
LUCIO TUFANO
La lealtà del Sarakè è sconcertante. Quando gioca con i compagni non s’azzarda mai di barare, perciò ripete il rito del capello strappato dalla testa e con un soffio disperso nell’aria, recitando, subito dopo, “addù è giù ù pele? Indu mare. Si po’ piglià?”, chiede ai compagni vincolati da un patto. “No!” Rispondono quelli in coro. E quando vuole far valere le sue ragioni: chi scola? Tutti i santi!, rispondono ancora i compagni, pronti a riprendere con più lena il gioco. Quando poi crede di aver subìto un torto, per far valere le sue ragioni, inveisce gridando la frase “la Maronna è di vendetta”.
Bravissimo nel “tocco” e nella “morra”, in grado di assumere con rassegnazione tutte le parti, da quello di “sotto”, a quello di “femmna prena”, con il doloroso guaiolare per impietosire il “padrone” che gli dovrebbe porgere un residuo di bicchiere, a quello di “olmo secco” se viene escluso da tutte le sorsate, al punto che gli spuntano le lagrime.
Partecipa esilarante alla “festa de mast’Andrea” ed è sempre disponibile. Minaccia il compagno con il quale sta per avere un alterco: “Vuò aurgià!!”, ossia: “Vuoi raccogliere l’orzo?”. Li sfida con la frase minacciosa: “M’a fai a mmi?”, ostentando il braccio scheletrico e tentando di toccare il naso dell’avversario. I compagni gli mostrano “la patata”, il gonfiore che forma il muscolo dell’avambraccio irrigidito quando si rendono turgidi i muscoli, come i tacchini in procinto di azzuffarsi. “U fasule” invece è il nodulo che appare sul braccio, dopo che gli si imprime un colpo secco con il taglio della mano. Il loro grido di fuga è “ghit mutanda!”.
Bisogna pur dire che Sarakè non si scocchia mai con i compagni, qualsiasi scherzo o beffa gli possano tendere.
I suoi giochi da ragazzo? La mazza e “u pizche”, lo “scrummolo”, con i compagni che possiedono la “pattinella” costruita con i pezzi di tavole e con i cuscinetti come ruote, legate da un bullone e da chiodi, la “lingua di Menelik”, tubetto di carta colorata con fiocco finale, che si arrotola o si srotola a seconda che si soffi nel sonetto iniziale, se ne ricava un suono dispettoso come una pernacchia, la “palla di pezza” che viene di solito sequestrata dal vigile più severo ed arcigno. Sarakè piange e sbraita per l’ingiustizia subita. Ma lui è sempre Sarakè, tant’è che è alla testa di una “braculama”, frotta di pizzaculi uniti per via di brache e sederi, di “cacchio e cucchiaio”, formicoloni, sottopopolame, brulicame di “stuppagliuse”. Il suo randagismo culmina, d’estate, lungo le siepi di Montereale, o della via Mazzini, sotto la villa del Prefetto, dove fa incetta di “bisciulini e rattaculi”, quelli più rossi e maturi, anche se danno prurito insopportabile. In autunno si riempe le tasche di “brignuoli” o “atrigne”, drupe dolciastre come acini d’uva.
Poi v’è il loggione del teatro, per raggiungere il quale aspetta con gli altri che don Peppe, con le mani concave, raccolga le nikel per consentire la scalata su di una scala di legno, a chiocciola lunga e tortuosa, che porta alla piccionaia; una volta raggiunta la sommità dove regna un tanfo di urina e di chiuso e dove si sparano sputi, nuzzle e scorze di mennle, sui poveri spettatori della platea, si assiste alla proiezione dei films. Tra le ringhiere e le gradinate della città al grido di wagliò, wagliò, battu ù cule a zambagliò, scatta una corsa improvvisa al grido: alla muta, alla muta, chi è l’utme è nu curnùte!. La festa con la corsa dei muli per via Meridionale lo esalta, e la sfilata dei turchi lo fa letteralmente impazzire. Non manca mai tra le bancarelle ed i bibitari, per guadagnare una tasca di semi di zucca o di noccioline, e qualche fetta di cocomero nelle serate d’estate, in occasione della festa di San Rocco.
I monelli che lo incontrano lo chiamano con vari epiteti: Sarakè, Sarachedda, Sarchiapone, Sarràca e Sarachizz, ma lui non dà alcun motivo di scontento, anzi cerca di scherzare con loro facendoli ridere, specie quando il soprannome Sarràca è motivato dal fatto che, avendo bevuto più del dovuto, s’arraca tenendosi appena in piedi sulle gambe malferme.
Da stolto impenitente e da nomade della città, durante le terribili giornate di gennaio, è alla ricerca di un po’ di tepore; spesso si rannicchia, con la testa e le spalle sulla grata del forno municipale che funge da ventola per il ricambio dell’aria; da quell’oblò egli riceve calore, fragranza di pane appena sfornato, e si assopisce, difatti si addormenta stendendo le gambe in balia della morbida neve, che gli funge da coperta.
Nel gironzolare per la Pretoria rimane assorto davanti al salone di Peppino Misuriello, che sbarba borghesi, onorevoli ed avvocati o a quello di Mario Lo scalzo, dove si sbarbano i politici e i gerarchi del Regime. Più frequentemente sosta dinanzi al salone di Pergola in cui incessante è il lavoro di pennello e forbici, fino a mezzanotte per servire impiegati, pittori e trainieri.
Spesso qualche giovinastro o faccendiere lo incastra con un’accusa banale: “chi ha appicciate la funtana? Si sta tu?” Sarakè si giustifica allibito come se quello fosse un reato possibile. “No! Nun so stà io!”, si schernisce. Poi rendendosi conto, da stolto ad un tratto rinsavito, ride e scappa, battendosi la mano sulla natica destra, aritmicamente, come fanno i mulattieri quando cavalcano i cavalli per lanciarli al galoppo, tuffandosi nelle scorribande dei vagabondi, per giocare ad “acchiupplasconn” a “uno monta la luna”, con “nuzzoli e turturedd” o a “tozza muro” con un soldo o con due soldi di rame.
Lo si nota durante le canicole, saltare sugli spruzzi d’acqua delle pompe dei netturbini, quando lavano la piazzetta dove si è tenuto il mercato.
Ma la cosa più crudele è il gioco de “la vecchia”, dove il povero Sarakè viene afferrato ed imbottito di erbacce come un fantoccio. L’erba viene ficcata negli indumenti. Questo è l’affronto peggiore che fa piangere a dirotto chiunque lo subisca. Ed è un’emulazione della vecchia bruciata in piazza come “untrice” mentre infieriva il colera. Sarakè è insomma un saltimbanco, un giocoliere, uno stranissimo cerimoniere che festeggia le rarissime gioie delle stagioni.