GENESI DELL’ARTIGIANATO LUCANO: LA MANODOPERA DI MONTAGNA

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LUCIO TUFANO

Strettamente legata all’economia agricola quando questa era l’economia fondamentale delle popolazioni di Basilicata, l’economia artigiana fu, si può dire, la stessa economia agricola. «Prevalentemente familiare e, soltanto eccezionalmente artigiana, la produzione manifatturiera provvedeva alle ordinarie necessità della popolazione nella quale, già dalla seconda metà del secolo XVIII, si erano manifestate le prime sostanziali differenziazioni sociali, ai bisogni dell’agricoltura ed all’attività trasformatrice dei relativi prodotti». Tali attrezzi venivano portati in giro nelle strade e nel mercato locale per venderli a chi ne aveva necessità.

Il contadino o il pastore si fabbricavano gli attrezzi indispensabili per le stalle o per la campagna e ciò accadeva nelle masserie dalle poche casupole o nei pagliai, ove non poteva assolutamente trovarsi l’artigiano capace di mantenersi con la sua attività di fabbricante di utensili rurali o pastorali, come: «le belle zampogne ed i bei fischietti di verdi ramoscelli di pioppo che, all’ombra, né lunghi vespri di luglio, là nel piano dè Foi, quando era tempo di carosa e c’erano i tosatori forestieri».

Non lontano dalle campagne o dalle masserie si trovava il paese ove l’artigiano poteva ben chiamarsi tale per il costante esercizio di uno o più mestieri. Vi erano il fabbro maniscalco, il calzolaio, il sartore, il vasaio, l’armaiolo, la tessitrice, il bottaio-falegname e carradore o sediaio, ed altri, che non aspettavano di vendere nei propri abituri, ma uscivano per procurarsi qualche guadagno.

«Alla produzione degli strumenti agricoli, ancora molto rudimentali, semplicissimi e primitivi, alle manifatture del legno, del ferro, del cuoio, dei vasellami provvedono, per i propri bisogni familiari, direttamente i contadini. Soltanto nei centri più progrediti pochi artigiani, alcuni dei quali, per sopperire alle necessità familiari, svolgono contemporaneamente più mestieri o alternano, a seconda delle stagioni, il lavoro del falegname con quello del muratore, del cardalana con quello del fabbro o del calzolaio».

Nei periodi in cui la terra non richiedeva la fatica del contadino, negli inverni rigidi e nevosi, questi si dedicava ad altri lavori per la manifattura di oggetti utili a sé ed alla famigliola, pertanto si industriava nella fabbricazione di rudimentali seggiole, di panche e di sgabelli per stare seduti attorno alla focagna, a volte anche la cuna e la cassapanca uscivano dalle sue inesperte mani, mobili grezzi, un po’ zoppicanti ma che concorrevano alla bisogna.

Notizie queste riportate nella «Statistica Murattiana del Regno di Napoli» che tratta della produzione artigiana strettamente collegata, specie nel periodo cui si riferisce l’inchiesta, alle necessità della vita agreste.

Naturalmente è da aggiungere che ad un robusto assetto formato dal ceto dei massari per le grandi difese dei pascoli per le mandrie e per i greggi, allevamenti insomma la cui industria prosperava, corrispondeva in maniera assai secondaria e complementare quello dei pastori, dei contadini e degli artigiani, i quali dallo stesso alveo socio-agricolo venivano molto lentamente distinguendosi sul tipo di prestazione e di opera, per il cambio di arnesi e derrate dagli stessi operato a mò di baratto o di compravendita.

Gli artigiani dei villaggi o dei paesini di montagna così come quelli di campagna, svolgevano l’attività in condizioni assai miserevoli ad eccezione di alcune zone dove l’agricoltura era più fiorente e quindi più progredite le attività collaterali: «gli uomini addetti alle manifatture di sarti, calzolari … ed altri ordigni caserecci … e necessari all’agricoltura … e per altri usi ed a ciascun genere di manifatture … travagliavano normalmente da prima di far giorno fino a notte in ciascuna stagione».

Più tardi si dirà che, quando questi finirono con l’assumere una propria dimensione produttiva e commerciale, «né molto favorevoli dovevano essere le cose per la classe degli artigiani e dei fondachieri, allorché vi era scarsezza di commercio, limitata richiesta di lavoro, quasi ignoranza di moda, e vedevasi per lo più nelle case la buona e solerte massaia intenta a tessere grossolane tele di lino e ruvido pannetto per comodo della propria famigliola»; più raramente su richiesta di altri.

L’artigianato lucano nel momento in cui consente una sua analisi è già diventato componente socio-produttiva del tessuto economico della Basilicata, pertanto non si può parlare di esso se non come attività strettamente collegata ed interdipendente dell’agricoltura e del commercio, allora ancora non frequentemente praticato come professione o organizzazione.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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