusione e complementarietà con la ragione, con i valori etici e nel contempo strumentali di divertimento e di spettacolo accettati come fondamentale norma di convivenza.

Qui lo stolto e la stoltezza non sono chiaramente elemento definibile e persistente, un topos, piuttosto una incognita alla quale si attribuiva e si attribuisce anche oggi ciò che disturba il senso comune.

È il senso comune che alla fine stabilisce quel che appare ripugnante, da ciò che appare ridicolo, o addirittura degno di consenso ed applauso.

«La figura dello stolto e l’immagine della stoltezza mutano perciò a misura dei cambiamenti del senso comune e della razionalità che le definiscono, serbando tuttavia, di mutamento in mutamento, importanti tratti del passato … Le molte e molto differenti raffigurazioni dello stolto conduce a interrogarci sul difficile ma tenace equilibrio che governa il gioco, tra verità e riso, lo scherzo e la ragione, il divertimento e lo spettacolo»[1].

Qui l’invenzione gergale e dialettale, per le storie ed il linguaggio erano in voga emergendo dalle campagne e dai ciddàri.

«La marea crescente degli straccioni e dei vagabondi, l’ondata pauperistica, sempre più incalzante nei duri anni della carestia e della fame, è entrata prepotentemente nelle tele dei pittori e degli scrittori, invade le scene dei guitti, penetra nelle commedie scritte, si cala nelle stampe vendute dai ciechi e dai gobbi giramondo, dai guidoni senza casa e senza letto».

Se Potenza può considerarsi, fin dall’800, nel corso, degli anni venti e trenta, e del primo ‘900, una città carnevalesca, di contadini buzzurri e di mulattieri selvatici, di artigiani sfottitori e di barbieri sarcastici, di beoni sottoproletari e di applicati vili e conformisti, uscieri e subordinati, di autisti, cocchieri e trainieri, del loro impiego nelle cantine e nel loro ambiente, del loro sollazzarsi con i compari ed i compagni, del linguaggio infervorato da turpiloquio irriverente e comicissimo, di quello comune del volgare gergo geniale dell’ontrance espressiva di battute e rime dispettosamente baciate, qui è la commedia mimica “girandola di parolacce e di risate, di pernacchie, di acrobazie, perfino, nel senso dell’autodistruzione

[1]Da “Lo stolto”. Diego Lanza. Einaudi. 1997. Torino.

FOTO DA POTENZA D’EPOCA

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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