DIALOGO 14 CON L’ON. BLASI: TRA CARTA STAMPATA, SOCIAL E DONATO TELESCA

0

Di Leonardo Pisani

Onorevole Blasi, i dialoghi precedenti, quelli che portano il numero tredici, sono stati molto visualizzati, e devo dirle che questo è accaduto anche fra gli attori della vita sociale, politica e istituzionale di Basilicata.

Ce ne compiaciamo. Lo facciamo insieme, visto che si tratta di dialoghi e non di monologhi. Forse è proprio questa la chiave di lettura positiva dei buoni numeri che realizziamo, peraltro, sin dal primo dei nostri dialoghi. Poi, come sempre, sarà il tempo a dirci se sarà una scommessa vinta.

Contano molto anche i contenuti, l’autorevolezza che traspare dalla conoscenza di uomini e cose e poi la competenza che è oggettivamente tracciabile nelle sue risposte.

Dott. Pisani, insisto. E’ un buon gioco di squadra. Ora veniamo alle sue domande che sono curioso.

G20 a Roma e Cop26 a Glasgow. Vogliamo tirare una linea a consuntivo di questi due eventi globali. Anche con un certo protagonismo dell’Italia che risulta evidente. Che ne dice?

Sì. Sono stati momenti importanti. Che mai debbono essere sottovalutati o banalizzati. Ogni piccolo passo avanti è importante. C’è la tendenza in una parte dell’opinione pubblica e in alcuni ambienti culturali e politici a introdurre il tema del complotto, quello della cospirazione. I potenti del mondo! Si dimentica che molte di queste potenze sono democrazie. Nazioni dove si costruisce lo Stato di diritto giorno per giorno, su elementi di partecipazione, consapevolezza, libertà, rappresentanza elettorale, equidistanza dei poteri, parità di genere. Servirebbe più capacità d’ascolto e comprensione dei fenomeni complessi che viviamo. In un contesto, però, di conoscenza, di rispetto per la storia delle donne e degli uomini che hanno creato, lottato, determinato i nostri attuali diritti. Per quanto concerne l’Italia tutto questo che le ho detto è rafforzato dall’autorevolezza del nostro governo e soprattutto da quella di chi lo presiede.

Lei, Onorevole, parlava di Draghi, anche mesi prima dell’incarico poi ricevuto da Mattarella, quasi lo evocava  in quelle settimane difficili per l’Italia. Lo evocava, come poi è stato, come unica strada possibile.

Il governo Conte II era in un cul de sac. La situazione particolarmente delicata e politicamente assai precaria e compromessa. Non rivolgevo lo sguardo fideisticamente verso Draghi, semplicemente ero fra quelli che pensavano servisse un uomo della sua moralità e statura. Come Le ho già detto in altre occasioni, nei miei cinque anni di Commissione Bilancio, alla Camera dei Deputati, nelle tante volte che sono stato Relatore di provvedimenti di un certo peso, come la Relazione del Parlamento per l’introduzione dell’Euro e una Finanziaria dello Stato, Draghi non c’era più al Mef, era, dopo più di un decennio, fuori dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pensi, occupava il posto di Vice Chairman e Managing Director da Goldman e Sachs in America, eppure tutti i massimi dirigenti del nostro Tesoro erano stati selezionati e formati da Lui e,  mi creda, si trattava dei più bravi, competenti, devoti servitori dello stato. La figura dell’ex direttore generale aleggiava su di loro. Quando Tremonti fu sostituito da Domenico Siniscalco, si parlava di Draghi come possibile ministro, ma la sua strada verso la Banca d’Italia era già tracciata.

Mi perdoni se torno all’attualità. Anche se questi suoi ricordi li starei ad ascoltare ancora volentieri, magari sorseggiando un buon calice di vino.  Sull’ambiente, malgrado la magrezza dei risultati di Glasgow, che è oggettiva, c’è molta divisione, forse anche ideologica.

Ha ragione e Le sarò sincero. E’ un po’ come nella storia di questi No Vax. O si crede nella scienza, nel lavoro che fanno i ricercatori, negli studi che ci propongono, nell’analisi dei dati che poi vengono elaborati, oppure si resta con le bende agli occhi a parlarsi addosso, come i presunti portuali e i contestatori di Trieste, molti dei quali ora sono negli ospedali e nelle terapie intensive a leccarsi le ferite del loro negazionismo, oltre che a creare problemi alla sanità pubblica. Io credo nella scienza. I dati che ci vengono offerti sono inconfutabili  e confermano la validità dei vaccini,  in particolare della doppia dose rispetto alla singola. In media l’efficacia nel proteggere dall’infezione è del 71,33% nel caso del ciclo incompleto, ma dell’88,52% se si sono fatte entrambe le dosi. Ancora più elevata, la protezione rispetto al ricovero in ospedale. L’efficacia in questo caso è in media dell’80,83% nel ciclo incompleto e del 94,57% nel ciclo completo. La terza dose chiude un cerchio a difesa della salute pubblica. La teoria della dittatura sanitaria la trovo assai forzata, al limite della farneticazione. Per cambiare tema, ho consapevolezza che il riscaldamento globale è un problema serio e non rinviabile. Non ho una visione partigiana, nazionalista o populista che dir si voglia. Bisogna costruire relazioni internazionali forti e bisogna continuare a crescere nella consapevolezza dei problemi. E’ necessario ridurre le emissioni nocive, rallentare e poi fermare il riscaldamento globale. Lo stesso ragionamento  vale, ci rifletta, proprio sui vaccini. Che facciamo? Lasciamo crescere la pandemia per il gusto di una contestazione ai potenti del mondo, al grande fratello, alle case farmaceutiche, come se il male nascesse dentro contesti messi insieme un po’ a caso e alla rinfusa, oppure facciamo prevalere il buon senso. Il mondo è malato. Le modifiche climatiche sono all’ordine del giorno. Le dico, farò quel che posso, nel mio piccolo, sia come cittadino che come uomo che è stato nelle istituzioni e che ha una sua vita sociale e relazioni molto intense.

Greta Thumberg e i giovani impegnati nel mondo ci stanno rinfacciando il nostro parlare, solo parlare, forse un po’ salottiero, persino … ipocrita.

Dobbiamo rispettare questi ragazzi, ringraziarli.  Stanno facendo un lavoro straordinario. Sono la voce di tutte le coscienze del mondo.

Cosa dice su quanti si richiamano al tema delle libertà e al mancato rispetto della costituzione, torno  alla cosiddetta “dittatura sanitaria”.

Certo, il perimetro delle nostre vecchie libertà personali è abbastanza compromesso. Non lo nego. Abbiamo concesso ad un sistema di global comunication, ai tentacoli di Internet di impadronirsi delle nostre informazioni più intime e private. Ma questo non c’entra con la crisi climatica o con la pandemia. Di converso, molte crisi globali vengono risolte proprio dall’accesso multiplo ai dati sensibili. Dobbiamo abituarci a vivere in questo modo e in questo mondo. Avere regole condivise, confini non valicabili, comprensione verso le nuove forme dei doveri e dei diritti di ciascuno. Altrimenti converrà tornare ai conventi, agli eremi e a limitare così l’accesso alla Rete. C’è chi lo pensa e ha tutto il diritto di farlo. Chiedo scusa per l’eccesso di paradosso. Ma la vita sociale nella modernità è fatta di scelte e di scoperte che sono state fatte e dalle quali è difficile tornare indietro. Io più che impaurito, Le dirò, dott. Pisani, ne sono affascinato.

Ha letto in questi giorni della crisi della carta stampata? La stiamo vivendo sulla nostra pelle di categoria, mi rivolgo al giornalista iscritto all’Albo. Penso, qui da noi, alla Gazzetta del Mezzogiorno, ma anche al decadimento di giornali più grandi come Repubblica. Proprio Internet ha determinato un cambio di approccio all’informazione. I Social sono diventati non solo il luogo della democrazia diretta ma anche quelli dell’informazione diretta, costruita su un modello “fai da te”.

Partiamo da una critica. C’è stato nel mondo del sindacalismo di categoria un certo grado di conservatorismo. Di resistenza al cambiamento e di difesa delle garanzie dei più forti. Sono decenni che migliaia di ragazzi che lavorano nelle televisioni, nelle radio e nei giornali locali soffrono di scarse relazioni sindacali, di mancata difesa dei propri diritti di categoria. Mentre i più garantiti guardavano dall’altra parte. O no?

Oggi siamo alla chiusura dell’Inpgi e al passaggio dei contributi all’Inps. Sarà il governo a salvare le pensioni dei futuri giornalisti.  

Proprio così. E non è certo un caso. Anzi è il termometro preciso della fine di un periodo storico molto lungo. E’ l’inizio di una  fase di transizione più delicata e complessa. C’è poi, come mi apprestavo a dirle, la crisi dei grandi giornali, come Repubblica. E anche quello il fallimento di un modello culturale di giornalismo. Se il giornale fondato da Scalfari diventa uguale al Corriere della Sera, gli si preferisce l’originale. Il Mainstream culture qui da noi ha già i suoi riferimenti storici più tradizionali. Se poi, Repubblica abbandona, come ha fatto, uno spazio di sinistra più radicale, inevitabilmente, arriva Travaglio ad occuparlo. Comunque, è vero, il giornale di carta deve cambiare e cambierà per sempre. Io da più di vent’anni compro essenzialmente IL FOGLIO. Un giornale agile, fatto di poche pagine e di soli commenti alle notizie. Cerasa, oggi. Ferrara, ieri. Hanno avuto ed hanno una linea editoriale chiara. Un giornale che indaga la modernità, liberale e riformista. Fatto di opinioni, di approfondimenti e buoni reportage. IL FOGLIO è un giornale dentro il quale mi riconosco. E’ importante per un lettore riconoscersi in uno spazio d’informazione. La Gazzetta, che torna in edicola, deve avere più ambizione. Uscire dai taccuini del giorno dopo e dalle sagre estive. Massimo Brancati, per la piccola parte lucana del giornale, è stato molto bravo nel provare ad iniziare uno sviluppo critico della notizia. Dopodiché parliamo di uno strumento di informazione a dimensione bi regionale, a forte matrice pugliese. Il problema è stato snaturare questa prospettiva. Io lettore di Bari, di Matera devo riconoscermi nel giornale, considerarlo una mia bandiera. Mi dispiace dirlo, ma questi stop and go in edicola, i cambi di guida editoriale, qualche faccendiere di troppo hanno reso difficile una inversione di rotta. Voglio però fare un forte in bocca al lupo a tutti i colleghi coinvolti in queste condizione.

Le domandavo anche di Internet e dei Social.

Si c’era una appendice nella sua domanda. La riprenderò il più sinteticamente possibile. Su Internet il suo giudizio, dott. Pisani, mi appare esemplare. I Social vanno capiti, se possibile usati con discernimento, non vanno demonizzati e neppure cavalcati troppo. Chi politicamente lo ha fatto ha vissuto l’euforia del grande successo di una breve stagione. Dai Cinque Stelle, che ora sembrano votarsi al socialismo europeo, loro ultima frontiera in questa rapida comparsata al potere, fino ai così detti populisti di destra. Anche Di Battista, che prova a riprendersi un po’ di spazio, sta sparando a salve, ha consumato, a mio giudizio, una fase propulsiva. La Rete sbrana i suoi attori protagonisti. Li vuole al centro dell’arena e poi li consuma con la stessa velocità con cui li alimenta. Errore grave pensare di domarla.  Salvini ha visto dimezzate le visualizzazioni, ridotti drasticamente i like in poco meno di un anno. Renzi ci era già passato. Bisogna fare di questi strumenti un uso moderato, meno invasivo possibile. Informare, dire quello che si pensa e si sta facendo. Far comprendere la propria posizione. Poi, basta. Se lo immagina Draghi a fare dieci dirette Fb al giorno? Se si crede troppo nei numeri che i Social producono si finisce per condurre battaglie sbagliate. Come ha fatto la Meloni con i No Green Pass, pensando di ottenerne un beneficio elettorale. Sono alcune settimane che il consenso di Fratelli d’Italia non cresce più. Poi, dott. Pisani, una prossima volta, parleremo della così detta “maggioranza silenziosa”, che credo meriti più rispetto.

Quest’anno ci sono state le Olimpiadi di Tokyo, evento molto particolare per essere state rimandate di un anno a causa della pandemia e per la gestione delle misure anti Covid. Tante medaglie italiane, e me lo lasci dire, anche tanta retorica  e paragoni senza una reale analisi dei dati rispetto ai risultati del passato. Ormai, come spesso ci diciamo, l’informazione intrattenimento ha il predominio e non solo sui social. Poi, le Paraolimpiadi, sempre a Tokyo,  con storie e risultati sportivi straordinari: meno retorica e meno interesse, inutile fare analisi… In Giappone anche due straordinari atleti lucani: Donato Telesca, sesto nel sollevamento pesi e Nicky Russo, ottavo nel lancio del peso, ai quali i lucani e le Istituzioni hanno fatto sentire il loro calore. A proposito di comunicazione e delle sue distorsioni: Donato Telesca è stato fotografato da Oliviero Toscano, mostrando le sue cicatrici e la sua menomazione che fa da copertina a “In piedi”,  libro dello scrittore lucano Donato Di Capua, dove racconta la vera storia di questo straordinario ragazzo.  Ebbene, la foto è stata censurata da un social network perché considerata inappropriata. Una notizia che è stata riportata da molti siti, da giornali on line,  anche da quelli lucani. Giustamente ha indignato tutti, partendo dal Presidente Bardi. La politica nazionale, invece , è rimasta silente e così anche i gradi mezzi di comunicazione. La dico tutta, se fosse successo in un altro paese la questione sarebbe diventata di Stato,. Poi parliamo di inclusione e pari opportunità per tutti…

Quando le dico che da noi manca cultura liberale, che siamo ancora prigionieri di vecchi schemi, tradizionalismi ipocriti, un certo grado di machismo, poca attenzione alla diversità, ecc., intendo esattamente i comportamenti da Lei denunciati. Sono anni che una certa parte del mondo in cui viviamo fa a pezzi Greta Thumberg. Da quando era una ragazzina. Ora ha solo diciotto anni. Questo per un atteggiamento sbagliato anche nei confronti del mondo adolescenziale. Ma accade anche nei confronti del presidente Biden, considerato anormale fisicamente, troppo vecchio per dirla in soldoni. C’è una tale arroganza in questi comportamenti da lasciare basiti. I media italiani hanno dedicato ore di diretta, paginate di giornali per una medaglia di bronzo per “il tiro alla fune” e poche righe per storie di straordinaria umanità come quelle del magnifico, Donato Telesca. Oliviero Toscano è stato capace con una foto di provocare un’opinione pubblica pigra, egoista, pruriginosa. Noi, dott. Pisani, e la ringrazio per la domanda, nel nostro spazio e con i nostri lettori ci poniamo, con semplicità e determinazione dall’altra parte di questo campo di gioco.

 

Mi faccia aggiungere la mia solidarietà ai colleghi della Gazzetta e a tutto il mondo della carta stampata nazionale e locale che vive una crisi sistemica. Dietro le crisi, lo so sulla mia pelle, ci sono i lavoratori: colleghi, grafici,  tipografi, distributori, edicolanti. Passiamo al dibattito sul Quirinale. Le leggerò i dati di un sondaggio di Pagnoncelli  su chi vorrebbero gli italiani sul Colle più autorevole di Roma. Il 30 per cento degli italiani è a favore di Mario Draghi. La sorpresa è sul secondo gradino del podio, occupato da Silvio Berlusconi con il 14 per cento dei consensi. Staccati e non di poco gli inseguitori: il terzetto di donne formato da Liliana Segre (7 per cento), Marta Cartabia (6) ed Elisabetta Casellati (3), seguito da Dario Franceschini (3), Pierferdinando Casini (2) e Marcello Pera (1) mentre il 34 per cento non sa o non indica un nome di quelli proposti. Allora, come siamo messi?

Quello di Pagnoncelli è un sondaggio che sarebbe molto utile qualora votassero gli italiani. Ma il nostro non è un sistema né presidenziale né, come dice, sbagliando, il mio amico, Giancarlo Giorgetti, un semipresidenzialismo di fatto. Da noi, il presidente della repubblica è eletto dal parlamento. Svolge un ruolo di garanzia costituzionale molto severo e impegnativo, ma non gode di poteri esecutivi, neppure indiretti. Sono i sette anni di mandato a dare forza e stabilità alla funzione. A renderla così istituzionalmente e mediaticamente forte. Ma non vanno mischiati i diversi poteri. La nostra costituzione si basa su equilibri e bilanciamenti particolarmente riusciti. Da quando esiste la repubblica, l’elezione del presidente è un atto politico di mediazione fra interessi: quelli dei partiti, quelli dei poteri dello stato, quelli che rappresentano la politica europea e internazionale del momento storico in cui cade l’elezione, quelli delle singole personalità che si candidano, in maniera più o meno dissimulata, a concorrerne l’esito. Dobbiamo considerare una serie di questioni. La prima è la debolezza strutturale di questo parlamento. Affollato da troppi attori non protagonisti, molti dei quali vorrebbero la sola garanzia di durare cinque anni. La domanda del transatlantico è: “Vabbè, voto per Tizio, ma lui mi garantisce che poi non scioglie le camere?”. L’altra questione sul tappeto riguarda la prossima legge elettorale, come, cioè saranno eletti i prossimi parlamentari. Ci potrebbe essere un accordo fra Pd, Cinque Stelle, Renzi e Forza Italia per un sistema completamente proporzionale. A quel punto il nuovo presidente della repubblica dovrà essere il garante di questo accordo. L’ultima questione concerne Draghi. Non credo si presterà al cannibalismo del voto segreto. O Lui sarà eletto nelle prime due votazioni oppure si tirerà indietro. Ma non penso resterà, a quel punto, a Palazzo Chigi, se pure i mercati finanziari, gli americani, l’attuale Eliseo e la Germania lo vorrebbero lì. La Cartabia sarebbe un’ottima scelta per centomila ragioni anche culturali. Lei è abbastanza vicina a Comunione e Liberazione, è una garantista e poi è, finalmente, una donna, che siederebbe  nel più prestigioso degli incarichi. Io starei, invece, attento a Casini. L’altro bolognese, come ha sussurrato Prodi qualche giorno fa. Quello il cui profilo è così discreto e poco accentuato da non spaventare nessuno. Invece, Berlusconi, mentre le sto rispondendo ho di fronte a me una mia e sua foto sulla scrivania, scattata ad Arcore un po’ di anni fa, ci proverà se le prime votazioni dovessero andare a vuoto. Quando di voti ne basteranno poco più di 500. Il centro destra unito ne detiene più o meno 450. Scrivo e penso a Renzi, chissà perché.

 

Condividi

Rispondi