I PARENTI LUCANI DI UNA VOLTA

0

Dott.ssa Margherita Marzario

Gli antenati, un gran bell’esempio del coniugare l’essere e l’esserci, quando l’esistenza era tutta una resilienza (che non si sapeva cosa fosse). A cominciare dal capostipite, il bisnonno materno Giuseppe di cui ogni racconto ha qualcosa di mitico: me lo immagino davvero come un uomo che non doveva chiedere mai perché era eloquente già nell’aspetto, baffuto e austero, uno dei pochi alfabetizzati del paese nella sua era, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, e con una piccola biblioteca davvero invidiabile.

Uno dei suoi figli, mio nonno materno Antonio: antesignano, pioniere, controcorrente in molti settori. In un’epoca in cui si andava sull’asinello, lui comprò la moto, la prima, una Laverda usata, andata a comprare all’avventura, lontano dal paese e con un suo amico altrettanto intraprendente, quando ancora non la sapeva guidare perché era abituato solo alla bicicletta. Per tornare al paese mio nonno guidò la moto tenendo il manubrio e l’amico, seduto dietro, cambiava le marce dal pedale, in un’allegra accoppiata come Totò e Peppino De Filippo. Mio nonno con la moto andava in campagna e su di essa mi portava davanti alle sue gambe, da bimbetta, per andare a casa sua e, poi, da ragazzina dietro sul sellino in un periodo in cui non ci si preoccupava per la sicurezza perché la sicurezza la sentivo in lui che me la dava in ogni circostanza. Quando regnavano analfabetismo e bigottismo, lui s’interrogava su ogni cosa. Credeva nella tradizione e nella trasmissione della cultura, di ogni cultura, per cui tra i suoi libri vi erano “I promessi sposi” ma anche manuali sulla potatura o su altre pratiche agricole. Ha scioperato quando ancora non era tutelato il diritto allo sciopero. Ogni volta che andava nel capoluogo di provincia comprava qualche oggetto scolastico per me e i miei fratelli o altro che stimolasse la nostra curiosità e manualità. Indimenticabile quando, una domenica sul finire degli anni ’70, mi diede i soldi per comprare i biglietti per me e i miei fratelli per la visione di “La meravigliosa favola di Biancaneve” (film con attori in carne e ossa girato in Turchia, guarda caso, nell’anno della mia nascita, il 1970) nel piccolo cinema del paese con le scomode e tipiche sedie in legno, ma non così scomode per sognare ad occhi aperti davanti ad uno schermo che faceva sembrare tutto gigante e magico. Nonostante le brutture della seconda guerra mondiale e dei tempi successivi, apprezzava e diffondeva cose belle, dai fiori alla musica, che ha cercato di trasfondermi ma pur non riuscendo, come capacità di suonare uno strumento (precisamente la fisarmonica), ci è riuscito come passione per l’arte musicale e ogni arte della vita. Come la nonnità è un’arte della vita per i nonni che riescono a esprimerla e viverla e per i nipoti che riescono a coglierla e tesaurizzarla!

Sabato santo, giorno del silenzio. Quel silenzio che ti dà tutto il tempo e lo spazio per sondare e scendere nella tua memoria. E ti ricordi di decenni fa, quando tuo nonno paterno, Vincenzo, che, pur se colpito da emiplegia, era solito salire (aiutato da mio padre) i tanti gradini per affacciarsi al tuo terrazzo pur di veder passare la processione del sabato santo diretta al Calvario. E dietro lo seguiva sempre tua nonna Grazia (lo stesso nome di mia madre) che richiamava tanto quella Madonna Addolorata che veniva portata in processione, per il suo silenzio e per quante ne aveva passate, tra cui figli morti in tenera età (dopo averli tirati su con tanti sacrifici di cui, allora, nessuno si lamentava). E, poi, ci si ritrovava tutti a mangiare un semplice brodino come voleva la tradizione. Silenzio, quell’essenza che ci vuole per riscoprire la sacralità della vita e di chi è già stato nella nostra vita.

Come il silenzio e i sibili dell’inverno che, per me, a Salandra rappresentava il calore dell’accoglienza di mia nonna o di altre situazioni che non ci sono più. Nonna: la persona che chiamavi, da piccola, quando non riuscivi a prendere sonno; la persona che pensi, ricordi, invochi, da adulta, quando non riesci a prendere serenità.

Poi c’era lui, chiamato da tutti Pinuccio: sulla carta un procugino, nella realtà un cugino, un parente, un familiare, la famiglia, perché prima era così, si viveva così, ci si sentiva così. Nipote di mio nonno, aveva tratti somatici e caratteriali a lui simili, passioni in comune (tra cui la Vespa e lavori manuali) e a mio nonno sicuramente ricordava quel figlio con lo stesso nome che gli era venuto a mancare precocemente (e che, un giorno, trovò morto al suo ritorno dalla campagna). Camionista, ogni volta che tornava dalle sue trasferte, i souvenir per la sua cara famiglia e gli aneddoti che raccontava diventavano transfert di risate ed emozioni. Si viveva muro a muro e quel muro non era una barriera ma diventava un mezzo di comunicazione: quando si battevano uno o più colpi ci si affacciava sul balcone per dirsi quello che si aveva da dire, tra cui il dover venire a rispondere al telefono che non era ancora presente in tutte le case. Bastava un pugno di farina che diventava un invito a cena a base di tagliolini e lenticchie, in particolare il giovedì sera per seguire insieme il quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno. Anche la sera del 31 dicembre era sufficiente preparare insieme qualcosa, con il vero spirito di condivisione e l’autenticità del rapporto di parentela e di vicinato, per aspettare in piacevole compagnia e in tutta semplicità il nuovo anno. Altro che lauto e costoso cenone programmato o prenotato! E così tanti momenti vissuti in un’unica famiglia, allargata nel più bel senso della parola, fin quando la fugacità della vita l’ha portato via prima del suo tempo ma non ha portato via tutto quello che lui ha lasciato, fatto, dato, segnato!

Infine, ma non per ultimo, un mio caro coetaneo, Giuseppe, amato nipote di Pinuccio, parente (senza bisogno di aggiungere aggettivi, perché i parenti o li senti tali o sono solo nomi accidentali che ti capitano nella vita, ma si sa e ci si conosce poco o niente reciprocamente), vicino di casa durante l’infanzia, compagno di scuola media, compagno di memorabili scampagnate tra familiari, in particolare alla festa della Madonna del Monte, l’ultima domenica di maggio… La vita lo ha strappato come un fiore dal prato verdeggiante, forse per farlo rimanere per sempre giovane, fresco, sorridente di un sorriso aperto e indelebile, appassionato in tutto quello che faceva (dalle partite di tennis ai progetti imprenditoriali) e così rimane sicuramente nella mente e nel cuore di coloro che gli hanno voluto bene e gli vogliono bene.

Ricordare coloro che non ci sono più: farli rivivere in noi, farli rimanere in noi lungo i rivoli delle lacrime anche invisibili e soprattutto nel rispetto di quello che hanno fatto e consegnato ai posteri in una terra che ha pianto tanti figli e, al tempo stesso, fatto andare via con sofferenza tanti figli.

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

Rispondi