ROCCO ROSA
L’estensione del territorio da esplorare a fini estrattivi ha avuto il merito di provocare una reazione di popolo nel vallo di Diano, al punto da avere immediata ripercussione a livello politico e a livello istituzionale. Non siamo ancora a Scanzano due, ma c’è da credere, dai primi segnali che si colgono, che , legge o non legge, non sarà vita facile , per le compagnie andare andare avanti. In Basilicata invece la società è bloccata , perché tutto gira intorno alla politica e ognuno aspetta che essa debba fare il primo passo. E quando parlo di politica parlo di un sistema che vede l’intreccio di diversi poteri, di diverse rappresentanze, di diversi interessi. Qui i ruoli si sono confusi e il blocco della conservazione riguarda le rappresentanze datoriali, i sindacati, oltre che un vasto blocco politico. Ognuno si salva l’anima facendo un comunicato, ma tutti ad aspettare che l’ordine di movimentarsi arrivi dall’alto, da un vertice istituzionale o da un partito che può raccogliere un minimo di gente. Quando vedo la Coldiretti dirsi preoccupata per azioni pre-estrattive che da sole possono compromettere una risorsa che è vitale non solo per l’uomo ma anche per l’economia, mi chiedo se questo è il grado di reazione giusta di una organizzazione che quando si è trattato di fatti meno gravi ha occupato la jonica con i suoi trattori, mobilitando diecimila persone. Oppure quando vedo Cigl ,Cisl e Uil starsene alla finestra per capire meglio se è il caso di apparire vicino a Pittella o vicino a Speranza, dico che la rottamazione dovrebbe farsi una capatina nei locali di sindacati bloccati dalla politica ( ivi compreso l’avvenire politico dei segretari), e che si guardano bene di smuovere il sistema dal basso. Ecco, con queste condizioni, Scanzano non ci potrà mai essere, perché la gente è stanca di queste manfrine, di questi giochetti da teatranti, di queste persone che da quando erano giovani hanno smesso di pensare al loro ruolo come una missione e ne hanno fatto un mestiere. Sull’acqua non si scherza, come dice un noto geologo. Ed è giusto che ognuno faccia la sua parte, senza aspettare segnali da altri ma andando, se è il caso, anche contro una Istituzione che non affronta ancora col dovuto piglio questa questione. Ci vuole un’azione, qualunque sia, che blocchi il trentativo di punzecchiare anche con una siringa i bacini imbriferi lucani. Uno lo abbiamo messo duramente a rischio. Gli altri non debbono in alcun modo essere toccati, perchè sono Santuari di vita.
Abbiamo preso dalla pagina FB del geologo Franco Ortolani un articolo, che da oggi sarà il nostro viatico giornalistico e culturale . Non bisogna essere di destra o di sinistra, schierati o non schierati, conservatori o progressisti, inquadrati nei partiti o alternativi, per difendere il futuro di questa regione e dei suoi figli.
L’acqua potabile è un bene comune insostituibile che deve essere tutelato a partire dai serbatoi naturali montuosi.A “monte” dell’acqua potabile che esce dai rubinetti, acqua che è un bene comune e non può essere privatizzato, esistono i serbatoi naturali che alimentano sorgenti e falde di acqua potabile.
Ora anche questi serbatoi naturali stanno correndo pericoli.
L’esempio più preoccupante è rappresentato dai Monti della Maddalena che alimentano oltre 4000 litri al secondo di acqua potabile.
Su questi rilievi che costituiscono un serbatoio naturale, un acquifero formato da rocce carbonatiche fratturate e carsificate con vari bacini chiusi endoreici che assorbono l’acqua attraverso inghiottitoi, ubicato tra il Vallo di Diano e la val d’Agri-valle del Melandro in Basilicata, lo stato ha perimetrato due aree nelle quali potrebbero essere autorizzate attività petrolifere.
Vi è una palese incompatibilità tra tutela dell’acqua potabile ed attività petrolifere su un
serbatoio naturale molto permeabile e facilmente inquinabile dagli idrocarburi liquidi.
Lo Stato ha sbagliato e deve annullare le due aree chiamate Monte Cavallo e Tardiano.
Problemi simili si pongono nell’acquifero compreso tra i Monti di Muro Lucano (in Basilicata dove è stato perimetrato il potenziale permesso Muro Lucano nel quale potrebbero essere autorizzate attività petrolifere) e la valle del Sele e del Tanagro in Campania che alimenta sorgenti captate per uso potabile nel salernitano e nei Monti Picentini (Permesso Nusco).
Come si vede sono in pericolo gli stessi serbatoi naturali che alimentano gli acquedotti.
Al fine di tutelare, in maniera insuperabile da eventuali interventi legislativi tipo sblocca Italia, ho proposto di istituire nel nostro territorio i “Santuari dell’ Acqua Potabile” comprendenti i vari serbatoi naturali che gratuitamente ci alimentano di acqua potabile.
Petrolio e acqua sono due beni comuni, due “prodigi” della natura!
Il primo: utile, potente, prevaricatore, corruttore, che ha contribuito allo sviluppo tecnologico, ancora non sostituibile; la seconda: umile, povera, delicata, ma insostituibile e indispensabile alla vita, ieri, oggi e domani!
Chi possiede e controlla il primo si sente padrone del mondo, comanda nel mondo, con le buone o con le cattive.
Chi possiede la seconda, ma non il primo, è comunque sotto il comando del primo.
Chi possiede il primo, senza la seconda non può vivere.
Ne discende che l’uomo saggio ha bisogno di entrambi i beni comuni e non deve creare conflitti e incompatibilità tra gli usi dei “prodigi della natura”.
Le attività petrolifere non devono e non possono causare l’inquinamento dell’acqua.
Gli uomini che privilegiano le attività petrolifere causando l’inquinamento delle risorse idriche non sono uomini saggi: sono predatori della natura che si ispirano a “Mors tua vita mea”.
Fonte Franco ortolani, pagina FB
Franco Ortolani, ordinario di geologia all’università Federico II di Napoli. Esperto di ciclo dei rifiuti, tecnico di riferimento dei Comitati antidiscarica, il docente è in pensione dal primo novembreNel 1976 vinse il premio Giorgio Dal Piaz per la migliore produzione geologica di quell’anno in Italia
