IL FUTURO CENTRODESTRA DI SALVINI

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Marco Di Geronimo

Graziano Delrio blaterava durante la votazione di fiducia: «Noi non vediamo in voi il bipolarismo di domani, noi vediamo in voi l’alleanza di domani!». Forse il capogruppo dem è costretto a un ottimismo inopportuno dal suo ruolo, ma le sue previsioni sembrano destinate a essere disattese. Al momento appare inevitabile la morte del centrosinistra, così come appare inevitabile una rottura (perlomeno sul lungo termine) tra Lega e 5Stelle.

Troppo diversi i programmi che oppongono le due forze di governo, troppo radicali le spinte che li sostengono. La composizione della frattura dipende dalla volontà “gialla” di mantenere in piedi il Governo senza dover pagare un conto ancora troppo salato e dalla caparbietà “verde” di sfruttare fino all’ultimo minuto la posizione al Viminale per capitalizzare consensi. Eppure prima o poi il sodalizio si scioglierà: e quale scenario politico sarà consegnato all’Italia?

Ci occuperemo più in là dei 5Stelle. Diamo oggi uno sguardo al centrodestra, o quel che ne rimane o ne sarà. Per il momento, centrodestra significa Lega: si sono invertiti i rapporti di forza che erano sempre esistiti nel campo conservatore. Il partito di Salvini è ormai attestato quasi da tutti un po’ al di sopra del 30%. Il consenso che riscuote è certo un consenso liquido, ma al tempo stesso è un consenso deciso. Detta in altri termini: sono elettori pronti a migrare in altri lidi, ma per ora soddisfatti del loro bagnino.

La Lega si sta strutturando in tutta Italia. Fagocita in termini elettorali il partito di Berlusconi (o quel che ne resta), e forma una nuova leva di classe dirigente. I verdi attingono a piene mani dai contenitori più a destra della coalizione: il senatore Pepe, cresciuto in Fratelli d’Italia, ne è una dimostrazione. La forte presa sulle masse e la costruzione di un partito che apre sedi ovunque (anche al Sud) fa pensare che Salvini è arrivato per restare.

Chiamarlo partito populista o xenofobo, o di destra estrema o radicale, non rende l’idea. Significa perdere di vista il nocciolo della questione: si tratta di una nuova destra, da analizzare meglio. Il centrodestra si è spesso rivolto alle classi medie, ai piccoli imprenditori, ai più poveri non sindacalizzati. Una serie di categorie che in genere aveva più fiducia nel sistema, perché il sistema li sosteneva (dava loro il pane). A differenza delle classi più basse, degli operai, dei disoccupati, che per tradizione sono più di sinistra, perché scettici verso l’apparato economico.

La destra fondata da Salvini ha avuto l’intuizione di leggere la confusione tra gli elettorati. Vivere in una società liquida significa vivere in una società in cui ogni flusso elettorale è possibile. Salvini ha raccolto la crescente sfiducia nel sistema economico, che montava negli elettori tradizionalmente moderati; ha sfruttato l’esasperazione nei partiti più rossi, che esplodeva nell’elettorato riformista. E ha offerto una soluzione: ripristiniamo il vecchio sistema, che funzionava per tutti.

Salvini incamera tutti i voti di Berlusconi perché il Cavaliere un tempo sembrava rappresentare e proteggere chi s’illudeva d’essere un self-made man nell’Italia del Duemila. Salvini sembra predicare un rispetto per le regole del gioco, che l’Europa impone di disattendere. Ha canalizzato la sfiducia dell’elettorato verso icone diverse da quelle tradizionali (Bruxelles e i migranti) perché si è accorto che sono capaci di tenere insieme la vecchietta conservatrice e il giovane rivoluzionario.

Ma la Lega chiede un rispetto dei diritti sociali soltanto a parole. L’anima economica del partito verde non è riformista, non è socialista: sbaglia chi lo crede. Ne è una dimostrazione il profondo scetticismo col quale il Carroccio ha votato e sostenuto il Decreto dignità. Il progetto che Salvini ha per il centrodestra mira a ricostruire una grande forza conservatrice, un polo al quale la gente si sente sicura ad attraccare, perché li protegge dai nuovi Mali (l’Europa e l’immigrazione, secondo la propaganda leghista). La facciata reazionaria e radicale serve in una dialettica aggressiva e liquida come quella di oggi: ma è sempre più evidente che la Lega cerca una veste via via più istituzionale, per consolidare definitivamente il grande consenso che ha raggiunto.

Resta poco spazio per gli altri partiti di centrodestra. Ma abbastanza per una coalizione. Fratelli d’Italia (a dispetto delle gaffe comunicative della Meloni) presidia il campo da destra, coordinando sul territorio i reazionari più strutturati, che non possono riconoscersi nel sovranismo leghista ma continuano a credere in un nazionalismo old style. Berlusconi e il suo partito, oltre a un certo gruppo di nostalgici, si dedicherà alla platea più ricca e moderata degli elettori alla destra del centro. In ottica futura, specie se gli elettori meno rossi dei 5Stelle si faranno catturare da Salvini, non sarà un problema per la Lega fare sintesi tra la destra sociale meloniana e il liberismo sfrenato berlusconiano. La forza elettorale c’è; la base ideologica, altrettanto; la struttura sul territorio, ovunque; la strategia comunicativa è perfino egemonica.

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Sull' Autore

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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