FINE PENA

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GIAMPIERO D’ECCLESIIS

fine penaDalla finestra il rumore del vento era un lamento continuo, più leggero e sommesso nelle notte d’estate quando la luna si rifletteva nel mare nero come la mia anima, più pronunciato, straziante, imperioso nelle notte invernali quando la spuma dei marosi trasportata dal vento decorava di stelle natalizie di sale i vetri delle imposte.

Ero arrivato nell’isola che era primavera, sotto un cielo azzurro appena adornato da piccole nuvole di latte in una luce satura di verde e di ocra, i ceppi alle mie mani stringevano le mie ossa come le parole del giudice la mia anima.

In nome del Popolo Italiano” aveva detto, in quella toga nera e con quello sguardo appannato e quel tono un po’ assente mi aveva dato la pena peggiore, ergastolo. Fine pena: mai.

Com’era bella Maria quella sera, con l’odore dell’erba tutto intorno a noi e il suo sorriso dolce, il calore delle sua mani su di me e le sue labbra, quel calore accogliente quando mi aveva accolto e le sensazioni al apice dell’amore quando mi sentii uomo per la prima volta mentre il suo alito caldo mi respirava sul viso il suo amore.

Finalmente la paghi Bastardo!” mi disse quel viso alterato dall’odio quando, nei ceppi, tra carabinieri neri come cornacchie sfilai verso la camera di sicurezza, inebetito dalla paura, dal rimorso, dall’odio per me stesso.

La finestrella tra sbarre arrugginite lasciava uno spicchio di verde al suo angolo destro, un vecchio pino marittimo vigilava sul mare, sentinella piantata da tempi lontani e, di là della sua cima ombrosa, l’azzurro moto perpetuo del mare, ogni tanto interrotto da una spuma e, più di rado, dal guizzo di un pesce sfrontato.

Fioriva, di una bellezza sfolgorante, di un nero corvino tra i capelli e del verde profondo dei suoi occhi, sorridente, allegra ed io, nella mia insicurezza davanti a tanta bellezza fui roso dalla gelosia consapevole com’ero della mia inadeguatezza, della mia indegnità ad essere amato da una creatura così dolce e soave, piano la paura di perderla si trasformò in ossessione, la gelosia in tormento. Uno sguardo, un sorriso, due parole scambiate con il negoziante o con il vicino si trasformarono in un chiodo doloroso, in una spina di Cristo. Pazzo, pazzo e sofferente, infelice del mio tormento la allontanai piano da me e il suo sguardo così pieno d’amore divenne ansioso, come lo sguardo dell’agnello quando il pastore lo porta al macellaio. Finì come finiscono le storie tra uomini deboli e folli d’amore e donne bellissime e spaventate. Cosa successe neanche lo ricordo, l’ho rimosso, eliminato cancellato. Solo gli occhi. I suoi occhi, di quel verde brillante di primavera all’improvviso diventarono di un verde spento, grigio. Quelle iridi spente sono il mio sogno frequente.

La branda di legno è bruna di umori assorbiti in notti silenziose e tormentate, e l’aria è fetida, perennemente ammorbata dal puzzo di orina che sale dal cesso, e dall’odore di marcio che si espande da ogni cosa che, lentamente, degrada in questo carcere.

Talvolta la sogno, nel suo abito da sposa con la sua mano, coperta da un bianco guanto di raso, poggiata sul mio braccio che mi sorride dopo l’assenso davanti al prete poi, quando alzo il suo velo, mi guarda con quegli occhi di un verde spento da morta ammazzata e mi sveglio sudato.

Oggi fumo. Capita di rado, ma qualche volta tra i pacchi che ci mandano e che ci lasciano arrivare arriva anche una stecca di sigaretta o una scatola di tabacco.

Fa freddo e mi piace vedere il fumo che scivola piano fuori dalla finestra fino a incontrare la prima lama di vento che lo scompagina e scompiglia, sullo sfondo cirri di spuma si sollevano dal mare in tempesta, il vento gelido entra e mi gela la faccia. Bussano allo sportellino. E’ il pranzo.

Sono al buio già da diverse ore, ormai la notte è inoltrata e mi viene in mente mia madre.

Quel suo vestitino a fiori, liso come il suo sorriso quando mi viene a trovare e il suo sguardo dolente e vergognoso per quel figlio assassino. Mi parla con un filo di voce e quando va via incassa la testa tra le spalle come se la volesse far sparire come la tartaruga marina.

La tartaruga marina, l’ho vista una mattina dal finestrone dell’infermeria, avanzava affannosa sulla spiaggia poi, deposte le uova, è tornata al mare convinta di averle lasciate al sicuro. Appena è entrata in acqua, quattro cormorani hanno fatto scempio della sua discendenza, mi sono trovato a pensare, peccato che non essere una tartaruga.

E il vento è tornato a bussare alle mie finestre, grida il suo lamento modulato tutta la notte, il mattino ha un cielo azzurro limpido e sereno spazzato dal vento, non sopporto più il suo lamento.

Dopo tanti anni ho aumentato i privilegi, mi danno una zappa e mi fanno coltivare 10 metri di terra, ogni tanto un secondino mi passa due semi da piantare.

Mi chiama il caposezione, il secondino più alto in grado, faranno lavori di manutenzione, devo cambiare cella, lascio quella con il pino marittimo che ormai non è più verde ma è diventato uno spezzone secco di legno mangiato dalla salsedine e vado nell’ala nuova del carcere che hanno appena ristrutturato.

L’odore del cemento fresco e della pittura sanno di pulito e di novità, così come l’acciaio lucido e brunito della porta, nel bagno c’è la doccia e il superiore mi dice che siccome sono bravo il direttore mi ha concesso l’uso di un rasoio elettrico e uno specchio. Da quanto tempo non mi guardo nello specchio? Non lo so, gli anni si confondono, i visi, le persone ma quella faccia rugosa dello specchio io non la conosco. Sono vecchio?

R a p p o r t o d i e v e n t o

Alla cortese attenzione Egr. Giudice di sorveglianza

Si comunica che il giorno Venerdì 19 marzo, il detenuto: Cordelli Luigi, di 68 anni, da 40 detenuto nel carcere di Linosa, è morto probabilmente vittima di arresto cardiaco.

Al detenuto era stata comunicata la prossima scarcerazione per sconto di pena.

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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