
MARCO CUCCARESE
Quando ci si vuole imporre come superpotenza, fondamentale è la reputazione ed il mito che aleggia dietro lo Stato stesso. A questi due elementi, in maniera particolare concorrono quelli che sono i fatti storici che hanno preceduto la condizione attuale dello Stato stesso. Non è un caso se gli Stati Uniti, riconosciuti generalmente come i salvatori e i vincitori della Seconda guerra mondiale, dopo quell’evento storico hanno rappresentato la più grande potenza mondiale. Così adesso, con il propagarsi dell’epidemia da coronavirus, le superpotenze mondiali, considerate tali o che ambiscono ad esserlo, agiscono in modo tale da rafforzare l’ideale mitologico che ruota intorno ad esse. Così possiamo leggere le azioni poste in essere dalla Cina. Dimostrarsi agli occhi del mondo come nazione da prendere come modello per sconfiggere la pandemia, distribuire aiuti (non si sa se in forma gratuita o mediante contratti commerciali) inviando materiale sanitario e medici esperti, accresce la reputazione della repubblica popolare cinese e il mito che veleggia intorno ad essa. La Cina vuole uscire quindi da questa crisi mondiale di emergenza sanitaria come la potenza vincitrice, così da legittimare agli occhi del mondo la sua evidente potenza economica e sedersi finalmente ai tavoli più importanti delle trattative mondiali con un peso maggiore. È stata inoltre inizialmente descritta come la “causa” di questa diffusione del virus, per cui azioni si rendono necessarie per riacquistare la fiducia dei mercati e ricominciare a distribuire in tutto il mondo i suoi prodotti della manifattura. Ecco così spiegato l’eccezionale ed eccellente dinamismo cinese in questa lotta alla pandemia. Inoltre, da sottolineare il percorso che la Cina sta compiendo verso la legittimazione della repubblica popolare, che si dovrà chiudere nel 2049. Percorso che richiede piena legittimazione del governo da parte del suo popolo, ultimamente mostratosi in disaccordo dopo l’iniziale gestione dell’emergenza.
Le iniziali non decisioni prese dalla presidenza degli Stati Uniti, il nazionalista e populista Donald Trump, per contrastare la diffusione del virus hanno aiutato la Cina a dimostrare il suo immenso potere. Le tardive misure prese per contrastare la diffusione del virus da parte di Trump, cambiando completamente quindi opinione sulla pericolosità dello stesso possono essere lette come la risposta americana alla voglia cinese di legittimarsi come prima potenza mondiale. Da qui l’annuncio in pompa magna di stanziamenti ultramiliardari alla lotta al virus e l’idea di aiutare anche altre nazioni. Allo stesso modo può essere letta l’esercitazione americana, seppur poi nei fatti svoltasi in maniera drasticamente ridotta e quasi nulla, in terra europea “Defender Europe 2020”, per ricordare a tutti, in particolare la Russia, che l’Europa è sempre sotto il controllo militare statunitense. Da ricordare che le elezioni negli USA sono in prossimità e la storia insegna che la gestione di questione emergenziali spesso rafforza la leadership di chi gestisce tale emergenza. Se Trump dovesse quindi gestire nel migliore dei modi l’emergenza, potrebbe avere una grande legittimazione popolare che potrebbe assicuragli la riconferma alla presidenza. La gestione ottimale dell’emergenza però, in particolare la gestione economica post crisi sanitaria, richiede misure di confronto, collaborazione ed apertura verso altri Stati che potrebbe però in un certo senso delegittimare quelle che sono gli ideali politici che hanno portato Trump alla ribalta (si pensi ai dazi), con il rischio di perdere consenso tra i suoi più fidati ma guadagnare la fiducia dei moderati. Potrebbe questo virus segnare un punto di viraggio della politica di Trump? Abbandonerà la sua linea politica sovranista e nazionalista?
Passando all’Europa, la crisi di emergenza sanitaria ha chiaramente mostrato come le decisioni in ambito europeo, contrariamente a come tutti pensano e come i partiti antieuropeisti vogliono far credere, non hanno una cabina di regia univoca e centrale che risponde alle istituzioni elettive europee o in qualche modo legittimate da elezioni. Questa emergenza ha evidenziato come l’Europa sia ancora un’entità quasi fantasma, con margini di manovra limitati, ostaggio delle decisioni che gli Stati centrali credono siano più opportune. Ovviamente la mancanza di una vera identità europea, comporta che ogni nazione prova a fare i propri interessi. È giunto il momento di cambiare approccio se vogliamo che la “vera” Europa inizi ad esistere e sia quello che i padri fondatori immaginavano. Il Parlamento Europeo e la Commissione Europea non devono essere ostaggio delle dichiarazioni dei singoli Stati e dei “veti” che alcuni di essi pongono mediante il Consiglio Europeo, ma decidere in maniera indipendente per il bene dei cittadini europei. Il virus con il quale stiamo lottando potrebbe essere il nemico comune da combattere che potrebbe creare una vera identità e cultura europea e segnare questo passaggio storico di “potere”. Una fratellanza europea che storicamente non può che mancare, pensando al fatto che l’Europa stessa sia nata dal progetto americano di contrasto e controllo delle mire politiche della Germania e di volontà di espansione verso occidente della Russia, e non come reazione del popolo europeo stesso, può adesso sorgere. Il problema che non può più essere quindi rimandato è quello di attribuire all’Unione la competenza fiscale, per spezzare la logica che concentra il potere nelle mani del Consiglio Europeo, composto dai capi di stato o governo nazionali, presidente del Consiglio Europeo e presidente della Commissione Europea. Questo passaggio complicato, che si augurano i movimenti federalisti europei, si rende necessario però per parlare di vera Europa, in cui una regia centrale si muova nell’interesse di tutti i cittadini e tutta l’unione. In caso contrario la situazione non potrà essere tanto differente da quella a cui siamo abituati e il rischio di una scissione dei paesi europei, diventa una possibilità.
Per concludere, di particolare rilevanza è la situazione che si sta delineando nelle regioni meridionali del globo. È chiaro che quando la pandemia arriverà nei paesi africani, aiuti da parte dei paesi ricchi saranno necessari per il contrasto della diffusione della stessa, in nome della giustizia sociale ormai messa in evidenza negli ultimi anni e alimentata dalle attenzioni mediatiche di lotta per la giustizia ambientale. Ancora più interessante e preoccupante è però lo scenario che si sta delineando nell’America latina, in particolare in Brasile, dove la posizione negazionista e irresponsabile di Bolsonaro, rischia di causare un colpo di stato. Il caso brasiliano dimostra come ordini di riapertura, contro la volontà di governatori locali e cittadini, che si sentono insicuri di poter tornare a lavorare, possa generare una reazione a catena di conseguenze imprevedibili. Questi eventi, per la prima volta dopo le elezioni, hanno fatto superare nei consensi il ministro Mandetta su Bolsonaro, a dimostrazione di quanto detto prima che le situazioni di emergenza possono rafforzare la leadership, ma solo se ben gestite. Questa vicenda potrebbe quindi segnare un punto di svolta per la politica brasiliana, con un possibile cambio di governo, che si spera ovviamente, se dovesse avvenire, si attui in maniera legittima. In qualche modo l’amico Trump proverà ad influenzare le sorti del governo brasiliano? Gli enti e le organizzazioni che invece vedono in Bolsonaro una minaccia per la stabilità mondiale, faranno in qualche modo pressione per un cambio di governo? Dalla rapida analisi geopolitica attuale, si evince come l’emergenza sanitaria mondiale ha innescato una serie di processi dagli esiti incerti, non ci resterà che osservare con occhi vigili e vedere cosa accadrà.
Di seguito, alcuni link delle notizie principali dal mondo legate alle dinamiche avviate dall’emergenza sanitaria:
https://formiche.net/2020/03/defender-europe-esercitazioni-annullate/
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