FASSINA NON E’ ROSSOBRUNO

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marco di geronimo

Marco Di Geronimo

Si fa spesso confusione: Stefano Fassina non è rossobruno. Non è sovranista la sua nuova associazione, Patria e Costituzione. Non è populismo di sinistra, insomma, rilanciare una critica all’Europa e ai temi dell’austerity. Checché ne dica la stampa più gettonata.

Stefano Fassina è stato eletto con il Partito Democratico nel 2013, uscendone tempo dopo (con un’esperienza da viceministro dell’Economia all’attivo). Nel corso degli anni ha rielaborato le sue posizioni sull’euro e sull’Europa, spostandosi verso una critica sempre più definita dei trattati europei. Fassina d’altronde è un economista di rilievo e intrattiene da tempo rapporti con gran parte del mondo neosocialista europeo: fu lui a firmare, assieme a Varoufakis e Melenchon, il primo appello internazionale per un Piano B.

Ma si fa presto a confondere, affogati dallo champagne e dal caviale, l’impegno di questa nuova corrente con la politica giallo-verde. D’altronde la carta stampata più raffinata e le parti più alte dell’economia sembrano ignorare tutti i campanelli d’allarme che tanti economisti di rilievo lanciano in continuazione. La costruzione dei trattati europei crea squilibri macroeconomici e ha esasperato le disuguaglianze continentali. Questo quadro preoccupante crea disagio e malessere nella società, che la sinistra rifiuta di interpretare.

Che il perimetro europeo eroda le competenze degli Stati, gestite da Parlamenti democraticamente eletti, trasferendole a istituzioni tecnocratiche e fuori dal controllo dei cittadini, questo è vero. Dopotutto la concezione economicistica dell’UE si fonda proprio su questo. Togliamo potere ai cittadini e alla dialettica democratica, che si basa spesso su sbandate demagogiche e su interessi di parte. Allochiamolo invece a personalità indipendenti che saranno capaci di fare la cosa giusta in base a leggi scientifiche economiche. Peccato che Barroso sia stato assunto alla Goldman Sachs, la Troika chieda scusa alla Grecia e la BCE abbia ammesso che tutti i moltiplicatori (stimati vicini allo 0) coi quali aveva calcolato gli effetti negativi della contrazione della spesa pubblica erano sbagliati. Di indipendenza, bene comune e scientificità, c’è ben poco.

Tante volte l’abbiamo detto: normale che il popolo si aggreghi a un’opzione sovranista quando ha paura del potere catturato dalla tecnica, normale che il popolo si aggreghi a un’opzione nazionalista quando la tecnica sfrutta la dimensione sovranazionale per aggredire il popolo.

Ma Fassina e la sua Patria e Costituzione non rappresenta nulla di tutto questo. La proposta politica di Fassina non è mai stata rosso-bruna: cioè non ha mai coniugato socialismo e nazionalismo. Siamo bel lungi da una revisione del «socialismo in un solo Paese», trasfuso in logiche identitarie e politiche estere pragmatiche.

Fassina, come molti altri politici di sinistra d’Europa, si propone di recuperare il senso patriottico che serve agli italiani per sentirsi comunità. Sentirsi comunità è un presupposto ineludibile per costruire politiche di solidarietà e mutualismo. Politiche che ovviamente si fondano sulla Costituzione, «la più bella del mondo», di gran lunga più progressista di tutti i Trattati europei. Basta dare uno sguardo agli articoli 41, 42 e 43 per capire che la disciplina di dettaglio imposta a livello continentale contrasta con un impianto di politica economica interventista e pervasiva delineato dalla nostra Costituzione.

In sintesi, Patria e Costituzione non propone nulla di nazionalista o di sovranista. Si propone di diffondere in Italia una proposta politica tesa a creare un’Europa democratica, governabile dalla politica e dai cittadini, in cui sia possibile ripristinare un’alternativa tra socialisti e conservatori al posto del dogma neoliberale in cui nessuno crede più. Patria e Costituzione è il tentativo di costruire una proposta di sinistra che sgonfi ed elimini il cancro del neonazionalismo dal palcoscenico politico attuale, ridando alle classi medie e basse la speranza di credere in un mondo migliore senza per questo sfasciare l’Europa esistente.

L’alternatività tra Piano A e Piano B la spiega benissimo Jean-Luc Melenchon, leader popolarissimo di France Insoumise. L’idea di base è costruire questa nuova Europa al servizio dei popoli, nella quale le opzioni socialdemocratiche tradizionali trovino di nuovo il posto che meritano. E in caso si riceva un no in risposta, «lo faremo lo stesso». Il Piano B dunque diventa una nuova rivoluzione politica, un nuovo canale di emancipazione delle folle e delle masse che nulla ha a che vedere con i piani folli dei sovranisti di destra. Un’arma potentissima che può rovesciare il tavolo delle trattative politiche e affermare un’idea di sinistra, di Paese e di Europa in cui si possa davvero credere e sperare.

Gli unici a non capirlo sono coloro che, dall’alto del loro drink alla papaya, blaterando di società aperte, virtù del mercato libero, totale arbitrio dell’individuo svincolato dalla società e fronti repubblicani e progressisti di varia natura, continuano a credersi di sinistra e a fare gli interessi dell’1% e di tutte le classi alte. Dei padroni, insomma.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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