Quanto si colleghi all’abbondanza, ogni stato d’animo ed ogni attività di gioiosa bagarre, lo attesta anche Peter Burke quando rinviene nell’immaginario contadino la metafora dell’abbondanza come carnevale permanente. Ma anche stando alle varie fonti del “paese di cuccagna”, esso viene concepito come un luogo ove i paradisi alimentari si accompagnano ad un gaudio senza limiti. Una utopia alimentata da fantasiosi viaggi verso paesi di sogno alla quale hanno lavorato Tommaso Moro in Utopia del 1516, Tommaso Campanella in La città del sole del 1623, Francesco Bacone in La nuova Atlantide del 1627, Honorè d’Urfè in L’Astrùèe (1607-28), Kospar Stiblin in L’Abbazia di Théléme e Lo stato di Endemonia del 1553, Filarete in La Sforzina nella metà del secolo XV, Antonio Doni in Città solare del 1552, Valentin Andreal, luterano in Cristianopoli all’inizio del Seicento …
Una delirante peregrinazione attraverso città e paesi esistenti solo nell’immaginazione fervida di filosofi e poeti, città governate con regole e leggi diverse da quelle che regolano il mondo reale, un instancabile modo di viaggiare per Santuari, luoghi di culto, residenze miracolose, incontro a taumaturgie e cibarie. Posti e località ove la pace e l’abbondanza fossero a portata di mano, e dove vi fosse grande distribuzione di “pane santo”.
Vi sono stati tempi in cui i poveri erano una sorta di larve pigre, nel coma dell’arrendevolezza, nell’ambiente in cui non avevano proprio nulla da fare, “disancorati, dal tempo della fatica, dal rischio del futuro e dalla paura della storia”, in un universo onirico, ove le leggi della meccanica e della fisica non avevano più senso, i maccheroni, pioggia commestibile, cadevano dal cielo, la terra, non lavorata, produceva cibi precotti, gli alberi non davano gemme e foglie, bensì prosciutti e vestiti, gli animali, carnefici di se stessi, si arrostivano spontaneamente per le pance degli uomini.
“Abolita la fatica, sospeso il tempo, bloccata la fatale vecchiaia dalle fontane di giovinezza, trionfanti le donne nel loro fulgore corporale, sui mariti cavalcati e sottomessi”[1].
Un tempo si parlava di cuccagna, come banchetto di massa popolare, come gioiosa orgia e bombance contadine, rito della tavola aperta a tutti, le irrazionali ed inspiegate cornucopie di cibi e bevande riversate sulle tavole di chiassosi e ciarlatani beoni, dalle pance obese e capienti come otri. Era il mito plebeo e cafone di un Bertoldo o di un Trimalcione contadini, il ritorno del “ciddaro” nelle feste patronali e del carnevale, l’ebbro girovagare tra peperoni ripieni ed anguille fritte, baccalà bollito con cipolle e patate, abbondanza di pane e friselle da inzuppare in pentoloni di minestra con midolli, galletti ripieni e selvaggina arrotolata.
Cuccagna era il paese, l’incontro, il santuario, il traguardo, l’estuario del vino e del brodo, il punto convenzionale, il quale rappresentava la fine di un trafelato cammino di giorni e di notti da poveri pellegrini, gli affamati che provenivano dai paesi e dalle piazze.
“Il gioco di cuccagna che mai si perde e sempre si guadagna”: il mito, lontano, irraggiungibile, introvabile, perduto fra i rosei veli del sogno e delle favole. Un paese sognato, desiderato, custodito nelle illusioni dei poveri, scaturito, come ancestrale anelito, dal ricordo biblico del giardino dell’Eden o da quell’ansia innata negli individui che tendono al raggiungimento di una mèta ultima, del riposo beato, dell’acquietamento degli affanni e delle tribolazioni, della felicità.
È sempre stata l’idea fissa dell’umanità, l’obiettivo fondamentale, il traguardo, il perseguimento della fase estrema, della estasi e del godimento, l’Ebro, il Gorotman, il Sole o Sirio, l’Hanan-Pascià, il Valalla, il Paradiso dei musulmani o dei cristiani. È forse un sito moderno quello dei balocchi collodiano, luogo di divertimenti e di gaia spensieratezza, di beata bellezza, la soddisfazione di ogni brama sia come materialità delle passioni come isole degli ammutinati del Bounty, sia nella spiritualità della perfezione sublime come il Paradiso dei cristiani, la grazia divina … «Un paese non fuori della vita e del mondo, ma vivo, reale, dai tetti e dai templi d’oro, senza ordinamenti di leggi, di commerci e d’industrie pei valori materiali della sussistenza, colmo di ozi beati, di ridente ed immutabile primavera[2]».
Era la terra dei lotofagi di Omero, quella del Luilekkerland degli olandesi, quella dello Shlaraffenland dei tedeschi, l’Eldorado degli spagnoli.
Gli indiani hanno raccontato di una terra, posta a levante dei loro territori, nel sud dell’America, dalle montagne di oro, tetti e templi e sabbie d’oro, come quella descritta da Marco Polo, la favolosa Cipango.
«D’oro lucevano le porte, gli attrezzi, gli oggetti, l’armi; d’oro splendeva l’aria; e v’erano, nella terra, tutte le dovizie della natura; spezie e cannella ed erbe aromatiche e piante da fiore e da frutto lussureggianti». Su tali imprecisi indizi partì Gonzales Bizzarro, governante di Quito, con trecentocinquanta spagnoli e quattromila indiani per la conquista dell’El-dorado, con Manoa capitale, vicino al lago Parima.
Lasagna, magagna, campagna, montagna, dove si magna, cuccagna, alè magna …
Aspettative del rito, nevrosi, desiderio di mangiare, fretta, frenesia, brama del deglutire; narici, mani, mandibole perennemente impegnate nella fatica del macinare: il ruminante, ruzzante, ruspante, rutilante, razzolante, riluttante, satisfacente per chi riesce ad aggrapparsi al cerchio finale, la cima, la sommità del levigato, oleoso, scivoloso palo-cuccagna:
pecori, vacchi, gran porci e vitelli,
ove, galline, gallucci e piccioni,
pignati, piatti, salere e scutelle,
salcicce cotte, pasticci e pastuni,
e lu vinu si vende a caratelli.
Vanità da primato, maniera spaccona di ingerire, primato del trangugiare, impresa ardua da compiere, pratica avvezza, epos vittorioso e trionfale. Ecco i mangiatori di dieci pani e cinquanta focacce, scolatori di dieci o venti bottiglie, campioni della “spanata”, della “spasa”, della sgranata, celebratori del mito famelico, del rito metafisico, del “tre giri attorno a san Vito”, scaramanzia per gli amici e per chi loro offre da mangiare con tavole imbandite e otri capienti e colmi di vino, detentori del fatidico “solitario” tenia solium, emblema scolpito sugli scudi, sulle posate, sui piatti e sul vasellame, sul gonfalone e sullo stemma dei grandissimi mangiatori, visconti re e marchesi della tavola.
Se indaghiamo sulla natura del lusso per ciò che riguarda le fasi, l’abitudine, il gusto delle vivande, di come si allestivano le mense con piatti e bicchieri, troviamo che è sfuggente, molteplice, contraddittorio, ha aspetti ed immagini diversi per ogni epoca, per ogni paese. Lusso come generi furono lo zucchero nel ‘500 e le spezie fino al ‘600, il brodo di tartaruga nel ‘700. «È un gioco in cui abbondano futili, pretese, capricci ma, come sostiene Fernand Brandel, non è solo vanità e rarità: è successo, è fascino sacrale. È il sogno che i poveri un giorno realizzeranno».
«Le spezie hanno il fascino dell’Oriente e la magia dei Tropici, ricercate in funzione della loro rarità e del loro prestigio più che per la capacità di un nutrimento o per il loro interesse organolettico, lo zucchero della canna eredita dal miele l’aura della fecondità e della ricchezza».
“Si pensi alle straordinarie architetture di zucchero filato e colorato che ornavano le tavole dei nobili banchetti, segno della ricchezza e del prestigio dell’ospite, e che nel 1736 figura, accanto alle pietre preziose, nella lista dei regali di nozze alla futura regina d’Ungheria, Maria Teresa”.
«Lo zucchero, assimilato in Europa alle spezie, era usato come medicinale (come derrata di lusso), aveva un ulteriore fascino che gli derivava dalla sua metamorfosi alcolica, in bevande inebrianti …, con simile valore di sacralità, con inquietudine, il pomodoro, in sospetto di afrodisiaco, veniva associato alla manodopera, e il cacao, afrodisiaco, alla cannella ed alla vaniglia[3]».
Se la sporcizia ha il sapore dell’unto, del condimento grasso, del lardo gustoso e rinfrescante, del prosciutto paesano, del formaggio muschiato, timido di nero e di sporco, di vino e aceto spalmato sulla corteccia, se i maccheroni al ragù imbrattavano stoviglie, piatti, tavola e muso, ‘Isucc’ era il simbolo di condimenti e pietanze copiose di sughi densi e di braciole fritte nell’olio bollente, di polli ripieni di cacio e uova, già ruspanti, di cotiche in gelatina e di salsicce sudorose, di notevoli caccavi di ditali e fagioli; di lagane e ceci, di strascinati unti e succosi, di trippe piazzaiolate, di conigli alla cacciatora e di gallucci alla diavola.
Simboli e rappresentazioni non più della quantità o della abbondanza, bensì del gusto e della qualità oggi si ripropongono in alcuni ristoranti, ancora fieri portatori di antichi stemmi e di blasoni.
[1] piero camporesi, Il pane selvaggio.
[1] La scena illustrata, 1931-1932.
[1] La gola, sett. 91. “La natura del lusso”, di Eleonora Fiorani.