IL FLORICIDIO DI ORESTE

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lucio-tufano“Poeti di Limoni”, raccolta rinfrescante di Oreste Lopomo
 
“Caro Oreste, consentimi di ironizzare della tua ironia.
Una trattazione di sintesi tra versi e metafore, colti dalla lettura dei classici, come dice Cardone, Apollinaire, Montale, Marinetti, Campana … e anche da Riviello. È la lingua di Menelik, questo forse avrebbe potuto essere il titolo di questi scherzi lirici a sorpresa, che s’interrompono proprio quando sembrano allungarsi. Una lettura per gioco, a dispetto, proprio come il giocattolo a fischietto legato ad un tubo di carta arrotolato, che si svolge allungandosi ogni volta che vi si soffia, per accorciarsi e chiudersi, riarrotolandosi istantaneamente. È questa la lirica buffa o è l’antipoesia? È il floricidio di tutte le espressioni floreali pensate nella poesia dell’ultimo ‘900?
È Oreste, l’inviato Rai, ikl caporedattore, il cronista Tv, che dalle centinaia di episodi, dalla sua esperienza, ricava questa ironia globale e telegrafica, gnomica o sentenziosa, di monito o di derisione …
Una sorta di neorealismo espresso attraverso i residui della cronaca bianca, nera o rosa, i materiali limati che Oreste usa nelle sue composizioni-messaggio, nella sua poetica alla Focilide, il lirico greco a carattere gnomico o sentenzioso.
Nel punto in cui ci si accinge alla piacevole fatica di leggere le poesie di Oreste, si incontra un avvertimento posto sul frontespizio del libro: “Ho il sospetto che senza qualche sottofondo comico oggi non è possibile scrivere genuini versi seri” – W. H. Auden.
Il vento non può più leggere: “è proibito calpestare le aiuole”. Il vento non sa leggere! Questi i canoni dell’antipoesia. È forse il rancore, la volontà disfattiva di calpestare i fiori, di guastare i campicelli coltivati con tanta cura e tanto sentimento, i fiori, emblema del nostro decadente gusto letterario, di quel romantico sentire sin dalle liriche patriottarde, a quella degli anni ’30 e dopo, a quelle del dopoguerra, dai petali del loto a I colori dell’ansia, da L’anima del liuto di Federico Gavioli, di Emilio Gallicchio a Osvaldo Tagliavini, alla Malvarosa di Mario Trufelli, al Giallo d’argilla e di ginestre di Giulio Stolfi, al Vento che menava l’uva spina di Bernardo panella, a Margherite e rosolacci, e a L’uva puttanella …
Un florilegio dunque che non poteva non riguardare anche questo splendido “limone” dal colore e dal profumo mediterranei, così diffusi e così presenti nelle romantiche visioni olfattive dei poeti viaggiatori.
Ma a differenza del vento, Oreste, proprio per aver letto tanta poesia, ha finalmente deciso di scrivere poesia senza l’aiuto dei limoni.
Nell’antilirica di Oreste il “non amato”, il sentimento stroncato dalla battuta, la metafore e la frase a metà …, il “quasi”, sono i motivi preferiti, la stessa tecnica si uniforma a quella studiata e programmata “intelligenti panca”, la allusione, il sottinteso … sono i motivi preferiti. La tecnica così uniforma a quella voluta espressibilità dell’alfabetare quasi Morse, la voluta contradictio, la coincidentia oppositorum … Neppure l’ironia gozzaniana così perversa di languore per la signorita Felicita, oscillante tra il poetico e lo scherzoso nel profumo di violette e di thè al limone, le fragole e i mirtilli, quando la chincaglieria bizantina inondava il commercio e i gusti con i prodotti aziendali e i cascami del Liberty … le buone cosa di pessimo gusto.
L’ironia che non raggiunge il pessimismo e la maledizione di Baudelaire, le antiche musiche e le maschere di Verlaine. E perché no! Egli potrebbe, nella iperbole ironica, ricollegarsi ad altri poeti della tradizione romantica, oltre a quelli già citati nella prefazione, quelli del “mal sottile”, che ebbero fortuna per secoli: Catullo, Tibullo, Lamartine, Stecchetti, Pasolini con la ecatombe delle lucciole, a tutta quella lirica febbricitante che consuma un suo suggestivo profumo di rose sfiorite e di gardenie, di tuberose, di gerani e di lillà, di bergamotto e di limoni, di svenevole botanica (flora) pseudo tropicale.
Ironia dunque, come esponentismo o esibizione, ironia come alibi, rispetto ad una esigenza autentica del fare poesia, come la sua prima raccolta: “La luna e i rami d’ulivo”. È proprio il caso di riprendere quella vecchia frase della pubblicità televisiva: “C’è Gigi? E la cremeria? No! C’è Oreste e la eresia, cioè l’antipoesia.
Egli appartiene alla nuova era, il divo radiotelevisivo che ben ha diritto di succedere al trufellismo e pertanto ne demolisce i petali, il gambo e la corolla.
Oreste fa bene a ripudiare i gobbi della poesia tradizionale, quella dei poeti, gli emaciati, sgorbi, i non goduti-gaudenti, i pitocchi del vulgo sciocco … fa bene a centellinare quel poco di vita luminosa telegenica, rispetto ai tanti altri storiografi e scrittori che dovettero assuefarsi alle penombre dell’anonimato, ingerendo gli acari dei vecchi testi d’archivio. In lui i meccanismi di recupero delle produzioni verbali sono in moto per un mercato ampio che va dagli slogan pubblicitari, alle frasi ricorrenti, ai pezzi d’agenzia, ai telegiornali, alle conferenze, alle presentazioni di scrittori e alle recensioni d’arte, alla descrittiva degli eventi di cronaca.
È certo che: l’industria della parola non conosce ostacoli, la sua catena di montaggio è in piena efficienza.
La poesia, che è la parte più pregiata dell’elaborato linguistico, risente di questa superproduzione al punto da subirne una forte recessione.
Nella riscoperta del nuovo manufatto linguistico, un revival di frasi anche popolari, portatrici di significati diversi oggi rispetto al contesto del quale facevano parte, si innesta nei processi di scolimentazione della poesia, “la fragranza dei limoni”, bensì come utilizzo delle scorie e dei detriti per un nuovo modo del fare poesia.”   LUCIO TUFANO

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Briciole di storia raccontate con boria

Pittori inappagati con tele svalutate
Poesia e cemento, mania di fare i poeti,
retorica da water (da latrina)
divertissementamaro per la città venduta a rate.
Perduto, sperduto, noto, ignoto
aggettivi cercati e abusati
come il posto delle fragole.
Dov’è finito il sabato del villaggio?
Giacomo Leopardi è ora in discoteca a
scrivere versi e bere birra.
Ingorghi di automobili sulle autostrade
Le teste rapate con bandiere allo stadio per
l’ultima partita.
Domenica di sudore e di noia
sui balconi e alla radio.
Tardone ansiogene
sulla spiagga
spalmate di olio solare
nutella estiva
da mal di mare.
I poeti non sono i soli a credere
di essere i padroni del cielo.
La cometa inflazionata
proprio un tradimento della televisione
che infrange l’ultimo mito.
Dove annienta tutta la elegia di strapaese
I paesi / meritano bombe?
Anche i più forti si sono arresi / nel bar
l’intera mattinata: un caffè, le carte, la
televisione: tra palle di biliardo, zapping
con telecomando per bolle di sapone.
Estate di lavoro.
I neri raccolgono pomodori / ai cancelli
della fabbrica / impianto tecnologico,
i bianchi con tute amaranto / il soporifero
canto dei neri / l’ubriacatura dei bianchi.
Il sinnonismo eterno fra fatalismo
e meridionalismo / ma la fiera della vanità
si è trasferita all’università /
rompe con Scotellaro e con Levi.
Alla festa popolare.
Il telefonino falso venduto da Alì a pochi soldi
per il figlio di un termometro / diario di uno sfigato
e di un extracomunitario.
E la rivincita ideologica (di un professore oltre i
quaranta con pochi capelli e pochi soldi, consiste
nell’accendere fuochi di paglia tra gli studenti /
un’ora di lezione) di generazioni nate perdenti.
Poeti puntualmente raccomandati, premi annualmente
assegnati, spirito di Elsa Morante e di Moravia
sempre vagante tra Capri e Procida e per niente appagato.
Ogni lunedì di Pasquetta Ischia è invasa dai vandali,
che indossano magliette sagomate e divorano panini,
le mamme larghe sventolano bambini.
Il sig. Cap di Klagenfurt / quello che
manda gli auguri non c’è. La sera, busto
eretto, saluta, con ghigno, l’ultimo traghetto.
L’eresia del limone, riappare (alla fine della raccolta, ndr)
In bocca gocce di limone, una mano ferma sul timone.
Gli occhi puntati sulle caviglie
bianche delle bianche teste. Filiformi esche
d’aprile su un barile che sorvegliano diffidenti
la mano sul timone del pescatore dal sapore di limone.

 

 

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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