DUE MEDICINE PER CURARE I PARTITI DAL LEADERISMO

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Come costruire un partito che sia un partito? In una Repubblica ammalata di personalismo, è una domanda seria. Le medicine sono due: filosofia politica e proporzionale con preferenza.

Il leaderismo denunciato da Rocco Rosa in un articolo di qualche giorno fa ha radici recenti. Non soltanto l’ha introdotto Silvio Berlusconi con la sua Forza Italia, partito personale che ruotava tutto attorno a sé. L’ha consolidato anche la sinistra, con i partitini afflitti da mille scissioni in larga parte rispondenti solo a posizionamenti del capocorrente.

Un partito è una comunità: ciò che unisce una comunità non è un leader, ma un DNA comune. Può essere un DNA biologico, geografico o culturale, ma deve esserci un minimo comune denominatore. L’Italia è unita da un DNA nazionale come tutte le Nazioni: non nel senso che esista un’etnia italiana, ma nel senso che esiste una storia, una cultura, una società italiana. In un partito il DNA necessariamente è culturale. In altri termini, è filosofico.

Il partito politico deve avere un suo orizzonte culturale e tutti i partiti che sono stati tali ne hanno avuto uno. Ne è una dimostrazione il fatto che i partiti più antichi che esistono in Europa hanno dei nomi che rievocano una precisa opzione filosofica («socialdemocratico», «democristiano», «liberale», ormai anche «verde»). Una comunità ha bisogno di un DNA non solo per dirsi tale, ma anche per continuare a esistere.

Questo legame tra filosofia e politica è ormai sempre più allentato. Il centro liberale e la sinistra moderna sono strapieni di partitini tutti sovrapponibili per ideologia e proposta politica. Ciò che li distingue sono i leader e le sigle.

Ma la parte peggiore è che i partiti di oggi non hanno un orizzonte di lungo periodo: sono dei meri contenitori vuoti. Il che spiega come mai nel futuro partito di Renzi potrebbero convivere Gennaro Migliore (cresciuto in Rifondazione) e Renata Polverini (nata politicamente nel Movimento sociale). Ciò che unisce è la convenienza tattica, non la visione di fondo.

Perciò anzitutto serve rottamare la visione leaderistica del partito. Bisogna vietate ogni riferimento a persone singole nei simboli, nelle manifestazioni e perfino sulla maggior parte dei manifesti elettorali (esclusi chiaramente quelli dei candidati singoli). Serve una disciplina pubblicistica di tutti i partiti e dei loro organigrammi interni, rendendo riconoscibile chi esercita funzioni di vertice e provando ad assicurare stabilità alle cariche interne.

Ma il problema maggiore sta nel ricostruire i partiti sul piano filosofico. Come costringere i partiti ad assumere una visione di lungo periodo?

Si possono immaginare pochi obblighi in tal senso: di celebrare congressi periodici, conferenze politiche annuali, depositare manifesti e programmi alla Camera dei deputati… Ma forse la norma più cogente potrebbe essere un inasprimento della libertà politica di costituirli e scioglierli arbitrariamente, di modificarne i nomi e i leader, e così via. Un intervento che si preannuncia difficile da delineare. Perché la disciplina di questa libertà politica deve comunque impedire una compressione dei diritti politici… E come si fa?

D’altronde proprio impedendo scissioni tattiche e partiti ad personam si spingono i partiti stessi a elaborare una strategia di sopravvivenza di lungo periodo. La selezione “naturale” garantirà la vita solo alle comunità che avranno una propria identità, che sapranno attrarre persone per lungo periodo, che sapranno offrire idee, ideali e orizzonti prima che singole proposte immediate. Costruire un partito per ogni singolo leader deve diventare più difficile che costruire un leader per un partito che viveva prima di lui e vivrà dopo di lui.

E costruire una comunità che può vivere nel tempo significa darle un’anima collettiva. Cioè un orizzonte politico: una visione, dei testi di riferimento, una filosofia nel cui perimetro si muovono studiosi e intellettuali e sulla cui base interloquiscono con gli altri, una concezione che accenda i cuori dei giovani e dei vecchi militanti.

Se un partito ha una visione, seguirà una traiettoria politica più stabile ed elaborerà proposte politiche coerenti con la propria storia e i propri orizzonti. Produrrà anche un quid pluris al quale i propri militanti saranno affezionati: e perderanno consensi gli scissionisti di turno. Pur aumentando il numero di espulsioni: chi non segue la linea deve scendere dal carro. Non per una questione di purismo, ma di coerenza.

I partiti si distingueranno in base alla propria identità, al proprio “colore”: e perciò dovranno avere una certa coerenza e coesione. Certo, esisteranno sempre partiti pletorici e molto vaghi come lo fu la DC: ma è innegabile che la DC oggi sembrerebbe un partito estremamente ideologizzato. E già sarebbe un grande risultato.

Questa distinguibilità sposterà la competizione dai movimenti tattici di breve periodo alla capacità strategica di lungo periodo. In italiano potabile: la guerra elettorale non si gioca sugli slogan e i leader del momento, ma su proposte coerenti con i propri ideali. Ovunque in Europa si sta radicalizzando il conflitto sociale, e per la maggioranza dei partiti europei si tratta o di tornare alle origini (come il Labour di Corbyn o il PP spagnolo) oppure di tornare agli ideali storici dei pacchetti elettorali di altri partiti ormai morti (come Macron che ha espropriato il pacchetto liberalprogressista del PS).

Ma per alimentare questa competizione sana, che rafforza le comunità politiche e restituisce coerenza ai programmi elettorali e valorizza la partecipazione a progetti politici in cui si crede veramente, serve qualcos’altro. Serve il proporzionale.

Il proporzionale è un sistema che non premia il risultato estemporaneo. Nel proporzionale ogni voto pesa uguale: per diventare un grande partito in Parlamento serve essere un grande partito nel Paese. E per attrarre tanti voti nel Paese, di nuovo, serve costruire un programma che faccia presa e perciò sia distinguibile dagli altri. Coerente. Politicamente chiaro, radicato e filosoficamente attendibile, serio.

Anche il maggioritario crea grandi partiti, si replica. Vero. Ma il maggioritario premia ogni voto in più, favorisce osmosi di pacchetti elettorali tra una comunità e l’altra. In altri termini: favorisce il trasformismo, lo sfilacciamento dei partiti. E non è un caso che il Paese che ha dato vita al maggioritario, il Regno Unito, non abbia una maggioranza sostanzialmente da dieci anni. MARCO DI GERONIMO

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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