EUROPA ED ITALIA A BRUXELLES

0

ida leonedi IDA LEONE

Domenica. Il programma prevede una visita al Parlamento Europeo, per la precisione al centro visite, il Parlamentarium. Non so come si possa uscire da un posto cosí e continuare a NON essere europeisti. Tutto dentro racconta la storia di un pensiero fisso, diventato realtá con fatica, sacrificio, ostinazione pluriennale di un pugno di uomini evidentemente illuminati. E con obiettivi visionari: un continente senza piú guerre interne, una moneta unica, una unica politica estera, commerciale, fiscale. Un sogno grandioso di democrazia e benessere dei popoli. La parte piú emozionante della visita é la possibilitá di sedersi ai banchi di un emiciclo, in una sala tonda nella quale tutto intorno un video a 360° proietta immagini a dimensione reale di una seduta del Parlamento, cosí che sembra di essere fra i parlamentari europei, a discutere e a votare. “Il Parlamento Europeo approva” dice una voce femminile in francese, tutti applaudono e si congratulano fra loro, ed è difficile resistere alla tentazione di fare altrettanto, tanta é l’emozione di essere “stati dentro” una prova cosí alta e concreta di democrazia.

Dopo il pranzo con Ilaria e Giovanni, affettuosi come fratelli, si parte per una visita al centro storico. Fa molto freddo, l’aria umida di ieri è diventata tramontana e taglia la faccia, non siamo lontani dagli zero gradi. La Grand Place é una piazza quadrangolare molto europea, circondata di palazzi in stile liberty quasi per intero. L’illuminazione di palazzi é molto ben studiata, e tutto acquista un’aura magica un po’ natalizia (del resto, non manca molto) che mi incanta. Chiese, il palazzo reale, gallerie liberty, decine di negozi che vendono cioccolata in ogni foggia, decine di brasseriés e ristoranti con ottimistici tavolini all’aperto apparecchiati (ogni posto a sedere, peró, ha una copertina di pile), decine di negozi di ogni genere. E una tranquilla piccola folla di bruxellesi e turisti che cammina, chiacchiera, mangia, beve, ama, nel freddo del primo giorno d’inverno. Neppure un gendarme, ma manco un vigile urbano.

Ci fermiamo a bere anche noi, il localino di chiama Le Granduc e mi raccontano che é tutto rimasto com’era – opportunamente restaurato – dai primi anni ’30, quando il locale era un ritrovo di nazisti. Il Belgio, soprattutto la parte fiamminga, mi spiegano, fu estremamente collaborativo con le truppe hitleriane, ed é una pesante ereditá di cui nessuno vuole parlare e di cui si glissa perfino nei libri di scuola. Cosí come un altro tabú – ma pare che i tempi stiano cambiando, per questo – é il periodo coloniale, l’occupazione e lo sfruttamento del Congo, al quale si deve la massiccia importazione di cacao e la nascita della fiorente industria del cioccolato belga.
Senza saperlo, ci ritroviamo in mezzo alle riprese di un documentario della tv nazionale sui rifugiati. Ripresi dalle telecamere, un ragazzo iraniano suona uno strano flauto fatto con una canna di bambú e una ragazza tibetana canta nella sua lingua con una splendida voce da mezzosoprano un canto lento ed appassionato, con accenti lirici, sicuramente un canto d’amore, forse per la patria lontana, forse per un altro essere umano. Quando finisce, siamo tutti un po’ commossi.

Lunedí. Si riparte. I trasporti sono efficienti, le indicazioni chiare e sovrabbondanti, le persone gentili e disponibili, soprattutto se si tratta di personale di servizio. Arrivo in aeroporto in netto anticipo e posso concedermi una colazione. Ad un “Bar Italiano”? Ma sí, perchè no. Il cappuccino è buono e
20161107_080649anche il croissant, ma chiudiamo in bruttezza, cara Bruxelles, quando alzo gli occhi al menù previsto per il pranzo e leggo la desolante pochezza di “penne bolognese” e “tagliatelli carbonnara”, e soprattutto quando realizzo il criptorazzismo dell’immagine promozionale: un cafone che si abbuffa curvo sul piatto. É davvero questa l’immagine che si ha di noi all’estero, in una cittá cosí densamente popolata da italiani?

Bien, la domanda resta senza risposta. Nonostante un problema digitale in aeroporto, che NON fa comparire sugli schermi i gate d’imbarco di ciascun volo, per cui occorre prestare orecchio agli annunci, partiamo con soli venti minuti di ritardo.
A Napoli ci sono 18 gradi, il solito casino di scioperi e bizantinismi, e crocchette di patate ad attendermi.
Welcome back home, Ida.

Condividi

Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

Rispondi